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Zvi Mazel
Diplomazia
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Egitto: tra Washington e Mosca 03/09/2017
 Egitto: tra Washington e Mosca
Analisi di Zvi Mazel

(Traduzione di Angelo Pezzana)

http://www.jpost.com/Middle-East/Egypt-Caught-between-Washington-and-Moscow-504023

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L’ultima mossa della Amministrazione Americana – cancellare una parte dell’assistenza all’Egitto e sospenderne altre a causa del mancato progresso del rispetto dei diritti umani, ha lasciato il Cairo duramente colpito e irato.
Durante la sua campagna elettorale, l’allora candidato Trump aveva sempre affermato che non sarebbe intervenuto nelle politiche interne degli altri paesi, in modo speciali quelli alleati. Totalmente in contrasto con Obama, che aveva delegittimato il presidente Sisi che aveva messo fuori legge il movimento dei Fratelli Musulmani guidati da Mohammed Morsi.
Obama aveva bloccato parte degli aiuti e ignorato le richieste per di un più consistente aiuto economico e addestramenti militari per combattere il terrorismo della guerriglia islamica nella Penisola del Sinai.
Ne risultò un forte legame con la Russia, che si dimostrò più che disponibile. Nuovi rapporti vennero creati, che aiutarono Mosca a ritornare in Medio Oriente dono una lunga assenza.

L’elezione di Trump sembrava annunciare una nuova era. Il Presidente Sisi venne invitato a Washington tre mesi dopo il cambio di guardia alla Casa Bianca, ricevuto come un alleato strategico. Ma poi, il 22 agosto, il Dipartimento di Stato annunciava che sarebbero stati tagliati 95 milioni di dollari dal bilancio annuale degli aiuti, con l’annuncio di un altro taglio di 195 milioni.
La protesta fu così forte che Trump chiamò Al Sisi il giorno successivo per confermare gli stretti legami di amicizia tra Egitto e Usa. Dopo tutto, sin dal 1977 l’Egitto ha ricevuto più di 60 miliardi di dollari quali aiuti e assistenza dall’America.

La vicenda che ha lasciato dietro di sè parecchie domande. L’Egitto non è stato avvisato e ha saputo della decisione solo quando è diventata pubblica, non potendo così predisporre subito una replica. Il Dipartimento di Stato disse di avere informato in tempo il ministro degli esteri Sameh Shukry, che però ha negato, affermando di avere ricevuto soltanto una telefonata dal Segretario Tillerson dopo che la decisione era già stata presa. Per disinnescare la tensione, un porta parola del Dipartimento di Stato disse in conferenza stampa che l’Egitto era un alleato strategico e che avrebbe ricevuto più di un miliardo di dollari nel corrente anno; l’importo non concesso era giustificato dalla recente decisione del parlamento egiziano- malgrado l’opposizione americana - di ridurre il sostegno alle attività delle Ong sui temi civili.

Nello stesso tempo, gli stretti legami tra Egitto e Corea del Nord sono un fattore di eguale preoccupazione, visti i rapporti diplomatici tra i due paesi che durano da decenni: Washington lo richiama regolarmente, ma senza risultati.
L’Egitto registra casi inquietanti in quanto a diritti umani, ma si deve ricordare che è stato un paese musulmano da 1400 anni, con una popolazione cresciuta sotto la legge della Sharia, come abbiamo visto nelle indagini degli anni recenti. La nuova costituzione, votata sotto la presidenza di Sisi, afferma che la Sharia è alla base della legislazione. Lo stesso vale in tutti gli stati arabi, dove non esiste alcuna probabilità che potranno diventare democrazie occidentali in tempi brevi.

Cosa potrebbe allora giustificare questo cambiamento? Una decisione decisa ai piani bassi da qualcuno del Dipartimento di Stato senza alcuna capacità di prevederne le conseguenze strategiche? La Casa Bianca è stata informata di questo cambiamento contrario alla politica del Presidente? È vero che la legge del 2008 ordina la sospensione di ogni aiuto militare americano a paesi colpevoli di “seri” abusi in merito ai diritti umani. Ma spetta alla Segreteria di Stato decidere quando ricorrere alla legge, avvenuto finora raramente.
C’è stato qualcuno che ha voluto mettere in imbarazzo il presidente con una azione contraria alla sua politica? Sarebbe una ennesima prova della incapacità dello staff della Casa Bianca.

L’Egitto è lo stato arabo più imortante e influente della regione, con l’esercito più grande. Ha un trattato di pace con Israele da circa 40 anni, è il leader della coalizione sunnita contro l’Iran e il terrorismo islamico e il più fedele alleato dell’America. Eppure non riuscì a impedire a Obama di delegittimare il Cairo per cercare una alleanza con Teheran, che ha condotto a un accordo sul nucleare, giudicato una pugnalata nella schiena da parte degli stati arabi moderati della regione.

Il Presidente Trump ha cercato di riparare il danno, ma finora con scarso successo. Ciò che è chiaro a tutti è che il presidente egiziano, coinvolto in una difficile guerra contro il terrorismo islamico e la rivolta nel Sinai – che minaccia anche Israele- ha bisogno dell’assistenza americana più che mai. Ha iniziato grandi riforme economiche, più che mai necessarie ma impopolari, che possono indebolire il regime. In più sta cercando di cancellare le interpretazioni estremiste nell’insegnamento dell’islam. Questi aspetti avrebbero dovuto essere stati presi in considerazione dal Dipartimento di Stato.

L’Egitto si sente tradito e offeso ancora una volta, come si evince dalle proteste dei partiti, dai membri del parlamento e dai commenti della pubblica opinione. A queste proteste non si è unito il presidente Al Sisi, che ha scritto a Trump di considerare l’America un partner strategico; ha poi ricevuto con tutti gli onori la delegazione americana guidata da Jared Kushner, ignorando le richieste di chi ne voleva la cancellazione. Eppure c’è un sentimento che, malgrado le proteste, crede che il nuovo presidente americano non meriti fiducia e che i legami con la Russia vadano perseguiti.
Il capo della “Rosatom Russia’s State Atomic energy cooperation” è arrivato al Cairo per definire l’accordo per la costruzione di un impianto nucleare sulla costa mediterranea di Alessandria del valore di 27 miliardi di dollari, un progetto finanziato a lungo termine dalla Russia e con bassi interessi.
Proseguono anche cooperazioni militari e vendita di equipaggiamenti e esercitazioni militari sottoscritti dall’Amministrazione Obama.
Vi è anche un progetto di costruire a Porto Said sul canale di Suez una zona duty-free. Questo l'accordo: L’Egitto si allinea alle posizioni russe sulla Siria, aiutandone la penetrazione in Libia. Rafforzerà anche i legami con la Cina, che, come la Russia, prenderà sempre più le distanze da Washington.

In questo frangente la nuova Amministrazione americana sembra non sapere ciò che vuole, come si evince dagli ultimi avvenimenti. Non sono buone notizie per la Coalizione sunnita – e per Israele, sempre più preoccupata per la mancata risposta americana all’invasione iraniana.

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Zvi Mazel è stato ambasciatore in Svezia dal 2002 al 2004. Dal 1989 al 1992 è stato ambasciatore d’Israele in Romania e dal 1996 al 2001 in Egitto. È stato anche al Ministero degli Esteri israeliano vice Direttore Generale per gli Affari Africani e Direttore della Divisione Est Europea e Capo del Dipartimento Nord Africano e Egiziano. Collabora a Informazione Corretta

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