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Zvi Mazel
Diplomazia
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Vertice della lega araba a Tunisi: perché è stato un fallimento 08/04/2019

Vertice della lega araba a Tunisi: perché è stato un fallimento
Analisi di Zvi Mazel

(Traduzione di Giulietta Weisz)

www.jpost.com/Opinion/A-poorly-attended-Arab-League-summit-in-Tunis-with-no-concrete-results-585965

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Dei 22 membri della Lega Araba, solo 13 sono arrivati il 30 marzo all'appuntamento annuale dell'organizzazione a Tunisi. Hanno brillato per le loro assenze, il Presidente sudanese Omar el Bashir e il Presidente algerino Abdel Aziz Bouteflika, dovendo entrambi fronteggiare disordini in patria. Tuttavia, il Re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud e il Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi erano lì per dare un po’ di lustro ad una riunione altrimenti senza importanza, adombrata dai conflitti nel mondo arabo. In linea di principio, tutti gli Stati arabi sono membri della Lega araba, creata nel 1945 dagli inglesi al fine di perpetuare il loro controllo su questi Stati e sulla loro influenza nella regione, con il pretesto di aiutarli a sviluppare le loro economie. Oggi l'influenza della Gran Bretagna è svanita. I Paesi arabi non hanno trovato la loro strada verso la democrazia e il Medio Oriente è precipitato sotto l’influenza di regimi militari e di guerre fratricide. Non c'è stato alcun tentativo di affrontare i problemi o di stabilire una collaborazione economica assolutamente necessaria. La tanto propagandata unità non si è mai realizzata ed è stata ulteriormente sconvolta dalle Primavere arabe del 2011, che si sono trasformate in guerre civili in Siria, Libia e Yemen e in un regime militare in Egitto. I vertici annuali dei capi di Stato sono diventati sempre meno rilevanti, una semplice occasione per scambi discreti di opinioni con occasionali fiammate, come gli insulti che si sono scambiati nel 2009 il Re saudita Abdallah e il Presidente libico Muhammar Gheddafi. Ogni vertice si è concluso con una dichiarazione congiunta sulle questioni del momento, di solito compromessi fatti con cura che non offendono nessuno e privi di decisioni operative. La decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere la sovranità israeliana sul Golan, pubblicata pochi giorni prima del vertice, mostra come sia bassa la considerazione che ha per l'incontro dei capi di Stato arabi.

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A Tunisi, i leader arabi hanno dimostrato ancora una volta che i loro interessi nazionali hanno la precedenza sull'unità o sulla necessità di affrontare questioni scottanti. L'Emiro del Qatar, invischiato in un conflitto con l'Egitto e l'Arabia Saudita, ha sorpreso tutti con il suo arrivo ma se n’è andato senza fare il suo discorso, programmato nella sessione di apertura; questo apparentemente in segno di protesta dopo che il Segretario Generale della Lega aveva condannato esplicitamente l'intervento dell'Iran e della Turchia nei Paesi arabi, e aveva continuato facendo riferimento e condannando la zona di sicurezza che la Turchia vuole stabilire in Siria, lungo il suo confine con quel Paese. L'Emiro, che a differenza della maggior parte dei Paesi arabi, è un alleato stretto della Turchia e usufruisce di buoni rapporti con l'Iran, lo ha preso come un insulto personale. Per quanto riguarda il Re saudita, ha fatto in modo di lasciare l'assemblea prima dei discorsi del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutierrez e del Ministro degli Esteri della UE, Federica Mogherini, che avrebbero sottolineato la responsabilità del suo regno e degli Emirati per la crisi umanitaria in Yemen .

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In verde i Paesi membri della Lega araba

Il summit era finito in poche ore. La maggior parte dei capi di stato aveva aspettato la mattina per arrivare, temendo che un'improvvisa crisi avrebbe potuto impedire la loro venuta, mentre il Re saudita, benché consapevole dei rischi, era arrivato nella capitale tunisina con due giorni di anticipo per una visita di Stato, approfittando dell'occasione per rivedere l'ordine del giorno della riunione con il Presidente tunisino e per essere sicuro che gli interessi del suo Paese non venissero danneggiati. Potrebbe anche aver contribuito a persuadere il Presidente egiziano a partecipare nonostante il suo timore di manifestazioni contro di lui da parte di organizzazioni per i diritti umani. Abdel Fattah al Sisi è venuto e ha parlato della necessità di unirsi nella lotta al terrorismo. Il Re del Marocco ha deciso di rimanere a casa, a causa della crisi tra il suo Paese e l'Arabia Saudita dovuta alla sua decisione di lasciare la coalizione araba guidata dai sauditi contro lo Yemen; inoltre, Riyadh aveva pubblicamente condannato la posizione del Marocco sul Sahara occidentale. Nessuno di questi argomenti è stato discusso; il conflitto tra Qatar e Arabia Saudita non era all'ordine del giorno; né lo fu la riammissione della Siria, la cui appartenenza era stata congelata in seguito alla guerra civile. La sua sedia è rimasta vuota. La tradizionale dichiarazione finale comprendeva 19 articoli, a cominciare da una lunga condanna dei numerosi crimini di Israele e da un rimprovero agli Stati Uniti; il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan condannato con forza e dichiarato nullo. E’ stata sottolineata la centralità del problema palestinese per la nazione araba; così l’ottenimento della pace regionale, è stato presentato come un obiettivo strategico arabo, sulla base dell'iniziativa arabo-saudita, che comprende la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro le linee precedenti al 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Anche le iniziative israeliane in Cisgiordania sono state invalidate, in particolare le misure adottate per "giudaizzare" Gerusalemme Est e negare la sua "identità araba", comprese quelle sul Monte del Tempio e sugli scontri recenti alla Porta della Misericordia. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte dell'America è stato ampiamente ripudiato. Nel complesso, la lunga elaborazione della questione palestinese sembrava essere destinata a contrastare i commenti in Israele e in Occidente, secondo i quali ha perso la sua centralità nel mondo arabo, per lasciare che i leader si concentrino sui problemi di casa a seguito delle rivolte del 2011. L'Iran ha preso il secondo posto dopo la questione palestinese ed è stato accusato di intromettersi negli affari interni degli Stati arabi e metterli in pericolo; di incitamento religioso degli sciiti contro i musulmani sunniti; di armare le milizie e di fatto le organizzazioni terroriste attive in un certo numero di Paesi arabi. Tutte attività, secondo la dichiarazione finale, contrarie al buon vicinato e al diritto internazionale; all'Iran è stato richiesto che ritiri le sue milizie. C'è anche una condanna speciale per il lancio di missili fabbricati dall'Iran in Arabia Saudita (un riferimento ai missili lanciati dagli Houti yemeniti). Poi ci sono articoli dedicati ad altre questioni: le tre isole del Golfo appartenenti agli Emirati conquistate dall'Iran; la necessità di trovare una soluzione per la Libia e la Siria; di preservare l'integrità dell'Iraq, dove gran parte delle vie di comunicazione della sua regione settentrionale sono state conquistate dalla Turchia. La preoccupazione è stata espressa anche per l'integrità del Libano, dal momento che l'area di Shebaa Farms è ancora posseduta da Israele. Anche la Somalia, uno Stato fallito, è menzionata. L'accento è stato posto sul fatto che l'Islam è una religione di pace che non dovrebbe essere associata al terrorismo. Per quanto riguarda la cooperazione economica tra gli Stati, un elemento importante dei precedenti vertici, questa volta vi è stata solo una breve menzione, senza alcun tentativo di far progredire questa complessa questione. Complessivamente, la dichiarazione finale non era altro che un breve catalogo di alcune delle questioni con cui i Paesi arabi hanno a che fare, senza alcuno sforzo per affrontarle. C'è da chiedersi come interpretare le dure condanne di Israele e le lunghe considerazioni sul conflitto palestinese in considerazione del fatto che Israele ha relazioni a vari livelli con la maggior parte dei Paesi arabi: trattati di pace con l'Egitto e la Giordania, stretti rapporti di sicurezza con l'Arabia Saudita e gli Emirati, le visite delle delegazioni sportive e dei ministri ad Abu Dhabi; visita del Primo Ministro israeliano in Oman; collegamenti turistici con il Marocco e la Tunisia. Non è il momento di una rivalutazione del rapporto tra Israele egli Stati arabi? Il Ministro degli Esteri degli Emirati ha osato sollevare l'argomento nella sua intervista all'Agenzia Gulf News due giorni prima del summit - ma nessun altro statista ha preso il guanto. Tutti i partecipanti si sono affrettati a tornare nei loro Paesi. I media arabi hanno menzionato brevemente il summit il giorno in cui si è svolto, e il giorno seguente è stato come se non fosse mai avvenuto. Gli illustri membri non erano nemmeno riusciti a fissare una data e un luogo per il loro prossimo incontro annuale.


Zvi Mazel è stato ambasciatore in Svezia dal 2002 al 2004. Dal 1989 al1992 è stato ambasciatore d’Israele in Romania e dal 1996 al 2001 in Egitto. È stato anche al Ministero degli Esteri israeliano vice Direttore Generale per gli Affari Africani e Direttore della Divisione Est Europea e Capo del Dipartimento Nord Africano e Egiziano. La analisi di Zvi Mazel sono pubblicate in esclusiva in italiano su Informazione Corretta


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