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Zvi Mazel
Diplomazia
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Egitto: la difficile riconquista del Sinai 06/05/2012

Egitto: la difficile riconquista del Sinai 
Analisi di Zvi Mazel

(Traduzione di Yehudit Weisz)

L’annuncio dell’annullamento dell’accordo sulla fornitura di gas egiziano a Israele non ha ridotto la tensione nel Sinai, dove lo stato di sicurezza desta gravi preoccupazioni. Sappiamo che dopo la caduta di Mubaraq oltre cinquanta posti di polizia nella penisola sono stati attaccati. Il gasdotto è stato sabotato quattordici volte, e il suo checkpoint a sud di El Arish ha subito un attacco soltanto pochi giorni prima dell’annuncio.

 Il destino dei beduini
La situazione viene presa molto sul serio al Cairo, dove, proprio in questi giorni, hanno terminato la stesura di un ambizioso programma destinato a migliorare il destino dei beduini, che rappresentano la maggioranza della popolazione. Occorre soltanto trovare il finanziamento necessario, per cui è chiaro che la realizzazione del programma non sarà per domani. E questo purtroppo fa il gioco delle organizzazioni estremiste palestinesi, da Hamas ad altre ispirate ad Al Qaeda come Geish al Islam (l’esercito dell’Islam), che penetrano con più forza nella società beduina, incoraggiano la formazione di cellule locali che trasportano armi verso la striscia di Gaza e attaccano le forze dell’ordine. Il loro scopo è fare della penisola una base del terrorismo e del contrabbando d’armi. La giunta al potere, preoccupata per gli eventi al Cairo, continua a non affrontare seriamente il problema e le forze di sicurezza, come la polizia, sono incapaci di fermare gli attacchi che si stanno intensificando. Il risultato è che la settimana scorsa una serie di incidenti ha evidenziato la gravità della situazione. Sette posti di polizia al nord e al centro della penisola sono stati chiusi per carenza di difesa. In questa parte del Sinai rimangono soltanto quattro posti di polizia, tutti concentrati a El Arish. Le forze di sicurezza hanno arrestato un piccolo gruppo di libici, tra i quali un ufficiale e due terroristi del movimento Azzedin el Kassam, la milizia di Hamas. Erano arrivati da Gaza via tunnel, ossia per via assolutamente illegale. Il loro interrogatorio è in corso, quel che è chiaro è che non erano venuti per turismo. Infine, sempre nella stessa settimana, due poliziotti sono stati uccisi e altri tre feriti in un agguato alla loro auto in una località a ovest di El Arish, mentre degli individui con il volto nascosto da passamontagna hanno aperto il fuoco contro i poliziotti, uccidendone uno e ferendone altri due. A Rafah, il Governatore del Nord del Sinai, Abdel Wahab Mabrouk, che aveva appena annunciato la formazione di un’unità speciale per combattere le bande armate e mettere fine ai disordini, è rimasto imbarazzato quando la sua lussuosa auto di rappresentanza è stata rubata, mentre una dozzina di altri veicoli sono stati sequestrati ai loro proprietari sulle strade del Nord del Sinai. L’esercito e il Ministero degli Interni, secondo alcune fonti, avrebbero inviato rinforzi, ma nulla è cambiato. L’anno scorso il governo aveva annunciato un piano di addestramento di unità locali di beduini: conoscendo bene il terreno potrebbero ristabilire l’ordine e pagati con salari adeguati, sarebbero motivati a difendere le loro famiglie e i villaggi. Questo progetto però non ha avuto alcun seguito: al Cairo si esita a fornire armi a dei beduini senza uno stretto controllo dell’esercito. Nel frattempo, nella regione di El Arish, ci sono stati reclami per il fatto che la polizia si accontenta di difendere le proprie strutture e le strade che vi accedono, lasciando tutt’intorno campo libero ai terroristi.

 La perdita di controllo del Sinai
Una fonte dei servizi segreti ha confidato al quotidiano “Al Masri al Yom”che la penisola sfugge al controllo delle forze di sicurezza, malgrado i loro sforzi, soprattutto a causa delle dichiarazioni attribuite al Ministro degli Affari Esteri israeliano Lieberman, che avrebbe detto che per Israele l’Egitto rappresenta un pericolo superiore a quello dell’Iran. Secondo la stessa fonte, il governo centrale non ha ancora dato il via libera a una vasta campagna contro gli jiadhisti, accontentandosi di chiedere ad Hamas di controllare meglio i tunnels! La classe politica presta molta attenzione al problema, una delegazione della Commissione parlamentare per la difesa nazionale e la sicurezza si è recata nel Sinai del Nord per valutare la situazione, studiare la questione dei tunnels, il contrabbando e i sabotaggi del gasdotto. I capi beduini presenti all’incontro, avrebbero chiesto di rivedere l’accordo di pace con Israele che, secondo loro, non permetterebbe di garantire la sicurezza della penisola, nè di integrarli nel sistema di difesa; pare che volessero ridurre la smilitarizzazione del centro del Sinai e la creazione di unità di beduini, due misure contrarie alle disposizioni del trattato. Pur in attesa della pubblicazione del rapporto ufficiale della visita, è certo che i membri della delegazione, in maggior parte Fratelli Musulmani e Salafiti, non avranno vita facile. Consapevoli della gravità della situazione che minaccia la sicurezza del paese, dovranno trovare un compromesso tra l’odio profondo per Israele e la necessità di porre fine al contrabbando di armi e ristabilire l’ordine nella penisola per poterne garantire lo sviluppo.

Promesse
Hanno visitato la regione molti candidati alle elezioni presidenziali, in particolare Amr Moussa e Mohamed Morsi, (il candidato dei Fratelli Musulmani), entrambi hanno promesso di migliorare la situazione economica. Morsi ha colto l’occasione per annunciare che l’Egitto, sotto la direzione dei Fratelli Musulmani, si sarebbe impegnato a conquistare Gerusalemme (eufemismo per indicare la distruzione di Israele). Hamdein Sabahi, candidato del partito neo-nasseriano, sostenitore della denuncia degli accordi di pace con Israele, che aveva dichiarato la sua intenzione di visitare il Sinai, ha ricevuto minacce di morte. Non si è lasciato intimidire, è arrivato nel Sinai del nord, ma di fronte alle manifestazioni contro di lui è dovuto ritornare indietro. Va detto che Sabahi non è stato contestato perché anti-israeliano, ma perché si era opposto con veemenza alla diffusione dell’Islam in Egitto. Il 15 aprile scorso, il Primo Ministro Kamal Ganzouri ha presieduto una riunione ai più alti livelli per dibattere sul progetto di sviluppo del Sinai; erano presenti i Ministri della Pianificazione, dell’Edilizia e dei Trasporti, oltre ai Governatori del Sinai del Nord e del Sud. Durante la conferenza stampa che ne è seguita, il Ministro della Pianificazione ha esposto piani di ampia portata - ma a lungo termine - elaborati per migliorare le condizioni degli abitanti della penisola: condono della metà dei debiti dei contadini, creazione di un’ Autorità per lo sviluppo del Sinai, distribuzione delle terre agli agricoltori, la loro bonifica, allacciamento alle reti idriche, creazione di una zona industriale, sviluppo del porto marittimo e dell’aeroporto di El Arish, ampliamento del porto turistico di Taba, costruzione di strade ferrate, creazione di una Università nel Sinai del Nord, aumento della quantità di energia fornita…tutte cose che i beduini reclamano invano da decine di anni.

 Misure economiche
Qualche giorno più tardi, il Ministro dei Trasporti aggiungeva che, davanti all’importanza strategica della regione, il governo aveva deciso di creare due nuovi punti di passaggio tra la penisola e la valle del Nilo: un tunnel per le auto a sud di Porto Said e un tunnel ferroviario sotto il canale di Suez. Secondo il Ministro, per queste misure saranno necessari investimenti dell’ordine di cinque miliardi di dollari, ed egli spera di poter contare sull’aiuto finanziario delle organizzazioni internazionali e arabe, dato che l’Egitto oggi è assolutamente incapace di finanziare da solo questi ambiziosi progetti. Ragion per cui si potrebbe intravvedere un pio desiderio per far pazientare i beduini più che un programma realistico. L’esercito egiziano, che è a capo di un enorme impero economico, ha promesso il 25 aprile, anniversario del ritorno del Sinai all’Egitto nel quadro degli accordi di pace, un contributo di 400 milioni di lire egiziane – ossia 56 milioni di dollari – per realizzare alcuni dei progetti, dimostrando così attenzione verso il Sinai e i suoi problemi. Inoltre, nel quadro della riforma di diritto fondiario sul Sinai, i beduini potranno intestare a proprio nome una parte dei terreni, a condizione che si impegnino a non venderli a stranieri (ci si riferisce agli israeliani, che gli egiziani sospettano da sempre di volersi impossessare del Sinai). Un altro impegno è quello di liberare i prigionieri implicati nelle operazioni terroristiche di Taba e di Sharm el Sheikh, purchè abbiano scontato almeno metà della pena, e accordare un nuovo processo per coloro che erano stati condannati a morte o all’ergastolo. Buoni progetti che trasformerebbero la penisola e inorgoglirebbero i beduini. Ma nessuno si fa illusioni: tutto questo non è per domani. Nel frattempo urge ristabilire la stabilità e la sicurezza del Sinai. Purtroppo per il momento l’esercito non è in grado di farlo. Occorre attendere la nuova costituzione, l’elezione del presidente, e il ritorno dei generali nelle caserme. Solo allora vedremo come le nuove istituzioni affronteranno il problema. Israele, che si augura uno sviluppo economico che calmerebbe la situazione nel Sinai, resta sul chi vive.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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