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Zvi Mazel
Diplomazia
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Il gas della discordia 29/04/2012

Il gas della discordia
di Zvi Mazel
(traduzione di Giovanni Quer)


Zvi Mazel

Nonostante le dichiarazioni rasserenanti dei due paesi, l'annullamento dell'accordo sulla vendita del gas egiziano a Israele non è il risultato di una controversia commerciale. All'accordo, concluso nel 2005, è seguito un memorandum sottoscritto dai due Paesi con cui l'Egitto si impegnava a assicurare la fornitura di gas secondo le modalità definite dall'accordo appena concluso e secondo eventuali successivi accordi. Pertanto tale annullamento deve essere considerato un'ulteriore dimostrazione della degenerazione delle relazioni tra i due Paesi che ha avuto inizio dalla caduta del regime di Mubarak.

Perché questo accordo era così importante? Oggi la questione dell'approvvigionamento energetico ha un aspetto strategico di primaria importanza: necessita di considerevoli investimenti e in più il Paese acquirente diviene dipendente dal fornitore, che beneficerà di notevoli entrate nel bilancio nazionale. Per quanto riguarda la fornitura di gas egiziano a Israele, l'accordo era ancor più vantaggioso per ambo le parti in quanto non richiedeva grandi investimenti infrastrutturali per la vicinanza geografica dei due Paesi - il gas dei giacimenti al largo di Port Said arrivava ad Ashdod percorrendo 160 km in tutto. A titolo comparativo, il gasdotto che collega il Turkmenistan all'Europa occidentale sarà lungo 3.500 km, con considerevoli costi per costruzione e mantenimento delle infrastrutture.

Israele contava su questo gas per produrre energia elettrica "pulita", più rispettosa dell'ambiente, a un costo meno elevato con conseguente beneficio dell'intera economia. È proprio per la prossimità geografica che Israele ha incominciato ad interessarsi al gas egiziano a metà degli anni '90, quando il governo israeliano aveva optato per un accordo con l'Egitto, appoggiato da Mubarak, rifiutando la proposta di fornitura di gas dal Qatar, per rafforzare anche i legami tra i due Paesi. Per proteggere i propri interessi da eventuali sconvolgimenti politici, Israele aveva messo come condizione la firma di un accordo per assicurarsi l'impegno egiziano. Il preambolo del memorandum del 30 giugno 2005 rimandava al trattato di pace con l'Egitto, firmato il 26 marzo 1979, e nello specifico all'allegato n. 3 concernente le questioni economiche, che recita: "i due Paesi attestano la volontà di sviluppare cooperazioni economiche bilaterali in tutti i settori e in particolare nel settore del gas..." L'articolo 2 del memorandum dispone che "il governo egiziano assicurerà la fornitura continua e ininterrotta di gas in conformità ai contratti già sottoscritti o che saranno sottoscritti tra EMG e la compagnia elettrica israeliana per un primo periodo di 15 anni... tali misure si applicano anche a altre istituzioni importatrici di gas egiziano".

È evidente quindi dalla chiarezza del testo del memorandum che la rescissione unilaterale del contratto da parte dell'Egitto non può ridursi a una semplice questione commerciale o a un disaccordo tra fornitore e acquirente. Bensì costituisce una violazione di un accordo internazionale e un voltare la schiena al tratto di pace che fa espressa menzione della vendita di petrolio a Israele.

Il gas era fornito alla compagnia EMG (East Mediterranean Gas Company) da una compagnia nazionale egiziana, che assicurava la commercializzazione in Israele e serviva da mediatore tra l'EMG e il governo egiziano; non è quindi plausibile che la loro decisione sia stata presa senza previa consultazione con il Ministero egiziano  dell'Energia e con la giunta militare. Ci si sarebbe potuti aspettare che la giunta militare che governa il Paese dalla caduta di Mubarak non si sarebbe impegnata a salvaguardare una delle espressioni più tangibili del trattato di pace, cioè la fornitura di gas a Israele. È necessario forse evidenziare che la pace a dato all'Egitto trent'anni di stabilità? Questo periodo avrebbe dovuto permettere un certo sviluppo economico - cosa che purtroppo non è avvenuta.

È bene anche ricordare che dall'inizio della rivoluzione il gasdotto che attraversa il Sinai è stato oggetto di ripetuti attacchi (14 finora) e a causa di ciò nel 2011 l'Egitto ha potuto fornire solo il 10%-20% del gas che è tenuto a fornire per contratto, e ancora meno nel 2012. Ciò a causato seri danni all'economia israeliana, che ha dovuto ricorrere a surrogati più costosi e inquinanti, incidendo del 1.5 in meno sul PNL, secondo le stime del Ministero israeliano delle Finanze. Con l'annullamento dell'accordo, l'Egitto dimostra di non voler prendere le misure necessarie per impedire il sabotaggio del gasdotto nel Sinai, al contrario dimostra di non voler onorare ai propri obblighi, disinteressandosi ai gravi danni causati all'economia israeliana.

La giunta militare non può non prendere in considerazione il fatto che questa decisione va contro i propri interessi. La situazione economica continua a peggiorare, il turismo è in crisi, il valore della moneta è in caduta libera e gli investitori sono scomparsi mentre la disoccupazione aumenta rapidamente. Si è pensato anche ad un malinteso, visto che il 22 aprile, subito dopo la pubblicazione dell'annullamento dell'accordo, il Ministero egiziano dell'Energia ha pubblicato una smentita, cui non si è fatto seguito poiché il governo si è trovato alle strette di fronte all'enorme entusiasmo scatenato nel pubblico dalla notizia senza poter quindi far marcia indietro.

Dunque cos'è capitato veramente? La giunta ha deciso di non intervenire di fronte ai ripetuti attacchi contro il gasdotto? Sembra inverosimile. L'esercito è incapace di proteggere la parte del gasdotto su suolo egiziano? Al momento dello scontro tra Consiglio Supremo delle Forze Armate e Fratelli Musulmani (da sempre contrari alla fornitura di gas e agli accordi di pace) che mette in subbuglio il Paese, l'esercito ha forse voluto fare delle concessioni per riguadagnare popolarità tra la popolazione?

Certo tutto questo ha un prezzo. L'Egitto corre il rischio di divenire inaffidabile per gli investitori stranieri e ancor più di dover pagare il prezzo di una violazione unilaterale dell'accordo. I giuristi egiziani sono i primi a riconoscere che l'Egitto non ha molte probabilità di vincere una causa, rischiando pesanti condanne pecuniarie. Le argomentazioni avanzate dagli egiziani non sono molto convincenti: gli israeliani avrebbero pagato solo una parte della somma concordata. A fronte del poco gas fornito non è molto credibile e comunque non si capisce perché non si sia interpellato direttamente il governo israeliano.

Ci dev'esser pure una spiegazione, si penserà sicuramente. Eccone una, che circola negli ambienti "informati". Gli azionari israeliani hanno di recente intentato una causa al fornitore per mancata ottemperanza agli obblighi e mancata fornitura delle quantità di gas previste dal contratto. Le somme in gioco sono considerevoli. Probabilmente gli egiziani hanno voluto far pressione sugli israeliani perché lasciassero cadere la causa e si sono lasciati sfuggire le cose di mano. Se così è si tratta di un atteggiamento di un'ingenuità e stupidità stupefacenti.

Ciò che è invece purtroppo evidente è che questo episodio inasprisce le relazioni tra Israele e Egitto. I governi dei due Paesi tentano di minimizzare la portata della crisi. Ma per quanto tempo ci riusciranno? Se Israele rimane inerte la mancata reazione sarà interpretata come un segno di debolezza. Di fronte alla montante ostilità manifestata dal pubblico egiziano sotto l'influenza dei Fratelli Musulmani, nei confronti di Israele e del trattato di pace, questo segno di debolezza potrebbe dare il via a nuove provocazioni.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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