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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Come si prendono le uova abbandonate in un nido 15/12/2013

Come si prendono le uova abbandonate in un nido
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Sally Zahav, versione italiana di Yehudit Weisz)

Dice il Signore: “Quando avrò finito con il monte Sion e con Gerusalemme punirò anche il re di Assiria per il suo orgoglio e la sua presunzione, poiché egli si vanta dicendo: ho fatto tutto questo da solo, sono forte, saggio e intelligente; ho spostato i confini delle nazioni (e il loro avvenire) e ho saccheggiato i loro tesori; con la mia potenza ho abbattuto i re. Ho raccolto nella mia mano le ricchezze dei popoli, come si prendono le uova abbandonate in un nido, così ho preso tutte le terre; nessuno ha agitato le ali, né ha aperto il becco per gridare”.
Isaia nel capitolo 10, riferisce le ipotetiche parole del re di Assiria, l’eroe del suo tempo, che estese il proprio dominio su terre e popoli così facilmente che si vantava di aver raccolto i regni circostanti come chi raccoglie uova abbandonate nel nido.

Osservando il comportamento dell’Iran in questi giorni, non si può che dedurre che il regime degli ayatollah vede i paesi della regione né più né meno come uova abbandonate. Ho già descritto su queste colonne come l’Iran domina l’Iraq. L’influenza iraniana sugli eventi iracheni era già iniziata quando ancora c’erano le forze di coalizione nella Terra dei Due Fiumi, ed è cresciuta con l’avvicinarsi del ritiro dell’esercito americano alla fine del 2010. Oggi l’Iraq è diventato il braccio operativo della politica iraniana, soprattutto per quel che concerne la guerra in Siria, in cui sono impegnate forze regolari irachene e iraniane.

 L’influenza iraniana sulla regione ha avuto una fulminea impennata il mese scorso, prima della firma della convenzione di Ginevra, ma soprattutto dopo la firma dell’Occidente sugli accordi con l’Iran del 24 novembre scorso. I Paesi dell’area, una ventina circa, percepiscono la potenza della forza e della fiducia in sé che l’Iran emana in questi giorni, e confermano il detto “se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”.

L’uovo d’argento. Il primo Paese con cui l’Iran vuole giungere a un accordo è l’Afghanistan. Verso la fine del 2014 è previsto il ritiro dell’esercito degli Stati Uniti dal paese martoriato dalla guerra ma ricco di risorse naturali, e il governo USA sta cercando accordi con il regime di Hamid Karzai, il Presidente afgano, per mantenere l’egemonia americana, e, soprattutto, per potervi lasciare una base militare. E’ esattamente questo il motivo per cui l’Iran si oppone.
La settimana scorsa il Presidente Karzai è stato convocato d’urgenza a Teheran per un incontro con Rohani, nel quale è stato subito chiarito che Karzai sarà “invitato” a firmare un patto di cooperazione con l’Iran, in cui potrebbe essere inclusa una alleanza strategica a livello diplomatico, difensivo, economico e culturale. Karzai ha già capito da lungo tempo che quando l’esercito degli Stati Uniti si sarà ritirato dall’Afghanistan, la sua presenza sarà compromessa, mentre l’Iran è subito oltre il confine, ed è lì per restare.
Nel caso Karzai deludesse gli Stati Uniti, la loro reazione sarebbe molto limitata, mentre l’Iran è in grado di infliggere gravissimi perdite, soprattutto se diventerà una potenza nucleare,  che è vicino a diventarlo. Non avendo scelta, Karzai ha ceduto agli ordini iraniani, e il compito di redigere il “patto di cooperazione” tra Afghanistan e Iran è passato nelle mani dei rispettivi Ministri degli Esteri, cioè di coloro che vorrebbero firmarlo prima della sigla degli accordi Aghanistan-USA.

Si presume che gli iraniani insisteranno sul fatto che il “patto di cooperazione” non permetterà all’Afghanistan di accogliere “forze straniere”sul suo suolo. Questo per tre motivi. il primo riguarda la volontà egemonica dell’Iran di mettere alla prova i “ Paesi vicini e lontani” che sono sotto la sua influenza in Asia Centrale e nel mondo islamico, per cui nessun infedele potrà mai avere il controllo neppure su una minima parte del territorio islamico. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan sarà presentato dagli ayatollah come l’ultima vittoria dell’Islam - soprattutto quello sciita - sull’eresia. Parole rivolte all’ Arabia Saudita sunnita, considerata un burattino nelle mani degli USA.
Il secondo motivo è che le basi americane in Afghanistan sarebbero utilizzate dall’intelligence americana per controllare i media e i networks iraniani, infiltrare agenti all’interno dell’Iran, sabotare e danneggiare il programma nucleare, e diventare rifugio quale base di attività per gli oppositori del regime iraniano che fuggono in Afghanistan.
La terza ragione è il desiderio dei leader del regime iraniano di impossessarsi del settore afghano più redditizio, l’industria dell’oppio, dagli enormi profitti, e se l’esportazione in Occidente aumentasse il numero di consumatori di droga, anche questo farà parte della vittoria iraniana sugli infedeli occidentali.
Va detto però che nemmeno Karzai è poi così entusiasta del fatto che, anche dopo il ritiro dell’esercito USA, una parte si fermasse comunque nel Paese, perché sa perfettamente che finchè in Afghanistan rimarrà anche solo un soldato americano ci sarà una scusa per le varie organizzazioni jihadiste per continuare a combattere il regime “fino all’eliminazione degli infedeli, gli impuri occupanti, dalla pura e sacra terra dell’Islam”.

Con l’avvicinarsi del ritiro, previsto per la fine del 2014, gli americani sono sempre più preoccupati, non certo per la sicurezza degli afghani, ma per quella delle loro forze rimaste nel paese, esposte agli attacchi dei Talebani, di al-Qaeda e delle milizie che operano in Afghanistan, senza alcuna possibilità di difendersi poiché in quel periodo saranno state smantellate le basi, le postazioni di combattimento e gli strumenti di intelligence,  trasportati negli Stati Uniti. Chuck Hagel, il Segretario della Difesa americano responsabile dell’area, sarebbe propenso persino ad accettare un accordo tra Iran e Afghanistan, se solo ci fosse la certezza che i soldati americani non verranno uccisi come facili prede, durante lo smantellamento del sistema di difesa.

La cosa strana è che l’Iran sarebbe anche d’accordo nel proteggere gli americani durante il ritiro del loro esercito, a condizione che gli Stati Uniti abbassino la pressione sulla questione del nucleare iraniano, ed è questo il motivo per cui Obama e Kerry contestano l’iniziativa del Senato di inasprire le sanzioni, perché questo ridurrebbe il sostegno iraniano a garanzia di un ritiro sicuro dell’esercito americano. L’Afghanistan cadrà come un frutto maturo nelle mani dell’Iran a causa del timore americano degli jihadisti.

Tutto questo condizionerà maggiormente i patti che l’Iran firmerà con l’Afghanistan, perché il suo scopo è lo sfruttamento delle risorse naturali de paese. I vantaggi iraniani non saranno solo a livello psicologico e politico, ma anche economico, e i profitti saranno altissimi.

 L’uovo d’oro
A Ovest dell’Iran, dall’altra parte del Golfo Persico, si trovano i tredici Stati della Penisola arabica, di cui sei inidpendenti: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman e Yemen, mentre altri sette costituiscono gli Emirati Uniti: Abu Dhabi, Dubai, Ajman, Fujairah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm Al Qaiwain.
Tutti si sentono minacciati dal potere iraniano,  tutti  sono furiosi con l'Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare, per averli abbandonati alla mercé degli ayatollah. John Kerry ha tentato di rassicurarli, ma ha totalmente fallito.

 Il regime iraniano avverte la crescente tensione in questi Stati, e ha iniziato una politica di dominio graduale iniziato con sorrisi e visite di cortesia. L'Iran da tempo è coinvolto nelle vicende della Penisola arabica. Ha sostenuto la rivolta sciita contro l'autorità della famiglia al-Huth e contro il regime centrale, incoraggia la maggioranza persiano-sciita in Bahrain a ribellarsi contro la minoranza arabo-sunnita, e suscita divisioni tra le minoranze sciite in Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e gli Emirati Uniti.

Alcuni giorni fa, Abdullah al-Nafisi, un personaggio di rilievo in Kuwait, ha rivelato di aver partecipato con una delegazione parlamentare in visita a Teheran pochi anni fa. La delegazione aveva incontrato Hassan Rohani, che era allora a capo della commissione per gli affari esteri del parlamento iraniano. Nel corso di questo incontro Rohani aveva detto chiaramente che tutta la costa occidentale del Golfo Persico, dal Kuwait a nord ai sultanati di Oman a sud, appartiene agli iraniani, e che quel giorno sarebbe arrivato presto. Secondo al-Nafisi, Rohani non era affatto in imbarazzo nel dire queste parole esplicite alla delegazione kuwaitiana. Ora, gli Stati del Golfo vedono come il piano iraniano sta per essere realizzato davanti ai loro occhi e si sentono impotenti.

 Dal loro punto di vista, il modo in cui gli Stati Uniti si comportano, è anche peggiore: dopo la firma dell'accordo di Ginevra, John Kerry e Chuck Hagel sono venuti negli Stati del Golfo per un giro di visite, facendo pressione sui leader locali perché accettassero le richieste iraniane che sono state scritte nell’accordo. I leader del Golfo vedono gli Stati Uniti - il loro desiderio di venire a un accordo a qualsiasi prezzo - quali rappresentanti degli interessi iraniani. Da parte sua, l'Iran sta cercando di rassicurare gli Stati del Golfo inviando rappresentanti di alto livello per ridurre la pressione, utilizzando il sorrisio, secondo lo ‘stile’ di Hassan Rohani, nella migliore tradizione della Takiyya sciita, ossia l'inganno.

 Ma i leader degli Stati del Golfo non si lasciano ingannare, sono semmai in preda alla disperazione. I loro Ministri degli Esteri si sono riuniti a Kuwait questa settimana per una riunione di coordinamento, e il re Abdullah dell'Arabia Saudita ha fatto una lunga perorazione per aumentare il comune livello di cooperazione, con la richiesta di una unione ufficiale.
Attualmente, alla luce della minaccia iraniana,  diventata più reale dopo l'accordo di Ginevra, c'è più apertura al progetto di consolidamento dell’unione, ma un importante gruppo - i sultanati dell’Oman – si oppone energicamente per diversi motivi, il primo dei quali è culturale: l’ Oman, che ha goduto di stabilità sociale e politica per molti anni sulla base del mantenimento dei costumi e delle tradizioni delle tribù che lo compongono, non è interessato a unirsi con lo Yemen, che soffre delle attività di al-Qaeda al suo interno, e nello stesso tempo non vuole unirsi con la società kuwaitiana, che in parte ha caratteristiche occidentali moderne. La preoccupazione di Kuwait, Qatar, Bahrain e Emirati Arabi Uniti è che se si unissero, sarebbero inghiottiti dall’ Arabia Saudita, dopo essere riusciti a mantenere il loro carattere indipendente durante mezzo secolo.

In quella  riunione, i Ministri degli Esteri hanno accolto con favore l'accordo firmato a Ginevra il 24 novembre tra l'Iran e i rappresentanti dei 5 +1 , non perché gli Stati del Golfo lo condividano, ma perché capiscono che le loro obiezioni non rendono gli americani meno desiderosi di scongelare i rapporti con gli iraniani, e in ogni caso l'accordo era già un fatto compiuto.
Ritengono altresì imprudente spingere sino alla rottura con l'Iran, dopo che ha acquisito il riconoscimento internazionale sul diritto di arricchire l'uranio, mantenere il reattore ad acqua pesante e continuare lo sviluppo dei missili intercontinentali, diventando così uno Stato pronto al nucleare con l’autorizzazione americana.

Inoltre gli Stati del Golfo non sono interessati a bruciare i ponti con gli Stati Uniti, perché ancora non hanno nessuno cui appoggiarsi in alternativa. Questa decisione potrebbe far aumentare gli sforzi degli Stati Uniti a sviluppare fonti di energia indipendenti, danneggiando così le esportazioni di petrolio. E’ questo il motivo per cui hanno accettato l'accordo provvisorio tra Occidente e Iran, con la speranza che fra un anno e mezzo il mondo si sarà reso conto che l'Iran l’ha ingannato e si tornerà - inshallah - a un regime di sanzioni.

Tuttavia, le ultime due settimane hanno mostrato quanto gli Stati del Golfo siano deboli e come non riescano a consolidare un’unione anche di fronte alla minaccia iraniana così chiara ed esplicita. I leader dell'Iran valutano la situazione e vedono gli Stati del Golfo come uova d'oro abbandonate, in attesa di raccoglierle.

Israele:  la follia di Peres

Mi sarei aspettato che il Presidente di Israele, un veterano della lotta nell'arena diplomatica, avesse mostrato una maggior conoscenza delle questioni relative al Medio Oriente, soprattutto perché negli anni novanta lui riteneva di aver costruito un "Nuovo Medio Oriente", come era intitolato un suo libro.
Ormai tutti dovrebbero sapere che quando un leader mediorientale dice ai media: "Sono disposto a visitare qualche paese del Medio Oriente" o "Sono disposto a incontrare alcuni leader del Medio Oriente", lo deve dire solo dopo aver segretamente concordato visite e incontri, e avere quindi segretamente ricevuto il via libera di comunicarlo a tutti. Ma Peres non capisce il Medio Oriente, e continua a vivere nella sua bolla culturale israelo-occidentale. All'inizio della settimana ha annunciato che è disposto a incontrare Rohani. Subito dopo, l'Iran ha annunciato che Rohani non è disposto a incontrare Peres, il Presidente della 'illegittima entità sionista', che non ha diritto di esistere, e che le parole di Peres su un incontro con Rohani non sono altro che propaganda a buon mercato, al fine di segnare alcuni punti a favore nella lotta sulla questione nucleare iraniana in cui Israele - e Peres, il suo Presidente - hanno subito una clamorosa sconfitta.

Ma i media israeliani, che adorano Peres incessantemente (si pensi, ad esempio, alle celebrazioni grandiose per commemorare il suo 90 ° compleanno) si dedicano soprattutto a come ossessionare il Primo Ministro: sua moglie, la sua casa, il suo patrimonio, le sue spese, il fatto che non è andato al funerale di Mandela e parlano di altre questioni, alcune delle quali sono importanti e altre no; ma l’annuncio delirante e nocivo del Presidente dello Stato di un incontro con Rohani - come se una cosa del genere rientrasse nell'autorità del Presidente - è qualcosa che va oltre la portata dei giornalisti israeliani.
Non pubblicherebbero nemmeno una parola che getti su Peres una luce critica o imbarazzante. Peres non ha mai capito il Medio Oriente, e tutte le sue azioni nella regione sono nate da questa incomprensione.
Gli accordi che ha firmato - in particolare gli accordi di Oslo - testimoniano una mancanza di conoscenza di base dei meccanismi psico-sociali che influenzano la politica della regione. C'è solo una cosa buona che ha fatto nella sua vita, e che ha avuto un impatto positivo sul Medio Oriente: il reattore di Dimona. Alla sua età avanzata dubito molto che potrà mai capire veramente, la regione che ha tanto voluto creare a sua immagine.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
Link:
http://eightstatesolution.com/
http://mordechaikedar.com/


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