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Zvi Mazel
Diplomazia
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Egitto: lo scontro finale 01/06/2012

Egitto: lo scontro finale
Analisi di Zvi Mazel
(Traduzione di Giovanni Quer)


Zvi Mazel


Ahmed Shafiq, Mohamed Morsi

A un anno e mezzo dall'inizio della rivoluzione, le grandi speranze sono tramontate. Il secondo turno delle presidenziali sarà decisivo: Mohammed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani, o Ahmed Shafiq, ex comandante in capo dell'aviazione, ultimo primo ministro di Mubarak e candidato "indipendente", rappresentante dell'ancien régime e vicino all'esercito.

Gli elettori hanno cercato invano un leader carismatico, e non trovando una nuova figura politica foriera di speranze, hanno votato nel disordine: Morsi ha preso il 24,7%, Shafiq il 23,6% mentre gli altri candidati, Amr Moussa e Abdel Fotouh, hanno ricevuto rispettivamente l'11% e il 17% dei voti. Fotouh era considerato dagli occidentali un candidato moderato, ma gli egiziani non si sono lasciati ingannare, sapendo che rappresentava invece l'Islam puro e duro. La sorpresa è stato Hamdin Sabbahi, candidato del partito neo-nassiriano Karame, dell'estrema sinistra nazionalista pan-araba che proponeva di cancellare il trattai di pace con Israele, arrivato terzo col 20,7% dei voti.

Nella campagna elettorale per il primo turno delle elezioni, Morsi dichiarava chiaramente di voler instaurare un regime basato sulla shari'a, per poi ristabilire il califfato e conquistare Gerusalemme; ma oggi cambia i toni per poter avere più voti. Secondo Al Jazeera, il canale che appoggia i Fratelli Musulmani ovunque nel Medio Oriente, Morsi si impegnerebbe a circondarsi di vice-presidenti e consiglieri che rappresentano i giovani della rivoluzione, le donne e i copti... per creare un'ampia coalizione di governo il cui capo non sarà per forza un esponente dei Fratelli Musulmani. Si impegnerebbe altresì a rivedere la composizione dell'assemblea costituente per garantire la rappresentanza di tutte le correnti. Infine, il suo partito assicurerebbe il rispetto dei diritti dell'uomo, compresi quelli delle donne, che potranno lavorare e vestirsi come vogliono, e quelli dei copti, che godranno di eguaglianza totale.

Questo bel discorso è in contraddizione non solo con quanto Morsi diceva prima del primo turno di elezioni, ma soprattutto è incompatibile con i principi fondamentali dei Fratelli Musulmani: applicazione rigida della shari'a, supremazia dell'Islam sulle altre religioni, rifiuto di una legislazione secolare in favore del volere di Allah. Nulla lascia sperare che i Fratelli Musulmani abbandonino improvvisamente le convinzioni per le quali si sono battuti e sono stati perseguitati fin dal 1928, anno di loro fondazione. Morsi sostiene che si allontanerà dal partito "Giustizia e Libertà", ma non dai Fratelli Musulmani, cui ha giurato fedeltà e cui rimane fedele.

Alle elezioni parlamentari si è presentato alle urne il 62% dei votanti, alle presidenziali solo il 46%. Per due volte i Fratelli Musulmani sono venuti meno alla loro parola: avevano detto che si sarebbero presentati alle elezioni per solo il 30% dei seggi, mentre hanno presentato tanti candidati per l'intero parlamento, e avevano anche detto che non avrebbero partecipato alle presidenziali. Per questo hanno fallito: alle legislative avevano ottenuto il 47% dei voti, mentre al primo turno delle presidenziali il solo 24,7%. Il risultato è ancor più grave se si considera che, ad Alessandria, la roccaforte dei Fratelli Musulmani, la gente ha votato per Sabbahi, e che, al Cairo, Morsi è arrivato solo terzo. In realtà i Fratelli Musulmani possono contare sull'appoggio di meno di un terzo della popolazione, ma se hanno riscosso successi alle legislative perché rappresentavano una rottura con l'ancien régime, gli elettori si sono spaventati di fronte ai loro tentativi di impadronirsi del potere.

Consci della loro debolezza, i Fratelli Musulmani tentano di guadagnare i voti degli altri candidati, Fotouh, Sabbahi e Mussa, mascherandosi da liberali che non hanno nulla a che fare con l'ideologia islamista pura e dura dei loro fondatori, per la quale si sono battuti e in nome della quale si sono presentati alle elezioni. Per vincere a tutti i costi, perdono in credibilità.

Ahmed Shafiq ha impostato la sua campagna elettorale sul ritorno alla normalità e la ripresa economica, necessaria per un Egitto all'orlo del precipizio, ma rimane pur sempre l'uomo dell'ancien régime, una notevole debolezza a causa della quale ha ottenuto solo il 23,6% dei voti. Gli egiziani sono pronti a vedere come presidente l'ultimo primo ministro di Mubarak, che ha partecipato alla repressione, rendendosi responsabile delle vittime tra i rivoluzionari? E non è che uno dei suoi problemi. I Fratelli Musulmani hanno sporto denuncia contro Shafiq per corruzione, mentre il parlamento ha approvato una legge che impedisce agli ex primi ministri di candidarsi a incarichi pubblici. Sulla legittimità costituzionale di questa legge si deve ancora esprimere il consiglio costituzionale: se si esprimerà in senso favorevole, le elezioni saranno annullate, nel qual caso sarà probabilmente Sabbahi ad esser eletto.

Tutti pensano che la giunta militare farà di tutto per frenare i Fratelli Musulmani, temendo che una volta al potere sostituiranno i generali dell'ancien régime con altri a loro fedeli. La giunta non ha forse ancora detto l'ultima parola, e non si lascerà metter da parte senza combattere - si avanza anche l'ipotesi di uno scontro con la milizia che i Fratelli Musulmani starebbero formando in vista di una battaglia con l'esercito.

Ahmed Shafiq gode dell'appoggio dell'esercito e dei sostenitori dell'ancien régime, che hanno conservato i loro posti in tutti i ministeri, consigli regionali, municipali e dei villaggi; nonostante questo ha ricevuto solo il 23,6% dei voti. Al prossimo turno voteranno per lui le élite e la grande borghesia, che vogliono il ritorno alla normalità, così come i copti, che temono, a ragione, i Fratelli Musulmani.

Secondo diverse stime, sarebbero 100.000 i copti che hanno lasciato il Paese dall'inizio della rivoluzione, che ha portato ad una recrudescenza dell'odio anti-cristiano, che ha generato attacchi alle chiese e ai membri della comunità copta. La vittoria dei Fratelli Musulmani non farebbe che accelerare il fenomeno, radicalizzando i giovani copti che non vogliono più esser cittadini di serie B.

Se Shafiq vince avrà a che fare con un parlamento islamista, ma riuscirà a influenzare l'assemblea costituente perché adotti una costituzione non islamista. Potrebbe anche sciogliere il parlamento, in quanto il consiglio costituzionale sta esaminando il ricorso contro il risultato delle elezioni presentato dai candidati indipendenti, che sarebbero stati penalizzati rispetto ai candidati presentati dai partiti. Il consiglio dovrebbe esprimersi nelle prossime settimane, e il candidato eletto potrebbe esercitare una certa influenza... Poiché in caso di nuove elezioni i Fratelli Musulmani perderebbero, si stanno battendo con ogni mezzo per far eleggere Morsi, comprese calunnie e fatwa - pronunce religiose che vietano di votare per Shafiq, in palese violazione delle regole elettorali. Del resto si sono comportati allo stesso modo anche per il primo turno di elezioni, ma la giunta militare ha preferito non intervenire per non scaldare gli animi.

La campagna elettorale è quanto mai decisiva e oltre ai comizi si ricorre alla violenza, come dimostra l'incedi o agli uffici di Shafiq. Si tratta di vita o di morte. I candidati offrono mari e monti a Sabbahi, Mussa e Fotouh, nella speranza di farli passare dalla loro parte. Fotouh ha detto ai suoi elettori di votare per Morsi, che raggiungerebbe così il 44%, benché i musulmani moderati che avevano votato per Fotouh non siano entusiasti delle posizioni estremiste di Morsi. Sabbahi è profondamente antireligioso e per conservare la propria indipendenza lascerà ai suoi elettori libera scelta. Anche Mussa non è per nulla religioso, ma vorrebbe allinearsi coi Fratelli Musulmani, benché non si sia ancora pronunciato. Shafiq proclama ai quattro venti che sarà fedele alla rivoluzione e che giammai ritornerà alla dittatura.

Non dimentichiamo però che dall'inizio della rivoluzione è tutta una sorpresa.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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