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Zvi Mazel
Diplomazia
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Cairo - Bengasi: cronaca di un dramma annunciato 15/09/2012

INFORMAZIONE CORRETTA - Zvi Mazel : " Cairo - Bengasi: cronaca di un dramma annunciato "
(Traduzione di Laura Camis de Fonseca)


Zvi Mazel

L’11 settembre, mentre l’America si raccoglieva nel ricordo delle tremila vittime degli attentati di 11 anni fa,  folle irose si raccoglievano davanti all’ambasciata americana al Cairo e al consolato di Bengasi, in Libia. 
Nel 2001 il presidente George W. Bush dichiarò guerra al terrorismo islamico. Oggi la situazione è più complessa.  Certamente la lotta continua anche col presidente Obama.  Osama Bin Laden è stato eliminato e i droni americani bersagliano dal cielo i capi dei terroristi in Afghanistan, in Pakistan e in Yemen.  Obama cerca di conquistare i cuori degli Arabi e dei Musulmani.  Basta ascoltare i suoi discorsi ad Ankara e al Cairo.  Facendo spallucce alla vera storia degli Stati Uniti, Obama evoca il contributo dell’Islam allo sviluppo e al progresso dell’America. Peggio ancora, rifiuta di parlare di terrorismo islamico e parla di ‘criminali’ senza nome.  I manuali per l’esercito americano e per altre agenzie, la CIA ad esempio,  non parlano più di tale terrorismo.  Nel frattempo i terroristi e le loro organizzazioni proclamano ogni giorno di battersi in nome dell’Islam e per l’Islam, e di aver come obbiettivo la distruzione del loro maggiore nemico – quella democrazia di cui gli Stati Uniti sono il simbolo.  E’ chiaramente difficile combattere un avversario fanatico e determinato come  il terrorismo islamico rifiutandosi di  identificarne sia la natura sia gli obbiettivi. 
Gli Americani si battono  dunque contro nemici ‘anonimi’ nei paesi arabi o musulmani,  facendo del loro meglio per riconciliarsi con l’ideologia che in quei paesi ha dato origine al terrorismo  assassino.  Il dramma dell’11 settembre è in larga misura il frutto di tale ambiguità.  Il presidente Obama ha voluto credere di premunirsi contro il terrorismo attraverso il dialogo con i Fratelli Musulmani,  il sostegno dato per rovesciare il vecchio alleato Mubarak e  il contributo NATO al successo della ribellione contro Gheddafi.  Non ha voluto vedere che l’Islam si oppone ai valori democratici – pluralismo, libertà d’espressione, pari diritti per le donne, libertà di religione -  di cui l’America è simbolo.  Perciò non ha pensato fosse necessario rafforzare la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche americane nel mondo, in particolar modo in Medio Oriente,  l’11 settembre.  Eppure è ben noto che ogni sinistro anniversario è l’occasione per nuovi attentati.  Israele lo sa e prende sempre misure straordinarie in occasione di date fatidiche.
Eppure si sapeva che sarebbe successo qualche cosa. Al Cairo il quotidiano al Fajr aveva pubblicato il 10 un comunicato di varie organizzazioni  jihadiste –  Jihad Islamico, Gamaal Islamiya e altre -  che annunciava di voler incendiare l’ambasciata americana e prendere in ostaggio i suoi diplomatici  se gli USA non avessero rimesso in libertà  i militanti detenuti a Guantanamo e lo sceicco cieco Abdel Rahman, loro capo spirituale,  colui che  diede la sua benedizione sia all’assassinio di Sadat sia al primo attentato al World Center nel 1991, e che  ora è  all’ergastolo.  Se i giornali avevano  questa informazione, è ragionevole pensare che l’avessero anche i servizi segreti egiziani e americani!  Ma c’è  ancora altro.  La mattina dell’11 è stato diffuso per le vie  e sui giornali  l’annuncio di una grande manifestazione davanti all’ambasciata a partire dalle ore 17,  per protestare contro un film giudicato blasfemo nei confronti del profeta Maometto.  Film di cui nessuno aveva mai sentito parlare – prodotto  negli USA da un Egiziano copto.   Ma la sicurezza dell’ambasciata non venne rinforzata.  C’è da chiedersi perchè il presidente Obama non ha preso il telefono  per chiedere a Morsy  di rendersi garante della sicurezza della sede diplomatica, e perchè  il presidente egiziano non ci ha pensato in proprio.  Quando la manifestazione è degenerata, le forze di sicurezza egiziane hanno reagito fiaccamente,  lasciando che i manifestanti si arrampicassero sui muri e  togliessero la bandiera  americana per issare il drappo nero dei Salafiti. La bandiera americana è stata calpestata e bruciata, come  quella israeliana durante l’assalto all’ambasciata di un anno fa.  E’ noto che il giovane egiziano che allora  strappò la bandiera  è diventato un eroe nazionale elogiato dai giornali  e  premiato dal  governatore di Giza… 
Sfortunatamente  in Libia  è andata ancora peggio.  Il consolato è stato ridotto in cenere  e quattro Americani sono stati assassinati,  incluso l’Ambasciatore che vi si trovava in visita, un amico sincero del popolo libico.  Ora si sa che l’attacco era stato preparato da tempo e probabilmente non aveva nulla a che fare con il film.  Gli assalitori avevano armi pesanti  e c’è da chiedersi come mai  le autorità locali ed i loro informatori – per non parlare dei servizi segreti americani – non avessero nè visto nè saputo niente.  Per altro il vice-ministro libico degli interni non si è trattenuto dal  rimproverare agli Americani – con una dose di mala fede – di non aver preso le misure necessarie per la protezione del consolato e di non aver previsto  un sistema di evacuazion in caso di necessità. 
 Venuta a conoscenza della manifestazione, la delegazione  americana al Cairo si  è accontentata di esprimere condanna per il film, come per altro ha fatto Hillary Clinton dopo l’attacco.   Il Segretario di Stato si è poi chiesta ad alta voce davanti ai giornalisti come i Libici avessero potuto assassinare l’Ambasciatore dopo  tutto quello che l’America aveva fatto per loro… mostrando  così di non aver capito nulla dell’Islam e dei suoi obbiettivi, così come il Presidente.  Poi abbiamo sentito  Obama condannare gli autori del film subito dopo aver condannato il quadruplo assassinio, e promettere  di collaborare con la Libia  per trovare i ‘criminali’.   Si ha  l’impressione che abbia quasi avuto più peso la condanna del film che la condanna dell’assalto.  E questo dà adito a due considerazioni.  Primo: non è  detto che sia stato il film il  motivo dell’attacco  dell’11 settembre al consolato.  Secondo:  la libertà di espressione è un valore fondamentale,  ancorato  nella costituzione americana;  perchè  dunque i dirigenti americani si  scomodano tanto a scusarsi con i terroristi,  come se riconoscessero che l’America è ‘colpevole’  per aver prodotto il film?
E’ un triste risveglio per chi  credeva o voleva credere  che la ‘primavera araba’ avrebbe  visto i paesi arabi  incamminarsi  sulla via della democrazia.   E’ il contrario. I valori democratici e liberali sono ancora estranei alle tradizioni arabe e islamiche.  Il mondo arabo si  dirige sempre più verso dittature religiose. I Fratelli Musulmani e i Salafiti lo trascinano in un abisso di estremismo e di instabilità.
Rimane da capire che reazione avrà l’occidente,  soprattutto che cosa farà l’America.  Il presidente Obama ha dichiarato giovedì 13 settembre che l’Egitto non è più amico dell’America.  Forse è un primo passo.


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