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Zvi Mazel
Diplomazia
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Dopo Ginevra: Iran più forte, America più debole e una regione sull’orlo dell’abisso 08/12/2013

Dopo Ginevra: Iran più forte, America più debole e una regione sull’orlo dell’abisso
commento di Zvi Mazel


 (Traduzione di Angelo Pezzana)

http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/After-Geneva-A-stronger-Iran-a-w



Ginevra, la vittoria dell'Iran

 Tre anni fa, nel maggio 2010, l’agenzia Irna della Repubblica islamica, diede notizia di una serie di incidenti che coinvolgevano gli Emirati del Golfo.
“ Non c’è altro leone nella regione, tranne quello accovacciato sulle rive davanti agli Emirati. Protegge la sua tana, il Golfo Persico. Chi crede che ci sia un altro leone nella zona (gli Usa),sappia che le sue zanne e artigli li ha spezzati in Iraq, Afghanistan, Libano e Palestina. Dalle sue incursioni di caccia non c’è da aspettarsi niente di buono. Sta solo contando i giorni che lo dividono dal momento in cui troverà una via di fuga, sempre che la trovi. Iran, Emirati e gli altri paesi della regione saranno sempre legati dalla vicinanza grografica.”

Oggi quelle parole sono diventate reali. Gli accordi di Ginevra appaiono un altro passo della dipartita dell’America dal Medio Oriente, piuttosto che uno sforzo genuino per fermare la corsa dell’Iran verso l’arma nucleare. Arabia Saudita e i Paesi del Golfo si stanno appena riprendendo dallo shock. La relazione speciale tra Washington e Riad è stata un punto centrale della politica americana nel Golfo e in Medio Oriente per almeno un secolo. Gli Usa avevano bisogno del petrolio saudita e vie sicure attraverso il Golfo, per questo avevano dotato la monarchia di armamenti sofisticati. Anche gli Stati del Golfo si sentivano al sicuro grazie alla speciale relazione che durava da decenni. Con la caduta dello Shah e l’arrivo di Khomeini nel 1979, l’Iran è diventato la minaccia più grave alla sicurezza del Golfo, mentre l’America era la difesa contro le attività sovversive dell’Iran. Questo tempo è arrivato alla fine.

Quel che è successo a Ginevra arriva dopo una serie di passi che dimostrano la decisa volontà del presidente americano di prendere le distanze dalla regione: l’uscita dall’Iraq e dall’Afghanistan senza aver raggiunto alcun successo, l’ abbandono di Mubaraq, il sostegno ai Fratelli Musulmani e persino aver voltato le spalle al nuovo regime egiziano che combatte l’estremismo islamico, l’indecisione su cosa fare in Siria e le notizie recenti di contatti segreti con Hezbollah e con i gruppi radicali in Siria, visti insieme, questi passi mirano a una strategia ben precisa e a un cambiamento di posizione. Il fronte pragmatico anti iraniano che univa Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, Egitto – con Israele quale alleato anche se non in vista – non esiste più.

Si era già frantumato seriamente quando Obama aveva abbandonato il suo vecchio alleato Mubarak nel gennaio 2011, affrettando così la sua caduta. Gli accordi di Ginevra hanno segnato il definitivo rintocco funebre. L’Iran non è più il nemico dell’America, che lo vede come un alleato nel ridisegnare il Medio Oriente. In più, gli accordi appaiono come il risultato di colloqui segreti tra Teheran e Washington con la mediazione dell’Oman, che hanno fatto capire agli iraniani che Obama è pronto ad abbandonare la partita andandosene dal Medio Oriente , come avevano sospettato da tempo. Per cui hanno ottenuto notevoli risultati. Le infrastrutture nucleari sono rimaste intatte; l’Occidente riconosce il loro diritto di arricchire l’uranio – in forte contraddizione con le sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza all’interno dell’articolo 7 della carta delle Nazioni Unite, il che equivale a cancellare le varie risoluzioni sulle minacce di sanzioni, incluso l’uso della forza nel caso non venissero rispettate. Considerando i record raggiunti dall’Iran nell’ implementare queste risoluzioni, c’è da dubitare che si comporti diversamente dopo gli accordi di Ginevra. Come non ci sono dubbi sull’accordo ‘finale’ che seguirà il ‘preliminare’. In cambio di praticamente nessuna concessione da parte dell’Iran, gli Usa e l’Unione europea hanno accettato di alleggerire le sanzioni che stavano strangolando l’economia iraniana. Se fossero state mantenute, avrebbero prodotto dei risultati. Mentre le compagnie internazionali stanno oggi preparandosi a riallacciare i rapporti commerciali con l’Iran. Un processo che difficilmente si potrà fermare e impossibile da revocare.

 Gli accordi significano poi per l’Arabia Saudita che all’Iran è stato concesso un tacito via libera di continuare le sue attività sovversive nel Golfo, causando una minaccia diretta alla stabilità della monarchia. L’opposizione, che da lungo tempo richiedeva l’instaurazione di una monarchia costituzionale aumenterà i propri sforzi mentre la minoranza sciita chiederà di migliorare la propria condizione. Al Qaeda riprenderà gli attacchi, mentre va ricordato che l’Arabia Saudita, essendo un argine dell’islam sunnita, si trova ad affrontare l’Iran sciita non solo nel Golfo ma anche in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Lo si è visto purtroppo poche settimane fa, quando le milizie sciite pro-Iran hanno aperto il fuoco sul confine saudita. Riad non ha nemmeno dimenticato il fallito tentativo di assassinare il proprio ambasciatore a Washington da parte di emissari iraniani. Arabia Saudita ed Emirati del Golfo non sono nemmeno più sicuri che l’America manterrà la sua presenza militare nell’area per garantire i trasporti del petrolio. L’Iran si sta imponendo con quella che giudica già una sua prima vittoria, aver fatto capire ai vicini del Golfo la propria superiorità militare e tecnologica, alla quale sono adesso esposti.

Teheran ha ricevuto il ministro degli esteri degli Emirati mentre il proprio ministro degli esteri Jawad Zarif si è recato negli Stati del Golfo con un tour molto pubblicizzato. Si è recato in Kuweit,Qatar, negli Emirati Uniti e nell’Oman, e ha in programma la visita in Arabia Saudita. Come offerta di pace, ha dichiarato che il suo Paese era pronto a discutere il destino delle tre isole dello Stretto di Hormuz, da anni contese agli Emirati. In ogni caso Zarif non ha cancellato la minaccia di invadere il Barhain, né ha tranquillizzato gli Stati del Golfo dal temere le attività sovversive delle loro minoranze sciite.

L’Iran sta agendo nella regione con la mano pesante. Ci potranno essere tentativi di dialogo nei mesi prossimi, ma l’Arabia Saudita si può trovare senza alternative se non dare inizio a un proprio programma nucleare. Infatti la monarchia ha intessuto colloqui preliminari con la Russia sulla base di interessi comuni, come la lotta ai Fratelli Musulmani e il sostegno al nuovo regime egiziano, senza contare altri possibili sviluppi. In quanto all’Egitto, il più vasto paese arabo, è probabile che intenda sviluppare anch’esso un progetto nucleare autonomo. I nuovi capi hanno dichiarato che intendono indire una gara per una centrale nucleare a Dabaa, un’area che Mubarak aveva scelto per costruirvi centrali elettriche.

Preoccupa il fatto che gli Stati Uniti non rappresentino più un fattore di stabilità in Medio Oriente. Questo incrementerà i gruppi radicali – dall’Iran ai Fratelli Musulmani e anche i movimenti Salafiti – che percepiscono la crescente debolezza dell’Occidente. Il risultato è che gli alleati tradizionali dell’America sono fortemente preoccupati, malgrado gli sforzi di Chuck Hagel, questa settimana in Barhain per assicurae la continuità dell’appoggio militare. La Russia è protagonista di uno spettacolare ritorno nella regione, mentre una nuova corsa alle armi nucleari sta iniziando

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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