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Zvi Mazel/Michelle Mazel
Diplomazia/Europa e medioriente
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L'aspirante califfo turco può essere fermato? 26/07/2020
L'aspirante califfo turco può essere fermato?
Analisi di Zvi Mazel

(Traduzione di Yehudit Weisz)

Oltre Santa Sofia c'è di più. Le mire di Erdogan e le colpe gravi ...
Erdogan



Il Presidente turco Recep Erdogan, approfittando del caos in Medio Oriente, ha impiegato l’ultimo decennio a creare una presenza militare in numerosi punti strategici non solo di quella regione, ma anche in Nord Africa e persino oltre, senza incontrare alcun ostacolo. L'attenzione mondiale era tutta focalizzata sugli sforzi di Teheran nel soddisfare le sue ambizioni nucleari, mentre portava avanti il suo progetto a lungo termine, quello di creare la Mezzaluna Sciita che comprenda tutti i Paesi del Medio Oriente e che porti all'annientamento di Israele. Oggi il leader turco si trova in una posizione privilegiata ed è al centro delle zone di molti conflitti, e porta avanti il suo grande progetto di rilanciare un califfato islamico sotto il suo controllo. Non è un segreto che si consideri l’erede legittimo dei sultani ottomani che si sono avvicendati nei secoli e, come tale, intende estendere nuovamente l'influenza della Turchia su Paesi e territori che in precedenza appartenevano all'Impero ottomano. Tant’è che le nuove mappe della Turchia, pubblicate nel 2016, includono la Siria settentrionale fino a Latakia, il distretto di Mosul in Iraq, e si estendono oltre i confini della parte europea della Turchia attraverso lo stretto del Bosforo fino a parti della Bulgaria e fino a Salonicco nella Tracia occidentale. Tutta quest’area era ancora sotto il dominio ottomano fino a quando venne firmato il cessate il fuoco nel 1918, ma fu tolta alla Turchia con il trattato di Losanna nel 1923.

TURCHIA-ISLAM Erdogan si prepara a pregare in Santa Sofia il ...
Santa Sofia - il dittatore Erdogan

Queste mappe sono una chiara indicazione di un irredentismo, che potrebbe portare alla guerra. E’ un progetto perfettamente consono alla dottrina di Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Esteri e mentore di Erdogan, che scrisse un libro sul sacro dovere del suo Paese di riunire tutto il Medio Oriente sotto il suo controllo, detto Neo-Ottomanismo e far rivivere così il califfato islamico. Questo è molto in linea con le aspirazioni dei Fratelli Musulmani, che hanno trovato nel Presidente turco un alleato. In effetti, i legami si sono rafforzati dopo che lui aveva interrotto le relazioni con l'Egitto quando Muhammad Morsi venne deposto e la Fratellanza venne marchiata come un'organizzazione terroristica. I leader del movimento che erano sfuggiti all'arresto trovarono rifugio in Turchia o in Qatar, un loro sostenitore di lunga data, portando a un ulteriore riavvicinamento tra Ankara e Doha, e promuovendo così gli obiettivi di Erdogan. Oggi la Turchia ha una forte presenza politica e militare nel Nord della Siria, dove coordina le sue attività con la Russia e l'Iran. Usa le sue milizie islamiche contro il regime del Presidente Bashar Assad mentre combatte i curdi sospettati di aiutare il movimento turco PKK in cerca di autonomia. Le forze turche hanno invaso l'Iraq settentrionale, dove pure combattono contro i curdi, mentre addestrano i turkmeni iracheni - una minoranza di origine turca che secondo loro sarebbe in pericolo. Nel 2010 Ankara ha siglato un accordo di cooperazione in materia di sicurezza con il Qatar, che in passato faceva parte dell'Impero ottomano, vendendogli equipaggiamento militare, droni di sua fabbricazione e autoblindo. Nel 2015 vi ha istituito una base militare e nel 2017 ha inviato anche 3.000 soldati per mostrare sostegno al Regno assediato e sotto blocco da parte di Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrein. In questo modo può contare su un importante punto d'appoggio nel Golfo. Lungo il Mar Rosso è stata istituita una base militare in Somalia per addestrare truppe locali; al largo della costa sudanese, l'isola di Suakin, un tempo sede del Governatore ottomano della regione, è stata affittata ad Ankara, sebbene ora il suo destino sia piuttosto incerto poiché il Presidente sudanese Omar Bashir è in carcere.

Nel contempo, Erdogan sta soppesando la questione palestinese: deteriorare i rapporti con Israele per ingraziarsi il mondo arabo, ospitare incontri e conferenze di organizzazioni islamiche inclini a condannare lo Stato ebraico, mobilitare organizzazioni turche di aiuto, apparentemente per fornire cibo per bisognosi a Gerusalemme Est e restaurare siti islamici, ma in realtà per promuovere e incitare all’odio contro Israele. Tutto ciò ha un duplice scopo: piazzare la Turchia a difensore dell'Islam e sfidare la Giordania, che in virtù dei suoi accordi di pace con Israele, gode di uno statuto speciale riguardo alle istituzioni islamiche e al Monte del Tempio. Tuttavia, è stato lo sfacciato intervento turco in Libia a far smuovere l'Europa e a prenderne atto perché lo vede come una minaccia diretta. La guerra civile senza fine in quel Paese, oppone il parlamento di Tobruk legalmente eletto e l'Esercito Nazionale Libico (LNA) - guidato dal Generale Haftar, capo de facto della parte orientale della Libia - contro le organizzazioni islamiche che sostengono il governo di Tripoli dell’ Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite e che governa la parte occidentale della Libia. E’ dal 2013 che la Turchia sta aiutando segretamente il GNA fornendo armi e munizioni in violazione dell'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Di recente, quando le forze di Haftar sembravano vicine a prendere Tripoli, Erdogan, sotto gli occhi di tutti, ha inviato alle milizie islamiche, droni d'attacco automatizzati oltre che consulenti militari e migliaia di mercenari reclutati dai movimenti islamici in Siria, ponendo fine all'offensiva di Haftar, dato che il suo esercito ha dovuto battere in ritirata e abbandonare le postazioni che aveva conquistato nella Libia occidentale. Tutto questo ha creato un grande subbuglio nella politica regionale. Haftar ha il sostegno dell'Egitto, degli Emirati, della Russia e persino della Francia, quest'ultima in lotta contro i gruppi jihadisti nel Sud del Paese, che stanno minacciando i Paesi del Sahel in Africa.

In ogni caso , per l'Egitto, la nuova situazione costituisce un pericolo imminente. Haftar ha svolto un ruolo molto importante nel proteggere il loro lungo confine comune, aiutando a contrastare i tentativi delle milizie islamiche a inviare militanti e attrezzature militari ai guerriglieri islamici nella Penisola del Sinai. A seguito della sua sconfitta, il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha rilasciato la “Dichiarazione del Cairo” in cui fa appello ad un cessate il fuoco, al ritiro di tutte le truppe straniere e ad elaborare una soluzione politica. Fayez Sarraj l’ha respinta e ha continuato la sua offensiva verso Sirte, porta di accesso alla più grande riserva di petrolio in mano di Haftar e alle infrastrutture di esportazione di Ras Lanuf e Al Sidra. A questo punto, il Presidente egiziano ha lanciato un chiaro avvertimento: la cattura di Sirte sarebbe stata una minaccia diretta alla sicurezza del suo Paese e il suo esercito era pronto ad intervenire per impedirlo. La Turchia si affrettò a rispondere che il cessate il fuoco era subordinato al ritiro dell'LNA da Sirte. Il Parlamento di Tobruk ha chiesto aiuto a al-Sisi nella difesa della Libia e gli spedì anche il consenso ad un eventuale appoggio da parte di una delegazione di tribù libiche, dandogli così la base legale per inviare le sue truppe oltre confine. Come gesto di sostegno all'Egitto, la Russia ha fatto stazionare un certo numero di aerei da guerra MIG-29 in Libia orientale. Non è chiaro se Erdogan darà seguito alle sue minacce con le azioni e se al-Sisi di conseguenza sposterà le sue truppe oltre il confine. Di fronte a questa nuova aggressione turca, l'Europa appare indecisa e riluttante ad agire. Ankara sta impedendo a milioni di rifugiati provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan di raggiungere le coste di Italia e Grecia, a fronte del pagamento di miliardi di dollari all'anno. Finora, Haftar ha bloccato i rifugiati libici e africani che cercavano di fuggire. La nuova politica isolazionista del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha indicato di non voler essere trascinato in infiniti conflitti regionali, ha portato a un declino dell’influenza dell'America. Inoltre, Trump non ha nessuna voglia di litigare con la Turchia, un membro della NATO. Lo ha già dimostrato abbandonando i suoi alleati curdi in Siria e lasciandoli indifesi contro l'esercito turco. Le relazioni con l'Unione europea nella migliore delle ipotesi sono traballanti ed è improbabile che l'Occidente si unisca contro la Turchia. Il dilemma è la Russia.

La politica espansionista di Erdogan minaccia i suoi sforzi per stabilire avamposti lungo il Mediterraneo e prendere parte alla ricostruzione di Paesi dilaniati dalla guerra. Dovrebbe scontrarsi con il Presidente turco o cercare un compromesso? Lo ha già fatto in Siria, almeno per ora, includendo la Turchia e l'Iran nel Forum di Astana, inteso a coordinare le azioni in quel Paese, lasciando che le truppe turche prendessero il controllo della provincia di Afrin e raggiungessero un cessate il fuoco a Idlib. La Cina, impegnata a promuovere il suo nuovo ambizioso progetto della Via della Seta nella regione, non ha alcun desiderio di essere coinvolta, sebbene sia senza dubbio felice di vedere il declino dell'Occidente. Inoltre, anche la persecuzione delle minoranze uiguri, che sono di origine turca, ha portato solo a tiepide condanne da parte di Ankara e non ha danneggiato le relazioni tra i due Paesi. Sebbene la Turchia sia riuscita ad estendere i suoi tentacoli su tutto il Medio Oriente, non sembra però che sulla scena internazionale ci sia qualcuno pronto ad intervenire. Tuttavia, è poco probabile che sia pronta per uno scontro diretto in Libia con l'Egitto e la Russia. Quest'ultima probabilmente cercherà di trovare un compromesso temporaneo, entrambi gli eserciti mantengono le loro posizioni attuali con Haftar e il Primo Ministro libico Fayez al-Sarraj, concordando sulla condivisione delle entrate petrolifere. Un simile compromesso non sarebbe in alcun modo foriero della fine della guerra civile, ma dimostrerebbe che è Erdogan a detenere la chiave per ulteriori sviluppi.

Quello che potrebbe far inciampare l’aspirante califfo di Istanbul, tuttavia, potrebbero essere i problemi di casa sua. La situazione economica è terribile, le riserve di valuta estera sono esaurite, la lira turca è in calo e l'inflazione dilaga. Ciò è dovuto in parte al costo esorbitante delle politiche espansionistiche del Presidente, in un momento in cui la pandemia da COVID-19 ha un forte impatto sulla crescita economica. La Turchia si sta rivolgendo al Fondo Monetario Internazionale per gli aiuti d'emergenza, ma non è ancora stato raggiunto alcun accordo. Cresce l'opposizione a Erdogan e i membri del Parlamento del suo stesso partito lo stanno abbandonando per unirsi a un nuovo movimento di opposizione - Al Mustaqbal, "Il futuro" - creato niente di meno che dall'ex Primo Ministro turco Ahmet Davutoglu, per combattere quello che chiamano un regime corrotto e dittatoriale. Il Partito per Giustizia e Sviluppo di Erdogan ha perso la maggioranza parlamentare nel 2018 e ha dovuto formare una coalizione con un piccolo partito nazionalista. Il Presidente assediato è a un bivio: potrebbe chiedere elezioni anticipate, sperando in risultati migliori, o usare una conflagrazione in Libia come tattica diversiva. Ciò che non è in dubbio è la sua determinazione a raggiungere i suoi obiettivi, forse anche al prezzo di un colpo di Stato militare per mantenere la sua posizione.


Zvi Mazel è stato ambasciatore in Svezia dal 2002 al 2004. Dal 1989 al1992 è stato ambasciatore d’Israele in Romania e dal 1996 al 2001 in Egitto. È stato anche al Ministero degli Esteri israeliano vice Direttore Generale per gli Affari Africani e Direttore della Divisione Est Europea e Capo del Dipartimento Nord Africano e Egiziano. E' ricercatore senior presso il Jerusalem Center for Public Affairs. La analisi di Zvi Mazel sono pubblicate in esclusiva in italiano su Informazione Corretta


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