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Zvi Mazel
Diplomazia
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Con Morsi l’Egitto cambia rotta 26/09/2012

Con Morsi l’Egitto cambia rotta
Analisi di Zvi Mazel

(Tradizione di Yehudit Weisz) 


Zvi Mazel       Mohamed Morsi

Il Presidente egiziano sta impostando una nuova politica estera: vuole finalmente realizzare il sogno dei Fratelli Musulmani e insediare un potente fronte islamico in Medio Oriente. Il problema non è più  di restare a capo di un gruppo di paesi arabi pragmatici che di norma devono scontrarsi con l’Iran; l’Egitto discute con Iran e Arabia Saudita sulla costituzione di un’entità islamica guidata dai Fratelli. Il problema è che la regione è oggi in grande subbuglio e ciò rende il progetto un’utopia. In Somalia e in Iraq, in Yemen e in Libia, in Sudan e in Siria i governi centrali devono affrontare guerre civili o rivolte tribali e non sono più in grado di assicurare l’ordine pubblico. Persino in Egitto i Fratelli Musulmani hanno bisogno di tempo per consolidare la propria influenza. Tanto è vero che se la “ Primavera Araba”, così frettolosamente definita, ha portato la Fratellanza al potere in tanti paesi, nondimeno è riuscita a risvegliare la sfera d’influenza degli estremisti salafiti che non facilitano di certo il progetto dei Fratelli di imporre la shari’a con melliflua gradualità aderendo all’unione dei paesi musulmani.

Morsi sa benissimo che l’Iran sciita minaccia l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, e che gli ayatollah si servono di Siria ed Hezbollah per fomentare disordini in Medio Oriente. Non è certo semplice restare in buoni rapporti con Teheran e con Ryad. Il Presidente egiziano per i suoi primi due viaggi ha scelto l’Arabia Saudita, dove si è tenuta la Conferenza Islamica e Teheran, dove ha avuto luogo la riunione dei “Paesi  Non Allineati”.  Incontri in cui, a suo tempo, Mubarak non si dava neppure la pena di presenziare, ma si faceva sostituire del suo Ministro degli Affari Esteri. Morsi, ha invece bisogno di questi due paesi. Non si è accontentato di chiedere l’assistenza finanziaria all’Arabia ma ha cercato di sapere a quali condizioni il regno avrebbe potuto affrontare un dialogo con l’Iran. Ha persino lanciato l’idea di creare una “cellula di contatti islamici” con Egitto, Arabia Saudita, Iran e Turchia, per affrontare il problema della Siria, dimostrando così  che le nazioni islamiche, nonostante le loro divergenze, sono in grado di fare fronte comune. Poi, a Teheran, al termine dell’incontro tra Morsi e Ahmadinejad, i due dirigenti hanno affermato in un comunicato comune, che l’Egitto e l’Iran erano partner strategici. Cosa che non ha impedito al Presidente egiziano di sottolineare davanti ai “Paesi Non Allineati”, che l’Egitto sostiene i ribelli siriani, in contraddizione con la posizione iraniana.  A dire il vero non aveva scelta, perchè  Fratelli Musulmani e  Salafiti sono la punta di diamante di questa rivolta. In seguito Morsi ha chiesto le dimissioni di Assad continuando a ripetere che l’Iran non è nemico dell’Egitto, e che sarebbe stato consultato per l’avvenire della Siria. Per farla breve, il cammino di avvicinamento dell’Egitto all’Iran è seminato d’insidie ma Morsi crede con convinzione che  sia di mutuo interesse, dato che insieme sarebbero più forti nell’ affrontare l’occidente. Una convinzione che ha radici ben salde nella sua fede religiosa. D’altronde è citando versetti del Corano, che Morsi ha cominciato il suo discorso davanti ai “Paesi Non Allineati”, paesi che in maggioranza non sono né musulmani né fondati sulla religione;  voleva infatti mettere in risalto che l’Islam è il cuore della sua politica estera, ritenendo che su queste basi,  l’estremismo sunnita del Cairo potrebbe trovare un terreno d’intesa con la potenza sciita dell’Iran.

Intanto, la riunione della “cellula di contatto islamico” al Cairo della scorsa settimana si è conclusa con un insuccesso (provvisorio?), perchè l’Arabia Saudita non aveva inviato alcun delegato. Ufficialmente il Ministro degli Affari Esteri reduce da un intervento, non era in grado di presenziare; ma sarebbe potuto venire  un’altra personalità in rappresentanza del Regno. Il fatto è che i Sauditi non sono molto entusiasti di sedersi allo stesso tavolo con gli iraniani e vorrebbero delle garanzie. Non dimentichiamo che i Sauditi diffidano anche dei Fratelli Musulmani, responsabili della grave crisi tra il Regno e l’Occidente. Quando i Fratelli egiziani, in fuga dalle persecuzioni di Nasser, che aveva ucciso i loro capi e messo in carcere i militanti, a decine di migliaia si erano rifugiati in Arabia Saudita, furono accolti a braccia aperte. L’Islam wahhabita non aveva mai cercato di convertire l’Occidente, ma Said Ramadan, ex segretario particolare del fondatore della Confraternita, Hassan el Banna, riuscì a convincere il re Saud a creare nel 1961 la Lega Mondiale Islamica allo scopo di costruire moschee e centri islamici in Occidente, gettando così le basi dell’espansione dell’Islam nel mondo occidentale e della comparsa di movimenti estremisti terroristi. Quando nel 2001 i sauditi scoprirono che su 18 terroristi responsabili dell’attacco dell’11 settembre a Manhattan, ben 16 erano  loro connazionali, espulsero tutti i fratelli perché  avevano messo in pericolo i solidi legami tra Washington e Ryad e minacciato la stabilità del Regno. La maggioranza dei fratelli trovò riparo in Qatar. I sauditi hanno un pessimo ricordo di questo episodio e Morsi avrà un bel da fare per rassicurarli, ma soprattutto per arrivare a un modus vivendi tra Ryad e Teheran. Ma lui è ostinato…

La settimana scorsa si è avvicinato ancora di più a Teheran, appoggiando l’iniziativa iraniana alla riunione dell’Agenzia di Sicurezza Nucleare per chiedere all’Agenzia di occuparsi del disarmo nucleare mondiale. Tutte le grandi potenze si erano opposte a questa iniziativa il cui obiettivo trasparente era  distogliere l’Agenzia dal suo vero compito, quello cioè di controllare l’applicazione del Trattato di Non Proliferazione firmato da 155 paesi. D’altronde l’Egitto conta di sviluppare un proprio programma nucleare, allo scopo di avere centrali nucleari in grado di fornire l’elettricità necessaria per i bisogni di una popolazione, che nel 2025 arriverà ai cento milioni. Questo programma era già stato delineato da Mubarak, ma Morsi, che non vuole farsi superare dall’Iran, guarda più lontano.  D’altra parte certi dirigenti della fratellanza evocano persino l’arma nucleare “per intimidire il nemico” come dice il loro pensatore e mentore, Yusuf Qaradawi.

E’ nel contesto di questo rovesciamento di alleanze che si deve analizzare la reazione del Presidente egiziano quando al Cairo fu attaccata l’Ambasciata USA. La manifestazione era stata annunciata, ma la sicurezza non era stata rafforzata attorno all’edificio. La polizia non si è mossa quando i manifestanti hanno scavalcato il muro, hanno afferrato la bandiera e l’hanno calpestata. In un primo momento Morsi non ha detto una parola di condanna per l’attacco; c’è voluta una telefonata del Presidente Obama perché pronunciasse a denti stretti, parole di biasimo. In un’intervista rilasciata alla vigilia della sua partenza verso l’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, il Presidente egiziano ha dichiarato che se gli americani vogliono calmare l’ira degli arabi, devono cambiare atteggiamento e rispettare il mondo arabo e i suoi valori, anche se sono contrari ai valori dell’Occidente!!! E per quel che concerne il trattato di pace con Israele, ha detto, gli USA ci domandano di rispettarli ma gli americani devono rispettare prima gli Accordi di Camp David e risolvere il problema dei palestinesi. Occorre ricordargli che il trattato firmato tra Egitto e Israele sotto gli auspici degli Stati Uniti è assolutamente indipendente e che d’altronde sono i palestinesi che all’epoca avevano rifiutato di venire a negoziare.  Ci furono inoltre  gli Accordi di Oslo, firmati da israeliani e palestinesi.

Il presidente egiziano si comporta come se non temesse che gli americani sospendano o annullino i loro finanziamenti, che ammontano a un miliardo e mezzo di dollari l’anno. Forse è convinto che i paesi arabi e lo stesso Iran sostituiranno gli Usa. D’altra parte  sa bene che l’Occidente ha dimostrato più volte di non voler rischiare  scontri con l’Islam. In una parola, Morsi è convinto che sarà l’America a cedere. E’ in questo contesto che si deve considerare la dichiarazione rilasciata da un membro del Consiglio Supremo delle Forze Armate l’indomani del nuovo attentato lanciato contro le forze israeliane nel Sinai: Il Cairo non esiterà a “tagliare il braccio” di qualsiasi aggressore se Israele tentasse anche la minima operazione nel Sinai…

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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