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Zvi Mazel
Diplomazia
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Prigionieri nel pantano siriano 24/01/2018
Prigionieri nel pantano siriano
Analisi di Zvi Mazel


(Traduzione di Angelo Pezzana)

http://www.jpost.com/Middle-East/Caught-in-the-Syrian-quagmire-539411

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Erdogan, Putin: le mani sulla Siria


Vi sono tanti aspetti contrapposti nella crisi siriana che è difficile immaginare una soluzione politica consensuale che possa mettere la parola fine alla guerra. Paesi come Russia, Iran e Turchia, decisi a cogliere vantaggi strategici da un caos interminabile, si stanno ora dibattendo in un pantano, chiedendosi se verranno trascinati in un nuovo spargimento di sangue. Soltanto lo scorso novembre Russia, Iran e Siria hanno dichiarato di aver sconfitto Isis, mettendo fine al più urgente dramma siriano. Malgrado Assad, con l’aiuto di Russia, Iran e degli alleati Hezbollah e delle milizie sciite, abbia restaurato il suo potere su gran parte del paese, i problemi rimangono. Washington ha appena annunciato che aiuterà i kurdi a creare una “forza si sicurezza al confine siriano” formata da 30.000 uomini, per prevenire un rinascita dell’Isis e per controllare il confine tra Turchia e Iraq.

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Kurdi siriani


Questo nuovo esercito sarà formato da “forze democratiche siriane SDF”, una milizia composta soprattutto da soldati kurdi, gli stessi che hanno conquistato con l’aiuto dei militari Usa le città di Kobane e, dopo, Rakka, la capitale dello Stato islamico, per poi riversarsi aldilà a occidente del fiume Eufrate fino al confine con l’Iraq –in tutto 30.000 kilometri quadrati, un terzo del territorio siriano, lungo il confine turco fio a raggiungere quello iracheno. L’America è intervenuta in aiuto alla zone autonoma kurda, un’altra mossa per dividere la Siria. Un passo previsto. Avendo investito pesantemente nel SDF, Washington non rinuncerà facilmente a quanto ha incassato politicamente e militarmente lasciando che Assad si impadronisca del territorio con l’aiuto dell’Iran. L’unica domanda è perché impieghi tanto tempo. Forse perché ci sono stati tentativi di arrivare a un accordo con la Russia concernenti l’Ukraina e la Corea del Nord, non andati a buon fine. È probabile che Israele abbia fatto pressioni per impedire all’Iran di avere una presenza nella Siria del nord. Il 17 gennaio, il Segretario di Stato Tillerson ha delineato la politica americana nei confronti della Siria: “ Gli Usa manterranno una presenza militare in Siria, al fine di impedire un ritorno dell’Isis… la guerra non è ancora finita… dobbiamo restare in Siria per contrastare al-Qaeda… nella Siria del nord”. Citando al-Qaeda voleva dire Fatah e Hamas che hanno una forte presenza a Idlib. Ha ricordato che impedire all’Iran la sua pericolosa influenza non era meno importante. In breve, l’America sta adottando una nuova politica, pronta a rimanere a lungo in Siria. Immediata è stata la protesta di Turchia, Russia e Iran, insieme ad Assad, per la creazione di un nuovo esercito kurdo, anche se era chiaro che si sarebbe occupato a sostenere il SDF nel controllo dei confini. Hanno poi dichiarato che la decisione era contraria alle leggi internazionali, una ingiustificata interferenza negli affari interni siriani. Anche la delegazione dei ribelli siriani ai colloqui di Astana si oppose alla decisione americana. Erdogan andò ancora più in là dichiarando che il suo esercito avrebbe schiacciato sul nascere le truppe avversarie. Assad minacciò di abbattere gli aerei turchi che fossero entrati nello spazio aereo siriano. Ciò malgrado, i soldati turchi avanzarono verso l’enclave di Afrin nel nordovest della Siria, accanto al confine turco, l’ artiglieria sparò senza però oltrepassare il confine. In questo modo Ankara è entrata in uno scontro frontale con gli Stati Uniti, suo alleato nella NATO. Erdogan discusse poi una serie di azioni comuni con Iran e Russia.

Non sarà facile, dato che Mosca mantiene buone relazioni con i kurdi e ha truppe a Afrin. Lo stesso gli americani. La Turchia deve stare attenta a non rovinare i rapporti. Russia e Iran sono intervenute nella crisi siriana su richiesta di Assad, che però ha perduto ogni legittimità da molto tempo, il suo regime sopravvive grazie ai sistemi brutali contro il suo stesso popolo e con l’aiuto di forze straniere. Le truppe turche sono entrate in Siria due anni fa per combattere contro quella che era di fatto l’autonomia kurda, una azione contraria alle leggi internazionali. Washington sta agendo con la forza di una coalizione di 60 paesi che combattono le organizzazioni terroristiche in Siria. Fin qui, i due binari create per raggiungere una soluzione politica, sono falliti. Ci sono i colloqui di Ginevra, voluti dall’Onu sulla base della risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza del dicembre 2014, che include una roadmap e una proposta per una soluzione pacifica: formare un governo di transizione, con delegati del regime e dell’opposizione e indire le elezioni presidenziali entro due anni sotto una supervisione internazionale. Ci sono stati fin qui sette riunioni, ma senza risultati, con l’opposizione che chiede l’immediata cacciata di Assad e quest’ultimo che rifiuta rapporti diretti con l’opposizione. La Russia insiste fermamente per mantenere Assad al potere fino alle elezioni, pur avendo votato la risoluzione 2254. Mosca ha quindi iniziato un secondo percorso per superare Ginevra. Con l’appoggio di Turchia e Iran prevede sette incontri nella capitale dell0Kazakhstan Astana, per arrivare a un accordo preliminare tra regime e opposizione su una soluzione politica, affermando l’egemonia russa, iraniana e turca nel disegnare una futura mappa della Siria. Nominare quattro zone a ostilità zero, la cessazione degli attacchi contro i ribelli, anche se non è stata trovata una definizione comune per definire i ribelli. Non sono previste no-fly zone, i civili saranno salvi e i rifugiati potranno rientrare. Ma i confini delle zone non sono mai stati delineati e le truppe di Assad non hanno mai smesso di combattere con l’aiuto della Russia, dei gruppi moderati di opposizione sunnita, con la scusa che sono ribelli. Nell’ultimo incontro di dicembre a Astana, la Russia, tuttavia, ha dichiarato che i colloqui hanno fatto il loro corso, proponendo un convegno speciale a Sochi il 29-30 gennaio, con 1600 delegati provenienti da tutte le forze politiche siriane.

Le organizzazioni sunnite hanno detto che probabilmente non saranno presenti, dato che la Russia insiste nel chiedere che Assad rimanga al potere, per cui continueranno i combattimenti aerei malgrado l’accordo proposto, attaccando e uccidendo civili in modo indiscriminato. Se Sochi fallisce, Putin non potrà richiamare gran parte delle sue truppe dalla Siria, come aveva di detto di voler fare. I combattimenti continueranno e le truppe russe saranno un obiettivo da parte dei ribelli come è successo recentemente quando dei droni hanno attaccato due basi russe. La Russia affonderà ancora più profondamente nel pantano, trovandosi a dover far fronte agli interessi contrastanti di Turchia e Iran. Un intervento turco oltre il confine contro i kurdi infiammerà nuovamente la regione. Che farà la Russia? L’Iran fortificherà ancora più in profondità le sue postazioni in Siria, creando fabbriche di missili di ultima generazione diretti a minacciare Israele, innescando una guerra con Hezbollah, le milizie sciita e anche il Libano. Putin conosce bene tutti questi rischi, ma quali riposte darà? Aveva considerato questi rischi prima di entrare in Siria? Nel frattempo ci combattimenti continuano e all’orizzonte non si vedono cessate il fuoco. Assad con i suoi alleati russi e iraniani si sforza di ottenere sempre più territori ancora nelle mani dei ribelli, attaccando i civili a colpi di barili di cloro, mentre l’Occidente sta a guardare. Stati Uniti e Russia, le due super potenze, e Turchia e Iran, le due potenze islamiche regionali, sono chiusi in un mortale confronto, senza alcuna via d’uscita in vista. L’Iran lavora segretamente per arrivare al suo obiettivo, impiantare la mezzaluna sciita nel Medio Oriente. E il mondo si muove gradualmente verso una conflagrazione globale.

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Zvi Mazel è stato ambasciatore in Svezia dal 2002 al 2004. Dal 1989 al1992 è stato ambasciatore d’Israele in Romania e dal 1996 al 2001 in Egitto. È stato anche al Ministero degli Esteri israeliano vice Direttore Generale per gli Affari Africani e Direttore della Divisione Est Europea e Capo del Dipartimento Nord Africano e Egiziano. Collabora a Informazione Corretta


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