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Zvi Mazel
Diplomazia
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Egitto-Stati Uniti: l'amaro risveglio americano 20/02/2012
Egitto-Stati Uniti: l'amaro risveglio americano
Analisi di Zvi Mazel

 (Traduzione di Yehudit Weisz)

Zvi Mazel

 Mentre tra i due paesi perdura la crisi, l’America scopre con sgomento l’odio profondo che essa ispira al paese dei faraoni.Come le altre potenze occidentali, aveva creduto a un’illusoria primavera araba senza rendersi conto che l’Islam era incompatibile con la democrazia.

Gli Stati Uniti avevano devoluto più di 70 miliardi di dollari all’Egitto dopo il trattato di pace con Israele nel 1979. Gli aiuti avevano due destinazioni, quelli civili dovevano servire a migliorare il sistema scolastico e le infrastrutture, a sviluppare l’economia e a promuovere la democrazia, quelli militari avevano lo scopo di assicurare stabilità al paese e permettere all’Egitto di mantenere il suo ruolo di leader del mondo arabo contro l’Iran e la minaccia del terrorismo. Centinaia di aerei F16, di carri armati Abrams e altri armamenti sofisticati erano arrivati a rimpiazzare il vecchio equipaggiamento d’epoca sovietica. Si tenevano regolarmente esercitazioni congiunte, anno dopo anno giovani ufficiali partivano verso gli Stati Uniti dove seguivano corsi di formazione e si avvicinavano ai valori della democrazia.

Durante il lungo “regno” di Mubaraq, l’esercito fu spesso qualificato come “partner silenzioso”del regime. I generali cercavano di non immischiarsi nella guida del paese, eppure si erano appropriati poco per volta di settori economici sempre più vasti: dapprima delle industrie militari, poi dell’industria in generale, delle società commerciali fino alle istituzioni culturali (un generale fu direttore del Teatro dell’Opera !), arrivando così a detenere un terzo dell’economia egiziana. Ma questa alleanza non era a senso unico. Durante la grande crisi del pane nel 2008, l’esercito aveva messo a disposizione i suoi forni per rimediare alla carestia, mettendo sul mercato una quantità di pane a prezzi sovvenzionati.

 Prudentemente, i generali non permettevano agli islamici di infiltrarsi nelle truppe e bloccavano l’avanzata di religiosi troppo ortodossi. In effetti non avevano dimenticato che il Presidente Sadat , durante una sfilata militare, era stato assassinato proprio da un estremista del movimento della Jihad. Mubaraq, che era scampato a questo attentato, era d’altronde convinto che, permettendo ai generali di arricchirsi, si sarebbe assicurato fedeltà e devozione.

Eppure è bastata una sola settimana di violente manifestazioni nel gennaio 2011 al Cairo perché l’ America abbandonasse il suo vecchio alleato al quale il presidente Obama si era rivolto con disprezzo : “Vattene! Vattene ora!”, facendone precipitare la caduta. Obama immaginava senza dubbio che, liberato dalle catene della dittatura, il popolo egiziano avrebbe preso il cammino della democrazia e avrebbe rafforzato i suoi legami con gli Stati Uniti. E’ stato un grave errore. Si è assistito a un’esplosione di odio contro gli USA, mentre i partiti islamici più estremisti conquistavano il 75% dei seggi nel nuovo parlamento, sorto dalle elezioni più libere che l’Egitto ha mai conosciuto. I Fratelli Musulmani, raccogliendo i frutti del loro lungo lavoro fra la popolazione più povera a cui hanno offerto un’educazione islamica che inizia ad inquadrare i bambini dall’infanzia più tenera fino alla conclusione dei loro studi, hanno messo la democrazia K.O.

Oggi l’America assiste, impotente, allo spettacolo di una giunta militare addirittura più brutale dei tempi di Mubaraq, che reprime selvaggiamente le manifestazioni, facendo decine di morti, migliaia di feriti, e rinchiudendo centinaia di oppositori nelle carceri. Una giunta che si è permessa di accusare l’università americana, situata non lontano da piazza Tahrir, di fomentare i tumulti e persino di affermare che erano partiti da lì dei colpi d’arma da fuoco sulle forze dell’ordine, obbligando queste a rispondere e a sparare sulla folla.

 Scaricare la responsabilità delle proprie azioni su qualcun altro è una tecnica molto nota in Egitto e gli Americani rappresentano il capro espiatorio perfetto. Lo scorso dicembre le autorità egiziane hanno fatto un’irruzione simultanea negli uffici di 17 ONG, tra cui molte americane. Sono stati sequestrati documenti e chiusi gli uffici. Quest’azione è stata interpretata come una provocazione nei confronti degli Stati Uniti. E’ difficile in realtà immginare che un governo nominato e cotrollato dalla giunta si sarebbe permesso di agire senza aver ottenuto il semaforo verde. Gli egiziani hanno un bel dire che si tratta di una questione puramente giuridica, che le ONG non avevano le autorizzazioni necessarie, aggiungendo che nel momento in cui le avessero avute avrebbero potuto riaprire i loro uffici: tutto questo non sta in piedi. Invece di fare un raid senza preavviso, perché innanzitutto non hanno avvertito gli Stati Uniti che se le ONG non avessero regolarizzato la loro posizione entro una certa data, sarebbero state passibili di sanzioni? Oggi 43 impiegati di quelle ONG, di cui 19 cittadini americani, sono trattenuti in Egitto. Numerosi Americani hanno trovato rifugio nella loro ambasciata.

La giunta militare non ha l’aria di allarmarsi più di tanto per la piega che hanno preso gli eventi. Si ha l’impressione che essa non sia scontenta di ribaltare sugli Americani le frustrazioni di un popolo che attende invano un destino migliore dopo la rivoluzione. Sul piano della politica interna, se la sono giocata bene: i Fratelli Musulmani e i Salafiti che vedono nella democrazia americana il loro vero nemico, sono al cento per cento al fianco della giunta. Quando il Congresso americano ha minacciato di sospendere gli aiuti, il 71% delle persone interrogate ha risposto che l’Egitto non aveva bisogno di questo denaro (!) e che comunque i paesi arabi avrebbero potuto prendere il posto degli USA.

Questo argomento è stato ripreso sia dal capo del governo sia dal direttore di Al Azhar. Issam Alarian, uno dei leaders dei Fratelli Musulmani, ha però lanciato un avvertimento: se gli Americani sospendono gli aiuti, allora sarà necessario rivedere gli accordi di pace con Israele dal momento che sono collegati. Il che è assolutamente falso, nel trattato non esiste alcun riferimento a tal proposito.

 E’ nel quadro della loro alleanza strategica con l’Egitto che gli USA accordano a questo paese miliardi di dollari ogni anno. Potremmo ricordare inoltre che la giunta , che si è impegnata a rispettare gli accordi internazionali, è tenuta ad onorare un trattato che l’Egitto aveva firmato e che ha contribuito enormememnte alla sua stabilità.

 Dove sono andate a finire le eccellenti relazioni che regnavano, così si diceva, tra lo stato maggiore americano e i colleghi egiziani? Che cosa è rimasto di quella generazione di giovani ufficiali che si erano formati negli Stati Uniti? La giunta è pronta a cancellare con un tratto di penna tutto questo, sperando di entrare nelle grazie dei Fratelli Musulmani e di evitare così di dover rispondere dell’atteggiamento tenuto dall’esercito durante il regime di Mubaraq?

L’opinione pubblica americana è molto preoccupata, alcuni membri del Congresso reclamano la sospensione degli aiuti finchè gli impiegati delle ONG non avranno ricevuto l’autorizzazione a lasciare il paese. L’amministrazione Obama è in un profondo imbarazzo, è ben consapevole di dover agire, ma esita a prendere delle misure che segnerebbero la fine della cooperazione strategica con l’Egitto.

Morale: invece di portare a una più ampia apertura e alla democrazia, la caduta di Mubaraq ha portato alla nascita di un regime altrettanto dittatoriale e a una crisi di vaste proporzioni con gli Stati Uniti. Questi ultimi non riescono a comprendere la profondità dei sentimenti anti-americani e si rifiutano di vedere che l’ alleanza strategica sta per finire. Quanto ai Fratelli Musulmani, sanno benissimo che gli aiuti americani sarebbero importantissimi per l’Egitto, ma continuano a vedere nella democrazia americana un grave ostacolo sul cammino dell’instaurazione di un regime islamico e della rottura del trattato di pace con Israele.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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