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Zvi Mazel
Diplomazia
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Obama: altri 4 anni. Visti dal Medio Oriente 13/11/2012

" Obama: altri 4 anni. Visti dal Medio Oriente "
di Zvi Mazel


Zvi Mazel                          Barack Obama

La politica mediorientale di Obama non era un argomento facile per la sua rielezione. Malgrado tutti i suoi sforzi, dai discorsi del Cairo e Ankara, fino al suo appoggio convinto alla Primavera araba, per non parlare del massiccio contributo alle operazioni militari che hanno portato alla caduta di Gheddafi, mai l’America è stata così malvista nel mondo arabo. Egitto compreso, malgrado  Obama avesse abbandonato Mubarak, suo alleato di lunga data, e gli avesse intimato, senza mezzi termini, un “Vattene, vattene subito!” fin dai primi giorni della rivolta. Le istituzioni americane sono state attaccate in Libia, Tunisia ed Egitto, mentre la retorica anti-americana diventa sempre più pesante.
Obama ha onorato l’impegno di George W. Bush portando  "a casa i ragazzi” dall’Iraq, ma ha lasciato nel caos il paese distrutto dalla guerra, con il terrorismo di Al Qaeda in crescita e una lotta sempre più spietata tra le fazioni  sciite e sunnite, mentre  il governo centrale non riesce a ristabilire il controllo del paese  com'era prima della guerra. Quest’area del Medio Oriente si aprirà ora a una sempre maggiore influenza dell’Iran. In Afghanistan, da quando gli Usa  hanno annunciato che si ritireranno nel 2014,  le truppe americane con i loro alleati sono impegnate in un conflitto contro i talebani che pare non avere fine. Per quanto riguarda l’Iran, Obama si era astenuto dall’incoraggiare le masse popolari che avevano invaso le strade per protestare contro le elezioni presidenziali fraudolente del 2009, subendo violente repressioni dalle forze di sicurezza. Invece di contribuire alla caduta degli ayatollah, Obama ha favorito la repressione dell’opposizione.  La sua posizione riguardo le armi nucleari è rimasta ondivaga per lungo tempo, e malgrado le sanzioni incidano sull'economia del paese, non hanno affatto scoraggiato gli iraniani. Come è successo peraltro anche con  la sua dichiarazione ”tutte le opzioni sono sul tavolo”. Era chiaro a tutti che il Presidente, dovendo affrontare una difficile campagna per essere rieletto, con i soldati ancora in Iraq e in Afghanistan, non avrebbe potuto affrontare l’apertura di un altro fronte, provocando l'aumento della tensione  tra Washington e Gerusalemme. La sua politica è stata ambigua, da un lato aveva proclamato che non esisteva alcun terrorismo islamico, chiedendo la cancellazione di questa parola da tutti  i  manuali della CIA; dall’altro, con i suoi alleati, ha combattuto Al Qaeda con molta forza. Ha aggiornato i servizi di intelligence, ha inviato forze speciali e usato droni per colpire leader terroristi; trovare e uccidere Osama Bin Laden è stato il suo successo più strepitoso. Eppure si ostina a chiamare  " canaglie" i nemici degli  Stati Uniti, sostenendo che non rappresentavano l’Islam, anche se questi nemici dichiarano di lottare in nome dell’Islam e di essere sempre sostenuti  dai paesi islamici. La morte di Bin Laden abbia innescato un’ondata di condanna anti-americana sui media arabi.

E adesso? Può una politica forte scoraggiare i nemici dell’America, senza l'intervento dell'esercito ? Può una diplomazia aggressiva, sostenuta da una larga coalizione, risolvere i problemi del Medio Oriente? E l’Iran? Obama pare determinato a bloccarne il  programma nucleare con negoziati e con una qualche sorta di accordo: fine delle sanzioni e dell’isolamento,  abbinato ad assistenza economica e  al ripristino di nuove relazioni diplomatiche. Il pericolo è che sotto la copertura di lunghe trattative, l’Iran possa continuare a promuovere il  programma nucleare  e portarlo così vicino al compimento, obbligando Israele ad agire. La cooperazione tra Obama e Netanyahu sarà sufficientemente salda per evitare queto scenario? Come si comporteranno gli alleati tradizionali dell’America, Arabia Saudita e Stati del Golfo, che hanno fiducia nella forza dell’America e  vedono nell’Iran una minaccia alla loro indipendenza ?.  E la questione palestinese? Obama spingerà di nuovo Israele a fare concessioni, come il congelamento delle costruzioni negli insediamenti e accettare i cosiddetti confini pre-1967, che in realtà sono le linee del cessate il fuoco della Guerra di Indipendenza di Israele del 1948? Chiederà ai palestinesi di assumere un atteggiamento più conforme alla realtà e di ritornare al tavolo dei negoziati senza pre-condizioni ? In quanto alla Siria,  il Presidente americano sarà in grado di convincere Russia e Cina a far parte di una coalizione che costringa Bashar Assad ad accettare un compromesso? In caso contrario, sarà pronto ad agire da solo e  proteggere i civili con una no-fly zone, o armare i ribelli, con il rischio che le armi e le munizioni possano cadere nelle mani dei Salafiti o dei militanti di Al Qaeda che operano in Siria? Non ci sono risposte facili, Obama dovrà fare delle scelte difficili, se non vorrà che l’America perda la credibilità che ancora può vantare nella regione.

Obama è certamente preoccupato per gli sviluppi della  Primavera araba. I Fratelli musulmani hanno preso il controllo in Tunisia ed Egitto, la loro influenza si fa sentire sempre di più in Siria, Giordania e Libia, dove il regime è pericolosamente vicino a perdere il controllo del paese, ne è testimone l’attacco al consolato americano di Bengasi. Anche se l’amministrazione di Obama aveva avviato un dialogo con la Fratellanza già prima che cadesse Mubaraq, c’è poco in comune tra un paese che ha per modello la democrazia e il sistema di leggi della Shari'a che i Fratelli cercano di imporre. L’Egitto continuerà ad essere alleato dell’America nel Medio Oriente e a mantenere la pace con Israele?

Nel suo discorso dopo la  vittoria, il Presidente ha sottolineato che la sua prima priorità sarà rivolta all’economia del paese. Ciò non significa però che l’America tornerà ai livelli di politica isolazionista pre - guerra. Oggi, sia la sicurezza che l’economia del paese sono fortemente influenzati da ciò che accade nel resto del mondo e in particolare in Medio Oriente. Obama ha detto che l’esercito degli Stati Uniti sarebbe rimasto il più forte che il mondo abbia mai conosciuto, ma che avrebbe cercato di raggiungere la pace sulla base del rispetto della libertà e dei diritti umani. Ha anche aggiunto che intende liberare l’America dalla dipendenza dal petrolio. Voleva alludere al fatto che il mondo arabo con i suoi conflitti sta diventando un problema troppo grave e che l’America vuole defilarsi? Ambizione meritevole, ma che richiederebbe troppo tempo. Intanto, occorre affrontare il terrorismo islamico, Iran, Iraq e Afghanistan, Al Qaeda, Salafiti e Fratelli musulmani, ed è sempre probabile che scoppi una nuova guerra.

Anche se i media arabi sono ancora tutti unanimi nel rimproverare a Obama le sue posizioni filo-sioniste, insieme alla sua predisposizione a favore di Israele, i leader arabi all’unisono si sono congratulati con lui per la rielezione, sottolineando la loro speranza che  possa portare la pace in Medio Oriente, e “una fine dell’occupazione e la creazione di uno Stato palestinese”, mentre  I leader palestinesi hanno chiesto il suo appoggio per essere riconosciuti in seno all’Assemblea Generale dell’ONU.  Il  rappresentante palestinese all’ONU ha respinto la richiesta di Susan Rice di attendere ancora, un chiaro esempio dell’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti. Ma non è l’unico. I Talebani stanno chiedendo a Obama di ammettere il  fallimento americano e di ritirare immediatamente le truppe dall’Afghanistan, mentre  il Ministro degli Affari Esteri sudanese gli ha chiesto di cancellare le sanzioni imposte al suo paese per il genocidio nel Darfur.

Sarà Obama in grado di trovare una strada sicura su questo campo minato? Si può solo sperare…

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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