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Diplomazia/Europa e medioriente
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Pandemia: il Libano sta soffocando mentre i palestinesi si impantanano 10/07/2020
Pandemia: il Libano sta soffocando mentre i palestinesi si impantanano
Commento di Michelle Mazel

(Traduzione di Yehudit Weisz)


Il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, minaccia di bombardare Tel ...
Hassan Nasrallah

Martedì scorso, in un discorso fiume, Hassan Nasrallah, leader di un'organizzazione riconosciuta come terroristica dalla maggior parte dei Paesi occidentali, ha identificato quella che chiama la cosa più pericolosa in Medio Oriente: le intenzioni di annessione di Israele. “Siamo al fianco dei nostri fratelli palestinesi e pronti a combattere contro questo progetto”. Ha anche colto l'occasione per avviare un'accusa formale contro l'ambasciatrice americana che si era permessa di dire ad alta voce che Hezbollah stava mettendo in pericolo la ripresa economica e la stabilità del Libano, un'opinione condivisa dalla maggioranza dei libanesi. Il Paese dei Cedri, intrappolato tra la diffusione del virus e una crisi economica senza precedenti, cerca disperatamente un’ancora di salvezza. Secondo Reuters, per mancanza di fondi, si sta sviluppando un'economia fondata sul baratto . Un blog Internet dedicato riunisce ora oltre sedicimila partecipanti. Il 50% dei libanesi teme che ben presto non avranno abbastanza da mangiare. “Quella che attraversa il Libano non è una semplice crisi. Ma un tornado, un declassamento ad una velocità vorticosa, l’inizio dell’ Apocalisse”. Così scriveva Le Monde del 4 luglio, sottolineando che la situazione aveva già portato dei cittadini disperati al suicidio.

Non è inoltre certo che i fratelli palestinesi - sunniti - apprezzino nel suo giusto valore la dichiarazione di Nasrallah:  il movimento di Hezbollah - sciita - non fa mistero della sua volontà di distruggere Israele per instaurare un regime islamico sciita, che lascerebbe ben poco spazio allo Stato che loro sognano. Soprattutto perché, se la retorica palestinese sul progetto di annessione è a tuttora così virulenta, l'ondata di manifestazioni e violenze così spesso annunciata, si fa attendere. Una calma relativa regna ancora nell'Autorità palestinese. Il fatto é che il Coronavirus è una minaccia ben più grave. Ramallah è in pieno caos per il numero di persone colpite, tanto più che i contatti con Israele erano già stati interrotti diverse settimane fa, per protestare contro un'annessione che non è ancora avvenuta e di cui nessuno conosce ancora i dettagli e neppure se effettivamente avverrà. Secondo il suo Ministro della Sanità, l'epidemia è fuori controllo a Hebron, la città più colpita. Quanto al Primo Ministro Mohammad Shtayyeh, ha riconosciuto che all'inizio molti palestinesi si rifiutavano di credere alla gravità del virus e che alcuni non ne sono tuttora convinti, ed ha aggiunto che le misure prescritte – distanziamento sociale e l’obbligo di mascherina – erano state scarsamente osservate.

L'82% dei contagi si è verificato in occasione di cerimonie nuziali o di riunioni di famiglia. Il restante 18% sarebbe attribuibile ai lavoratori palestinesi che vanno a lavorare in Israele e il cui contributo è vitale per le famiglie, duramente colpite dalla crisi economica. Da qui nasce questa stravagante soluzione proposta da Shtayyeh: chiedere alle Nazioni Unite lo spiegamento di truppe in tutti i punti di attraversamento verso Israele per impedire a questi lavoratori di recarsi sul posto di lavoro. Più realistici, i notabili di Hebron chiedono alla popolazione di rimanere in casa e a rimandare matrimoni e altre celebrazioni. La situazione non è affatto più brillante a Gaza, dove i cittadini non esitano più a utilizzare i social media per dichiarare apertamente Hamas responsabile di una situazione catastrofica, che porta al suicidio di giovani disperati e senza futuro. Ancora una volta ci aggrappiamo al sogno di vedere i leader palestinesi prendere la coraggiosa decisione di mettere da parte per un po’ la politica e d’iniziare una proficua cooperazione con Israele per combattere insieme la pandemia ... e il Libano, sbarazzatosi di Hezbollah, ritornare ancora una volta a essere la Parigi dal Medio Oriente.

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Michelle Mazel scrittrice israeliana nata in Francia. Ha vissuto otto anni al Cairo quando il marito era Ambasciatore d’Israele in Egitto. Profonda conoscitrice del Medio Oriente, ha scritto “La Prostituée de Jericho”, “Le Kabyle de Jérusalem” non ancora tradotti in italiano. E' in uscita il nuovo volume della trilogia/spionaggio: “Le Cheikh de Hébron".


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