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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Lasciamo che Abbas rassegni le dimissioni ! 27/04/2014
 Questo articolo di Mordechai Kedar è stato scritto il giorno prima dell'annuncio che Anp e Hamas annunciassero la volontà di incontrarsi per dare vita ad un unico progetto statuale. Ciò malgrado, l'analisi d Kedar - sull'Anp di Abu Mazen e su Hamas - non perde nulla della sua attualità, aiuta a capire quali sono le due forze in campo che hanno deciso di diventare una sola.

Lasciamo che Abbas rassegni le dimissioni !
Analisi  di Mordechai Kedar

(Traduzione dall'ebraico di Rochel  Sylvetsky , versione italiana di Yehudit Weisz)

Riconciliazione ?

Ci sono ottime ragioni per accogliere le dimissioni di Mahmoud Abbas, anche se lui è il primo a non prendersi sul serio. Mahmoud Abbas, il leader dell’OLP, ha minacciato che Mahmoud Abbas, l’auto-proclamato Presidente (!) dell’Autorità Palestinese, avrebbe rassegnato le proprie dimissioni e consegnato le chiavi del suo regno a Israele, costringendolo a farsi carico di sicurezza, istruzione, fonti idriche, elettricità, fognature, sanità, igiene e trasporti in tutta la Giudea e la Samaria.
Pensa di spaventare qualcuno, anche se le sue minacce non sono altro che gli squittii di un topo che ruggisce. Queste minacce non devono turbare nessuno, per diverse buone ragioni: prima di tutto, Abbas non ha seriamente intenzione di dimettersi.
Fatta eccezione per un caso, quello del generale sudanese Abdel Rahman Suwar al- Dahab che mantenne la promessa di dimettersi nel 1986, nella storia del mondo arabo nessun leader ha mai dato le dimissioni, a meno che il suo successore non fosse un membro di famiglia. L’anno scorso l’Emiro del Qatar si era dimesso a favore del figlio. Le dimissioni di un leader arabo in favore di qualcuno che non sia un famigliare, sono un atto totalmente contrario alla cultura mediorientale, in cui la famiglia prevale su qualsiasi altro fattore (economico, nazionalista, di controllo del potere, amministrativo, legale o democratico).
La seconda ragione è che, se Abbas si dimettesse e ponesse fine all’Autorità Palestinese, come faranno i suoi due figli, Yasser e Tarek, a continuare a rubare i milioni di dollari che ogni anno USA ed Europa continuano a inviare per i ”poveri palestinesi”? Come potrebbe continuare a esistere quella rete segreta di società da loro creata al fine di servirsi a piacimento dei dollari e degli euro destinati all’Anp? Il mondo arabo è ben consapevole della corruzione che dilaga nell’Anp ed è quindi disposto a offrire promesse, impegni, baci ed abbracci, ma non denaro.
I governi degli Stati Uniti e dell’Europa invece, che non si pongono domande e non capiscono questa semplice realtà, continuano a foraggiare i conti bancari degli alti funzionari dell’Anp.
Tuttavia, la ragione più profonda per cui Abbas non ha alcuna reale intenzione di dimettersi, è il fatto che se davvero lo facesse, farebbe scoppiare con le sue mani la bolla di sapone dello “Stato Palestinese”, portando così il mondo intero a prendere atto che l’intero mito della “Nazione Palestinese” non è altro che un brutto scherzo che l’OLP è riuscito a “vendere” ad un mondo ingenuo, che ci ha creduto per così tanto tempo.
Quasi sette anni fa il movimento di Hamas aveva sparato il primo proiettile alla bolla di sapone, chiamata “uno Stato Palestinese contiguo”, nel momento in cui rovesciò il regime dell’Anp a Gaza, e uccise a sangue freddo i suoi addetti alla sicurezza  (di questi, i pochi sopravvissuti trovarono rifugio in Israele e in seguito lo Stato Ebraico li consegnò incolumi a Ramallah).
Oggi è più facile considerare la “nazione palestinese” come un’entità immaginaria. Esistono forse una “nazione siriana”, una “nazione irachena”, una “nazione libica”, una “nazione sudanese”? No, sono tutte creazioni virtuali del colonialismo, cui si aggiunge il sostegno di un piccolo numero di intellettuali locali che non ha alcun legame con le popolazioni coinvolte.
La maggioranza della gente è rimasta fedele alla propria appartenenza tribale, alla famiglia allargata (hamula), al gruppo etnico, alla religione e alla comunità. Lo Stato arabo moderno ha fallito la sua missione più importante, quella di piantare radici in profondità nel cuore della gente, di diventare l' oggetto primario d’identità, e di convincere la gente a sostituire le strutture tradizionali con quelle di uno Stato moderno.
L’attuale situazione nell’Anp non si discosta molto da quella del resto del mondo arabo; dimostrarlo è semplice. Esiste una regola accettata da tutti, secondo cui, quando una popolazione ha una coscienza nazionale basata sul senso della collettività, la gente è disposta a sacrificare tempo, energie, patrimonio e persino la vita, se necessario, volontariamente, senza chiedere alcuna ricompensa. I combattenti della Resistenza francese che hanno rischiato la loro vita nella lotta contro i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’hanno fatto per i soldi? E i combattenti dell’Haganà? E quelli dell’Irgun? E quelli del Lehi? Tutti avevano agito per il bene della comunità, raggiungendo l’ obiettivo che si erano posto.
L’Anp è esattamente l’opposto: la gente si pone al suo servizio  perché può far conto sul sussidio che riceve ogni mese, per questa ragione l‘Anp ha bisogno dei miliardi di dollari in donazioni annuali. Senza questo sostegno economico, neanche un solo cittadino darebbe il proprio tempo, e tanto meno le proprie energie, i beni e certamente non la vita. I dipendenti pubblici dell’Anp non sono volontari; nel sistema abbonda il nepotismo, e la corruzione garantisce incarichi ben remunerati ad amici e compari. L’unico collante che tiene insieme le “hamulot” (le famiglie tribali allargate) in Giudea e Samaria, è l’odio per Israele e la lotta contro l’esistenza di uno Stato ebraico. Ciò spiega perché i media dell’Anp continuano a incitare le masse contro Israele, come se l’odio per il sionismo fosse il solo minimo comune denominatore dell’esperienza palestinese e definisca la sua ragion d’essere.

 La rabbia degli americani

Gli americani sono rimasti sconvolti dalle vuote minacce di Abbas di volersi dimettere. Insieme agli europei hanno investito milioni nella creazione di istituzioni per un'Autorità palestinese funzionante - in realtà, per rimpinguare i conti bancari dei suoi leader, amici e compari - e non sono in grado di accettare il fatto che tutto questo investimento stia andando in malora . Né possono ammettere che tale investimento sia già andato perduto.
Stanno cercando di rianimare un corpo politico già morto chiamato “ Stato palestinese in corso”, nonostante tutto faccia pensare che non vi sia la più pallida possibilità che questa entità si realizzi, per un semplice motivo: i palestinesi non vogliono uno Stato, perché temono che, appena ne avranno uno, il mondo porrà fine al flusso di donazioni per il quale hanno sviluppato una totale dipendenza.
Gli americani ora minacciano di fermare le donazioni, pur sapendo che il denaro è l'elemento più importante nella creazione di una “nazione palestinese” su cui creare un altro “ Stato palestinese” in Giudea e Samaria. Stanno facendo di tutto per questo scopo, malgrado non abbiano i mezzi per garantire che questo Stato aggiuntivo non si trasformerà in un altro Hamastan, sul modello di quello che è stato fondato a Gaza.
Potrebbero esserci delle “elezioni democratiche”, come quelle che hanno avuto luogo nel gennaio 2006, o esserci una presa del potere violenta come quella che ha avuto luogo a Gaza nel giugno del 2007.
Dietro le quinte, gli americani sono contenti dei rinnovati colloqui tra Hamas e Fatah, nonostante  definiscano Hamas  un’organizzazione terroristica. Entrambe le organizzazioni sono in bancarotta: Hamas è in fallimento economico a causa della chiusura dei tunnel di contrabbando dal Sinai a Gaza e le misure punitive dell'Egitto. L’OLP è in bancarotta ideologicamente, amministrativamente e come governo.
Questa è la base degli attuali colloqui tra i due gruppi che si svolgono a Gaza: peggiori sono le loro situazioni, maggiori sono le possibilità per loro di raggiungere un accordo, come sembra abbiano fatto.
Gli americani - e alcune anime belle israeliane - ritengono che la scissione tra Ramallah e Gaza abbia dato al governo israeliano una buona ragione per non fare alcun progresso nei negoziati, dato che qualunque cosa firmata da Ramallah con Israele non avrebbe posto alcun obbligo a Gaza.
I colloqui OLP-Hamas sono semplicemente un altro giro di tentativi per unificare la scena palestinese ed è assai dubbio che qualsiasi accordo raggiunto sia poi destinato a durare. Questo è successo più volte in passato, quando l'OLP e Hamas parlavano, parlavano, con negoziati senza fine, per giungere ad accordi che non sono mai stati adempiuti.

 Gli interessi di Israele

 Chiunque può rendersi conto che uno Stato palestinese sulle colline di Giudea e Samaria sarà una minaccia strategica per Israele, mettendo l'80% della sua popolazione sotto la costante minaccia di Katyusha, Kassam e altri missili che nessuna recinzione può fermare. Nessuno può garantire che ciò che è accaduto a Gaza non si possa ripetere dieci volte tanto in Giudea e Samaria.
E Israele deve prendere come un dato di fatto che tutti gli accordi firmati con Abu Mazen non saranno onorati dai suoi successori, che si presenteranno con mille motivazioni per non farlo, soprattutto se sarà Hamas a conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari.
E’ nell’interesse di Israele portare l’Anp ad uno stato di collasso totale, in modo che sulle sue rovine possa essere realizzata la soluzione degli Otto Emirati.
Uno esiste già a Gaza e altri sette Emirati indipendenti dovranno sorgere in Giudea e Samaria: a Jenin, Tulkarem, Sichem (Nablus), Kalkilya, Ramallah, Gerico e nella parte araba di Hebron.
Israele dovrà rimanere sul posto per garantire che non vi sia alcuna possibilità di contiguità tra gli Emirati. Le hamulot locali controlleranno le loro città, fornendo a ciascuna un potere legittimo e riconosciuto a governare, in contrasto con l'approccio dell’OLP.
Il mondo non accetterà facilmente questa soluzione israeliana, ma per quanto riguarda le dimissioni di Abbas e lo smantellamento dell’Anp, Israele deve agire esattamente come ha fatto il Ministro egiziano della Difesa Al-Sisi quando ha rovesciato il Presidente Muhammad Morsi contro la volontà degli Stati Uniti (che stanno ancora chiedendo la reintegrazione di Morsi). Sisi si muove secondo gli interessi degli egiziani, non degli americani. Israele deve fare altrettanto.
Il governo di Israele deve riconoscere che la dissoluzione dell’Anp è una missione nazionale e deve iniziare una campagna di relazioni pubbliche internazionali e locali per far avanzare l’idea degli Otto Emirati. Si dovrebbe costituire un organo di governo per la Giudea e la Samaria durante il periodo transitorio tra lo scioglimento dell’Anp e l’istituzione degli Emirati. La crisi internazionale che si sta creando in Europa e i suoni di guerra sempre più forti, permetteranno a Israele di agire secondo i propri interessi con un certo grado di libertà, in quanto l'attenzione del mondo sarà focalizzata sull’ Ucraina e sulle relazioni tra Europa, Stati Uniti e Russia.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
Link:
http://eightstatesolution.com/
http://mordechaikedar.com


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