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Ugo Volli
Cartoline
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Che cosa vogliono davvero gli arabi israeliani 28/11/2017
Che cosa vogliono davvero gli arabi israeliani
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: una donna araba israeliana al voto nel suo Paese, Israele

Cari amici,

i palestinisti dichiarano di essere l’espressione politica (e militare) delle aspirazioni degli arabi che vivono in quella che per millenni è stata la terra d’Israele o il regno di Giudea alla propria indipendenza nazionale e alla costituzione di uno stato. Ma siamo sicuri che sia così? Gli accordi di Oslo, disgraziatamente, statuirono che l’Olp era “il solo legittimo rappresentante del popolo palestinese”, dando per scontato in questo modo l’esistenza di un “popolo” senza storia, senza identità artistica, letteraria etica o religiosa rispetto ai popoli vicini (la Siria) di cui facevano parte quella minoranza di abitanti che non immigrarono in seguito alla rinascita dell’insediamento ebraico. E allo stesso tempo diedero a un gruppo di terroristi sanguinosi la rappresentanza politica di questo popolo.

Ma siamo sicuri che la popolazione araba, in particolare quella che gode delle libertà politiche e civili e non ha paura di esprimersi perché viva in uno stato di diritto, cioè gli arabi israeliani, la pensino così? I dati non sembrano molto coerenti con questa ipotesi, che ha dominato la politica mediorientale degli ultimi trenta o quarant’anni. Vediamo.

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Per le strade di una città israeliana

Un recente sondaggio commissionato da Israel Hayom dice che il 73% degli arabi israeliani sente un senso di appartenenza a Israele e il 60% è orgoglioso di essere israeliano. Un totale del 60% ha dichiarato di essere "molto orgoglioso" o "abbastanza orgoglioso" di essere israeliano, mentre il 37% ha dichiarato di non essere "orgoglioso" di essere israeliano. L'82% non ha alcun desiderio di vivere sotto la sovranità palestinese. (http://www.israelhayom.com/2017/11/22/60-of-israeli-arabs-say-they-are-proud-to-be-israeli-poll-shows/).

Sono dati abbastanza stupefacenti. Le ragioni sono tante, riguardano certamente la sicurezza, la democrazia, le garanzie della legge. Magari anche il timore di cadere nelle grinfie di un regime islamista: quasi i due terzi degli intervistati (65%) si sono definiti non religiosi, mentre il 35% ha dichiarato di essere religiosi. Ma vi sono soprattutto ragioni economiche.

Un’altra ricerca mostra che gli arabi di Gerusalemme costituiscono il 71% degli operai edili, il 40% dei lavoratori dell'ospitalità e il 20% dei lavoratori in sanità e assistenza sociale, il che è particolarmente significativo, dato che la maggior parte degli impiegati arabi a Gerusalemme proviene da una società in cui l'82% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà e presenta uno dei tassi di abbandono scolastico più alti del paese (36%). (http://www.israelhayom.com/2017/11/22/study-shows-jews-arabs-work-together-in-jerusalem-despite-tensions/).

Ma non ci sono solo questi impieghi preziosi per il sostentamento della società araba (come lo sono le imprese israeliane al di là della linea verde, boicottate dei palestinisti nostrani, ma essenziali per l’economia locale. Vi è un fenomeno importantissimo di crescita culturale ed economica dei giovani arabi. Una terza inchiesta (http://www.jpost.com/Business-and-Innovation/How-thousands-of-Arabs-are-getting-into-hi-tech-514682) mostra che nell’industria di alta tecnologia israeliana oggi sono impiegati 5.000 ingegneri arabi, rispetto ai 300 del 2007. E’ un dato in crescita: vi sono anche già le prime start-up costituite da giovani laureati arabi che fruiscono del sistema di istruzione superiore israeliano, superiore non solo a tutte le università del mondo arabo, e di gran lunga, ma anche a quelle della maggior parte dei paesi europei.

Insomma, ci sono forti segnali che è vero quello che Netanyahu ha sempre suggerito: che la pace e l’integrazione possono venire soprattutto dall’economia e hanno come precondizione la sconfitta totale dei movimenti terroristi.

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