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Zvi Mazel
Diplomazia
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L’accordo Fatah-Hamas: un matrimonio tra una carpa e un coniglio 13/02/2012

L’accordo Fatah-Hamas: un matrimonio tra una carpa e un coniglio
Analisi di Zvi Mazel
(Traduzione di Angelo Pezzana) 


Zvi Mazel,                Mahmoud Abbas con Khaled Meshaal e Ismail Haniyeh

La scorsa settimana a Doha Mahmud Abbas e Khaled Maha’l hanno solennemente sottoscritto un documento nel quale Abbas viene nominato Capo del futuro governo provvisorio palestinese, superando così quello che era il maggior ostacolo all’accordo concluso al Cairo nel maggio 2010 che doveva ufficializzare la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Il problema è che questi due accordi sono totalmente incompatibili con la natura e gli obiettivi dei due movimenti. D’altra parte, dopo che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006, sono stati incapaci di trovare un terreno d’intesa, malgrado gli accordi successivi, accompagnati da bei discorsi sull’indispensabile unità palestinese. 

Creato nel 1965, il Fatah detiene una rilevante maggioranza in tutte le istituzioni palestinesi e ha il controllo dell’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina, riconosciuto da tutti i paesi arabi come il solo legittimo rappresentante del popolo palestinese. Abbas, che è al comando del Fatah, è anche presidente dell’OLP e dell’Autorità Palestinese, creata da quest’ultimo dopo gli accordi di Oslo. Degli accordi che riconoscono a Israele il diritto alla esistenza e gettano le basi per negoziati fra lo Stato ebraico e l’Autorità palestinese. E’ su queste tre istituzioni che Arafat aveva costruito il suo impero, mentre il suo successore si trova a mal partito nel tutelarle dagli assalti di Hamas. 

Hamas nasce a Gaza nel 1987, più di un quarto di secolo dopo Fatah. E’ un movimento islamista estremista che proviene dai Fratelli Musulmani, come recita il suo statuto, ed è profondamente ostile a Fatah, al quale rimprovera il tradimento della causa palestinese per avere riconosciuto Israele. Arafat ne diffidava fortemente, e aveva cercato in tutti i modi di impedire che entrasse nell’OLP. Hamas spera ancora di rovesciare l’Autorità palestinese prima di arrivare al suo scopo effettivo: la distruzione dello Stato di Israele e edificare sulle sue rovine un regime islamista  puro e duro. In un primo tempo Hamas ha preso il potere a Gaza con un colpo di stato nel 2007, espellendo tutti i rappresentanti di Fatah e dell’Anp, cercando poi di infiltrare cellule clandestine nei territori palestinesi. Oggi modera la sua lotta: mira a vincere le prossime elezioni e arrivare allo stesso fine ‘democraticamente’. 

Hamas e Fatah erano rimasti d’accordo l’anno scorso al Cairo per formare un governo comune incaricato di preparare le elezioni, un incarico eccezionale, trattandosi di elezioni parlamentari del Presidente  e del Consiglio nazionale palestinese (il parlamento dell’OLP).  Bisognava  eleggere un certo numero di comitati per trattare le liberazione dei detenuti  nelle rispettive prigioni, il ritorno dei rappresentanti del Fatah  a Gaza, e la consegna dei passaporti dell’Anp agli abitanti di Gaza, senza i quali, persino i dirigenti di Hamas, non possono andare all’estero. C’era poi da nominare un comitato speciale per la riconciliazione. Gli accordi del Cairo non affrontavano però due punti essenziali: le relazioni con Israele e la dipendenza di Gaza e delle forze di sicurezza di Hamas dal governo centrale di Ramallah. Il documento firmato a Doha non dice neppure nulla su questi due punti, per cui non porterà da nessuna parte. Non accelererà l’unità palestinese nè la conclusione di un accordo con Israele. Hamas resterà una entità separata. Non si capisce come Israele potrebbe negoziare con un governo palestinese al cui interno c’è una componente che dichiara apertamente di volerlo distruggere. 

In teoria, ma soltanto in teoria, il documento di Doha offre una soluzione alla domanda alla quale miravano gli accordi del Cairo. Abbas si augurava di vedere alla direzione del comune governo Salam Fayad, responsabile dell’economia palestinese e personalità rispettata dai paesi arabi che contribuiscono con somme colossali al bilancio dell’Anp. Hamas non l’ha voluto nel modo più assoluto, Fayad era stato un tenace oppositore alle infiltrazioni di Hamas sulla riva occidentale del Giordano, per cui la scelta di Abbas per dirigere il governo è un compromesso nato zoppo. Inoltre le elezioni sono state rinviate a fine anno, dato che nessun partito è ancora pronto ad affrontarle. Un altro elemento interessante del documento di Doha è che conterrà dei cambiamenti che permetteranno ai delegati di Hamas di entrare nella direzione. Una misura che sarebbe difficile da approvare prima dell’elezione del nuovo Consiglio Nazionale palestinese, un rinvio che conviene specialmente al Fatah, che non ha alcuna intenzione di permettere al suo nemico di entrare in casa sua. 

Ciò che stupisce sono i dirigenti di Hamas che litigano sui contenuti dell’accordo. Gli uomini di Gaza, che non erano a Doha, sono contrari. Non vogliono vedere Abbas, già Presidente dell’Anp, del Fatah e dell’OLP, alla testa del nuovo governo, un accumulo di poteri esorbitante. Per cui sostengono che la sua nomina sarebbe contraria alla Legge Fondamentale dell’Anp. Non hanno torto, ma Hamas, che si è impadronita brutalmente del potere a Gaza e ha massacrato centinaia di persone in palese violazione della legge, non ha titoli da fa valere. Nello stesso tempo, il mandato presidenziale di Abbas è scaduto dal gennaio 2009 e nuove elezioni vengono costantemente rinviate, perché l’Anp non controlla più Gaza, il che vuol dire che Abbas non più alcuna legittimità, e lo stesso vale per il parlamento, scaduto nel febbraio 2010, senza che vi siano state nuove elezioni a causa del conflitto Ramallah-Gaza. 

Rimane da sapere perché Fatah e Hamas abbiano firmato l’accordo di Doha.  Hamas , malgrado le proteste dei dirigenti a Gaza, non è affatto scontento di un accordo che gli lascia al potere  a Gaza e sulle Forze di sicurezza della Striscia,  gli apre le porte dell’OLP e gli permetterà – così sperano – di arrivare al controllo dell’Anp. Non nasconde neppure quello che rimane l’ obiettivo principale: a Teheran Ismail Haniyeh ha ribadito la sua volontà di distruggere Israele. Il capo di Hamas a Gaza era andato a chiedere finanziamenti, che sicuramente ha ottenuto, anche se in misura minore del passato, visto l’indebolimento economico dell’Iran a causa delle sanzioni, e dovendo in più sostenere il fedele alleato Bashar Assad. 

Per quanto riguarda Fatah, la questione è più complessa. Mahmud Abbas spera di convincere l’Unione europea e gli Usa di accettare la finzione di una probabile unità palestinese, affinché facciano pressioni su Israele e chiedano nuove concessioni. Per ora le reazioni sono caute. Bruxelles ha dichiarato che si tratta di affari interni palestinesi, aggiungendo però che vi vedeva un passo decisivo verso la creazione di uno Stato palestinese. Il Dipartimento di Stato, a sua volta, si richiama anch’esso agli affari interni palestinesi, ma sottolinea che l’Amministrazione americana si aspetta che il nuovo governo palestinese rispetti gli accordi firmati in precedenza, in primo luogo il riconoscimento dello Stato di Israele. Per altro il governo americano non può finanziare Hamas che figura in cima all’elenco delle organizzazioni terroriste, e non vede come Abbas possa aggirare questo problema. Perché allora la firma ? Alcuni vi vedono un segnale di debolezza, il leader palestinese si è inchinato alle pressioni dell’emiro del Qatar, organizzatore dell’incontro Fatah-Hamas, il cui prestigio era dunque in gioco. Il Qatar è indubbiamente uno dei più forti contribuenti alle finanze dell’Anp. 

Quindi che succederà ? La composizione del governo di transizione dovrebbe essere annunciata in fine settimana al Cairo, sempre che le parti si mettano d’accordo. Mahmud Abbas ha già dichiarato che non si ricandiderà alle presidenziali. Può essere l’inizio della fine per questo dirigente di 77 anni, che ha fallito il tentativo di creare uno Stato palestinese alle Nazioni Unite per l’opposizione di Israele. Un dirigente che aveva respinto le offerte generose  del governo Olmert, pronto ad accettare uno Stato palestinese con Gerusalemme Est quale capitale (proposta già fatta da Ehud Barak) con scambio di territori. Rifiutando ogni compromesso, prendendo posizioni ancora più dure con il governo Netanyahu,  Abbas ha ridotto a zero, chissà fino a quando, ogni speranza di soluzione. Lascerà al successore un regalo avvelenato: un accordo dubbio con Hamas, che con ogni probabilità non verrà mai applicato, e che, anche lo fosse, porterebbe un colpo mortale sia a Fatah che all’Anp. E nessuna soluzione con Israele. Questo in un momento nel quale l’Autorità palestinese ha più che mai bisogno dell’aiuto esterno per sopravvivere.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta


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