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Zvi Mazel
Diplomazia
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Lega araba: un summit senza risultati 06/04/2010

" Lega araba: un summit senza risultati "
analisi di Zvi Mazel
(Traduzione di Emanuel Segre Amar)


Zvi Mazel,    Lega Araba

I capi di stato arabi hanno  tenuto il loro annuale summit nei giorni 27 e 28 marzo nella città di Sirte,  sulla costa libica. La “dichiarazione di Sirte”, emessa in chiusura del  meeting, dimostra le profonde divisioni e la mancanza di speranze del mondo  arabo. Prima dell’apertura era stato denominato “Il summit di sostegno a  Gerusalemme e ad al-Aqsa”, dopo alcune settimane di accesa retorica per  condannare l’inclusione, da parte di Israele, della Grotta dei Patriarchi a Hebron e della Tomba di Rachele vicino a  Gerusalemme, nell’elenco dei luoghi nazionali di eredità ebraica; veniva  richiesto il congelamento delle costruzioni negli insediamenti, anche dentro  Gerusalemme, come pre-condizione per l’inizio di negoziati indiretti, e si minacciava una rivolta popolare nei territori palestinesi. Ci si aspettava quindi che venissero prese diverse decisioni importanti. Tra queste la nomina di un comitato speciale per lottare contro la cosiddetta “giudaizzazione” di  Gerusalemme, una richiesta al Consiglio di Sicurezza e/o all’Assemblea  Generale di condanna di Israele, e la convocazione di una conferenza  internazionale per la salvaguardia di Gerusalemme. Dal summit ci si aspettava  anche l’adozione di una netta presa di posizione sull’apertura di negoziati tra Israele e Palestinesi. In un precedente incontro a livello ministeriale, la Lega araba aveva concesso luce verde ad Abu Mazen – dietro sua richiesta –  all’inizio di negoziati indiretti a condizione che ci fosse un totale congelamento delle costruzioni.
Fu immediatamente chiaro che non sarebbe stato facile giungere a decisioni concrete. Di 22 capi di stato, solo 13 erano presenti. Il Presidente egiziano Mubarak non si presentò, e così pure il re saudita. In loro assenza non si sarebbero potuti compiere passi decisivi.  Mahmud Abbas arrivò a Sirte sebbene si fosse sussurrato che avesse preso in considerazione l'idea di non andare a causa del rifiuto di Gheddafi di incontrarlo due settimane prima. E stava per tornarsene indietro quando il leader libico, dopo  aver ricevuto all’aeroporto tutti i capi di stato, fu clamorosamente assente al suo arrivo. Ci volle del bello e del buono per convincerlo a restare.
Il primo giorno di discussioni gli stati arabi promisero 500 milioni di dollari per preservare “l’anima  araba” di Gerusalemme, ma non specificarono quanto ogni stato avrebbe versato come contributo, chi avrebbe ricevuto il denaro, chi avrebbe controllato le spese, e neppure quali sarebbero stati esattamente gli obiettivi. Inoltre vi  furono aspre divergenze di opinioni sulla questione palestinese. Il ministro  degli esteri siriano, Walid el Muallem, affermò chiaramente che il suo paese era favorevole alla resistenza armata e non avrebbe appoggiato alcuna risoluzione favorevole a colloqui indiretti con Israele. Questo era in netto  contrasto con la posizione precedentemente assunta dalla Lega Araba. Tuttavia la Siria ricevette l’appoggio del paese ospite, la Libia, insieme a quello del Qatar e, sorprendentemente, del Kuwait. Abbas ribatté che si sarebbe attenuto all’opzione della pace – a meno che tutti gli stati arabi avessero deciso di combattere contro Israele, nel qual caso si sarebbe allineato. A questo punto fu chiaro che non ci sarebbe stata alcuna discussione sull’iniziativa di pace dell’Arabia Saudita, dal momento che la Siria, che nell'ultimo summit era per la sua cancellazione, non aveva cambiato idea. Non vi fu quindi alcuna menzione nella risoluzione conclusiva di questa iniziativa, e, dopo la consueta condanna di Israele, venne presa un’unica decisione: la  convocazione, nel corso dell’anno, di una conferenza internazionale per la  protezione di Gerusalemme, con la partecipazione degli stati arabi, dei  sindacati arabi e dei rappresentanti delle organizzazioni civili sotto l’ombrello della Lega Araba. Nulla venne detto su chi dovesse provvedere a organizzare la conferenza e non è chiaro se verrà davvero convocata. Nessuna decisione venne presa circa i negoziati con Israele. Questo fu il massimo che si potesse ottenere di fronte alla totale mancanza di accordo sul problema  palestinese.
Vi fu un altro argomento che, in modo del tutto inaspettato, venne introdotto da Amr Moussa, e che, se fosse stato approvato, avrebbe portato ad un totale cambiamento di strategia da parte araba. Il Segretario  Generale della Lega Araba suggerì che gli stati arabi iniziassero un dialogo con l’Iran per cercare un accordo sul Medio Oriente e sulla questione  nucleare. Moussa arrivò al punto di proporre la formazione di un comitato  speciale, con l’inclusione anche di stati vicini, non arabi, come la Turchia,  l’Etiopia ed il Ciad, ma senza Israele “fintanto che occuperà terre arabe”. Il  Primo Ministro Turco Erdogan, invitato al summit, che aveva pronunciato un  discorso nel quale aveva attaccato Israele, appoggiò la richiesta, ma sia il Ministro degli Esteri Saudita, a nome del suo paese, sia il Primo Ministro  Egiziano Ahmed Nazif, la respinsero duramente dopo aver affermato che non vi era alcun indizio che lasciasse supporre che un dialogo con Teheran fosse possibile. La proposta fu poi trasferita ad un comitato speciale, ma in realtà ritirata dall’agenda. Non è chiaro che cosa possa aver spinto Moussa a sollevare una simile questione, così controversa, senza averne prima discusso con degli stati chiave del mondo arabo come l’Egitto e l’Arabia Saudita. Probabilmente lo ha fatto dietro pressione siriana e con la benedizione di Gheddafi.
Tutto quello che il summit è riuscito a decidere è stato di convocare un nuovo summit  straordinario in Libia, alla fine di ottobre, per discutere dei problemi sollevati nell’incontro di marzo, compresa la strana proposta del Presidente  dello Yemen, Ali Salah, di sostituire la Lega Araba con una “Unione Araba”. Si  direbbe che la necessità di rispetto formale e dichiarazioni vuote miranti a  sostenere un'artificiosa "Unione Araba" aumenti con l'approfondirsi del divario fra le posizioni dei vari stati arabi.
Normalmente alla sessione conclusiva si fanno bei discorsi che lodano l'importanza del meeting e le risoluzioni prese, ma non questa volta. Nessuno dei leaders arabi prese la  parola, limitandosi ciascuno a distribuire ciò che sulla stampa sarebbe apparso come suo discorso. Si lasciò ad Amr Moussa il compito di pronunciare poche parole  di chiusura, e tutti ripartirono frettolosamente.
Una settimana prima del summit un quotidiano egiziano aveva chiesto ai suoi lettori che cosa si attendessero da esso: la risposta unanime era stata: nulla.
Il summit di Sirte è l’immagine fedele di un mondo arabo diviso. I paesi del nord Africa sono molto lontani dal problema palestinese e non particolarmente interessati  a cercare di compiere sforzi politici per risolverli o a donare significative  quantità di denaro. Sono molto impegnati coi loro problemi regionali come quelli posti dal Sahara occidentale ad Algeria e Marocco, la lotta contro il  ramo maghrebino di Al Qaida, le folli idee di Gheddafi – e con i concretissimi problemi sociali ed economici coi quali si debbono confrontare. In Medio  Oriente, attorno ad Israele, vi è una profonda divisione tra la Siria, Hezbollah e Hamas – incitati dall’Iran – da una parte, e gli altri stati più  pragmatici – Egitto, Arabia Saudita e Giordania. L’Iran, agendo per procura, è  impegnata in azioni sovversive ed in attività terroristiche in Libano, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Yemen. Gli Emirati del Golfo sono sotto costante minaccia iraniana. Teheran rifiuta di discutere le sorti di tre isole che appartengono agli Emirati Uniti ma che ha conquistato nel 1971. Una guerra civile potrebbe scoppiare in qualsiasi momento in Iraq, nonostante le elezioni: l’Iran, Al Qaida e quel che rimane del partito Baath stanno  fomentando disordini, e lo stato potrebbe precipitare nel caos. Anche il Sudan è sull’orlo di una guerra civile.
Questi non sono che alcuni dei problemi coi quali gli stati arabi si devono confrontare. L’unico argomento sul quale abitualmente sono concordi è la lotta contro Israele, ma questa volta la posizione estrema assunta dalla Siria ha finito per bloccare anche questo. Non  è rimasto agli stati arabi altro che sperare che Obama faccia il lavoro per  conto loro. E’ ben possibile che questa sia una delle ragioni per le quali non hanno adottato alcuna delle decisioni radicali che ci si aspettava prendessero.

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto e Svezia. Oggi è tra gli analisti più influenti del mondo arabo musulmano. Collabora regolarmente con Informazione Corretta.


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