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Ugo Volli
Cartoline
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Cartolina di viaggio 1 - Normalità e multiculturalismo 13/04/2018

Cartolina di viaggio 1 - Normalità e multiculturalismo
Di Ugo Volli

A destra: tanti volti della società israeliana

Bisogna ammetterlo. In buona parte dell’Europa e anche nel nostro paese, Israele è poco popolare. Le ragioni di questa difficoltà sono stratificate nella storia: dall’antica idea cristiana che gli ebrei deicidi fossero puniti con una condizione di inferiorità di cui il primo elemento era la mancanza di uno stato, fino alla scelta, poco più di mezzo secolo fa, dell’Unione Sovietica di schierarsi dalla parte delle “lotte antimperialiste” dei popoli arabi, anche se organizzate da organizzazioni reazionarie come la Fratellanza Musulmana e talvolta francamente naziste come il partito Baath, con la conseguenza di una violenta propaganda antisraeliana ancora diffusissima in tutta la sinistra. Per non parlare del comodo travestimento dell’antisemitismo come antisionismo. Non è questo il luogo per affrontare questo nodo storico. Basta prendere atto che anche fra coloro che dicono di non avere pregiudizi contro gli ebrei, anzi, l’antipatia per Israele è diffusa.

Per via di questa antipatia, ma anche fra le sue cause secondarie, vi è una diffusa ignoranza su come sia realmente Israele, come ci si viva, che aspetto abbiano le sue città, la sua popolazione, il suo paesaggio. Si demonizza sempre più facilmente l’ignoto che il familiare. Per questa ragione uno dei compiti più importanti degli amici di Israele è quello di far conoscere il paese, di portare le persone a vedere di persona la vita di Israele. “Informazione Corretta” è stata in Italia fra i pionieri di questi viaggi, almeno quelli non dedicati al mondo ebraico ma a un pubblico generale, e per fortuna oggi è molto imitata. Anche quest’anno è partito il viaggio primaverile e io come di consueto vi prendo parte, cercando di raccontarlo anche ai lettori in Italia. Il viaggio quest’anno dura otto giorni, parte da Gerusalemme, passa per il Negev e la Galilea, tocca Haifa e si conclude a Tel Aviv con le celebrazioni del settantesimo anniversario dell’indipendenza. Il giro è accompagnato come sempre da Angela Polacco, straordinaria guida della realtà storica, geografica e politica di Israele. Rispetto ad altre iniziative del genere ha la specificità di unire alla dimensione turistica e culturale l’informazione politica, con conferenze di giornalisti, esperti, ambasciatori e la visita a luoghi politicamente sensibili.

Credo che la cosa che colpisca per prima i partecipanti a un viaggio del genere sia la normalità della vita quotidiana, l’allegria dei giovani, la diversità della gente che si mescola per strada e nei negozi. Israele compare sulla stampa soprattutto in seguito a tensioni, minacce di guerra, manifestazioni violente, atti di terrorismo. Ma mentre quindici anni fa, ai tempi dell’ondata terroristica pianificata da Arafat, la paura era effettivamente diffusa e si sentiva per le strade e nei locali, oggi è difficile percepire tracce delle minacce iraniane, della crisi siriana, delle manifestazioni di Hamas, perfino del terrorismo strisciante incoraggiato dall’Autorità Palestinese. Certamente c’è attenzione e la sicurezza è garantita da una presenza ben visibile delle forze dell’ordine, ma il clima non appare affatto angosciato. I giovani la sera tirano tardi nei locali ormai non solo a Tel Aviv ma anche in una città una volta austera come Gerusalemme, c’è molta musica in giro, i ragazzi abbastanza religiosi da girare con una kippà in testa (il copricapo imposto dalle norme religiose, magari multicolore e realizzato a maglia, che è l’insegna del sionismo religioso) sono la presenza dominante nella movida. Certo non sono i “neri” che si comportano e si vestono secondo la tradizione dell’Europa orientale, che sono molto numerosi per le strade di Gerusalemme, ma non partecipano a questi divertimenti. Ma resta paradossalmente in questi tempi di propaganda araba molto bellicosa l’impressione di una Gerusalemme sempre meno divisa, in cui sono visibili anche nella parte moderna della città molte donne arabe col foulard in testa (i maschi non portano abbigliamento che li renda facili da distinguere, ma certamente sono altrettanto presenti). E già questo è un fatto che smentisce la propaganda antisraeliana che inventa uno “stato di apartheid” dove c’è molta più integrazione e multiculturalismo delle nostre città.

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Ugo Volli


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