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Zvi Mazel
Diplomazia
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La rivoluzione in Egitto a un punto morto, ma non definitivo 11/02/2011

La rivoluzione in Egitto a un punto morto, ma non definitivo
analisi di Zvi Mazel
(Traduzione di Angelo Pezzana
 The Jerusalem Post, February 11,2011)


Zvi Mazel

In Egitto nulla è stato ancora deciso. Due settimane di violente dimostrazioni in tutto il paese non hanno ancora rovesciato il governo con a capo il presidente Mubarak.Ma le dimostrazioni non diminuiscono,  l’opposizione è divisa, mentre alcuni suoi esponenti dialogano con il nuovo vice presidente Omar Suleiman, nel tentativo di ottenere più concessioni possibili, fra le quali la riforma costituzionale che renda possibili elezioni democratiche, preparanndo la strada a un normale cambio di regime.

C’erano anche due rappresentanti dei Fratelli musulmani ai colloqui, ma il loro movimento ha dichiarato che erano presenti solo per ascoltare, e che quanto non avrebbero accettato nessuna decisione, perchè non venivano dare risposte ai dimostranti, prima di tutto sulla partenza del presidente.  Pochi giorni dopo, un altro comunicato cercava di tranquillizzare chi, in Egitto e nel mondo, eta preoccupato per quanto stava accadendo: i Fratelli, diceva, non presenteranno un candidato alla presidenza e non faranno parte di un governo di transizione, nemmeno di uno uno che nasca solo da un dialogo con l’opposizione. I Fratelli si muovono prudentemente per non impaurire la pubblica opinione, ma sono pronti a cogliere l’occasione appena si presenterà.

Mentre il dialogo continua, ma con incerti risultati, il governo cerca in tutti i modi di restaurare un clima di normalità.

La banche hanno riaperto, e gli uffici postali hanno ripreso a funzionare, le pensioni vengono pagate regolarmente. Anche i negozi sono aperti e tonnellate di alimentari sono disponibili sugli scaffali. Il governo ha deliberato uno stanziamento di cinque miliardi di sterline (egiziane) a titolo di risarcimento per le vittime dei giorni scorsi.

E’ stata garantita la più completa libertà di espressione ai media, e persino la televisione di stato riporta correttamente quanto si svolge nella piazza Tahrir, intervistando esponenti dell’opposizione.

Detto questo, va sottolineata la sua profonda divisione. Il nocciolo duro dei dimostranti, la maggior parte giovani e spinti dai Fratelli musulmani, chiede con forza le dimissioni di Mubarak e la sua partenza. Il loro numero si infoltisce, dichiarano di voler andare avanti finchè Mubarak non se ne sarà andato, dimostrano vicino al Parlamento e ai palazzi del goerno, l’esercito controlla, ma non prende iniziative.

I colloqui tra governo e i gruppi di opposizione si svolgono in un clima alquanto teso. Uno dei temi più delicati è lo scioglimento dell’attuale Parlamento, a causa dei brogli elettorali, e la richiesta tassativa di eliminare le eccessive progative della presidenza con l’ottenimento di reali garanzie su diritti umani e libertà di parola. E’ stata prospettata l’esigenza di un governo di unità nazionale che includa anche rappresentanti dell’opposizione, in attesa delle elezioni presidenziali di settembre.

Suleiman, nella veste di capo negoziatore, ha detto che le istituzioni si basano sulla costituzione e sul rispetto della legge, e che pertanto non possono essere stravolte. I cambiamenti possono avvenire in accordo con le leggi. Per cui soltanto Mubarak può nominare il comitato, che discuterà come emendare la costituzione, e solo lui potrà ratificare i cambiamenti.

Suleiman sostiene che lo scioglimento del Parlamento non è costituzionalemnte possibile, ma se le accuse di brogli, che saranno verificate con cura, se provate, si indiranno nuove elezioni.

E’ il Parlamento il luogo deputato per votare i cambiamenti della costituzione, per cui è fondamentale che la sua funzione sia mantenuta e garantita.

Suleiman partecipa attivamente a queste discussioni. E’ sicuro del suo ruolo, e affronta situazioni difficili con estrema competenza. A inizio settimana ha indetto una conferenza stampa, con la presenza dell’opposizione e di tutti i media, nella quale ha ribadito che il governo è saldo, non cadrà, e che Mubarak rimarrà al suo posto, cacciarlo rappresenterebbe un vergogna per l’intero Egitto.

La scelta, ha detto, è fra restaurare l’ordine o la rivoluzione,  intendendo una presa del potere da parte dell’esercito o il caos.

Su di lui sono state esercitate forti pressioni dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che esigono riforme immediate. Suleiman ha poi appena respinto una offerta tedesca che invitava Mubarak a Baden Baden per cure mediche. Mubarak, ha risposto Suleiman, sta benissimo  e non ha nessuna intenzione di lasciare l’Egitto. La proposta, ha aggiunto, non era altro che una non gradita interferenza negli affari interni egiziani.

D’altro canto, Suleiman, non ha commentato le recenti affermazioni del presidente americano Obama, nelle quali ha chiesto l’immediata partenza di Mubarak, anche se dopo si era limitato ad un cauto passaggio di poteri, senza più menzionare la partenza. Obama aveva anche chiesto che i Fratelli musulmani partecipassero a tutti gli incontri.

E’ difficile capire oggi quale sia esattamente la politica degli Usa, nel momento in cui sembra voler abbandonare l’alleato più importante nel mondo arabo negli ultimi 30 anni. Agendo in questo modo, danneggia la propria credibilità nella regione, anche presso alleati tradizionali come l’Arabia Saudita, Gli Emirati del Golfo, la Giordania, Yemen e Marocco, oggi non più certi dell’aiuto americano nel caso ce ne fosse bisogno.

In queste ore la rivoluzione è ancora popolare, anche se sembra aver raggiunto un punto morto. Il governo è occupato a riaffermare  la sua autorità, facendo ogni sforzo per un ritorno alla normalità, attraverso il dialogo con una parte dell’opposizione. I dimostranti occupano ancora le strade, e dichiarano che non se andranno fino alla partenza di Mubarak. Non è chiaro quale strada prenderà la rivoluzione,in ogni momento le dimostrazioni possono nuovamente essere violente.

I Fratelli musulmani e altre forse estremiste nella regione, Iran, Hezbollah, Hamas e anche AlQaida, sono all’erta in attesa. Possono anche essere state responsabili delle azioni sovversive e anarchiche dei dimostranti al fine di provocare la cadura del governo. Nessuno sa cosa ancora ci riserva il futuro, ma nessuno può rimanere indifferente di fronte a quel che sta succedendo in Egitto, e,di sicuro, non Israele, che ha legittime preoccupazioni sul destino del trattato di pace nel fragile equilibrio della intera regione. 

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Romania,Egitto e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. Collabora a Informazione Corretta.


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