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Ugo Volli
Cartoline
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Democrazia e social media 26/11/2017

Democrazia e social media
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

C’è in questi mesi un grande imputato, accusato da intellettuali, politici, religiosi, giornalisti. E’ il web e ancor di più la sua ultima versione, i cosiddetti social media. Spargono “fake news", ci viene detto, incitano alla violenza, radicalizzano la scena politica, producono “demenza digitale”. Dato che Informazione Corretta è un quotidiano online, che da 17 anni informa (e controinforma) ogni giorno i propri lettori su quel che riguarda Israele, il Medio Oriente e l’antisemitismo in Europa, compreso quello islamico che ne è la parte di gran lunga maggiore e più pericolosa, il discorso ci riguarda personalmente. 
Ma spero che mi venga riconosciuta sufficiente onestà intellettuale e competenza sullo studio della comunicazione per poterne parlare qui serenamente.
Ci sono bufale online? Certamente. Ma ci sono anche moltissimi fatti e voci che non potreste trovare sui quotidiani tradizionali, almeno su quelli vicini a casa. Volete sapere che cosa succede fra India e Pakistan? Fino a che gli scontri non diventano abbondanti e sanguinosi, naturalmente i giornali non ne parleranno. Vi interessa la biologia dell’intestino, le storia della Bibbia, la teoria delle stringhe in fisica quantistica, o semplicemente il campionato di calcio dilettanti in Spagna? Volete sentire la voce di minoranze oppresse come i curdi o i tibetani? 
Sul web trovate tutte queste cose assai facilmente, nei giornali o in televisione no, e se ricorrete alle biblioteche, com’è giusto, vi conviene consultare i cataloghi online, prima di cercare di ottenere i libri di persona.
Ci sono nel web voci interessate, che spargono bugie? Certamente, come accade sulla stampa. Sarebbe facilissimo confezionare antologie divertenti sulle menzogne antiamericane e anticapitaliste sfogliando la collezione dell’Unità e del Manifesto, o riscrivere romanzetti di pornografia soft su quel che hanno scritto primari quotidiani su Berlusconi.
Una scelta delle campagne di diffamazione anti-Trump di testate famose nel mondo come il Whashington Post e il New York Times dovrebbe entrare fra i testi delle scuole di giornalismo. Di quest’ultimo giornale vale la pena di citare l’atteggiamento servile nei confronti dell’amministrazione Obama e l’antipatia per Israele focalizzata in vero e proprio odio per Netanyahu, anche qui con dose abbondanti di menzogne. 
I giornali poi riprendono tranquillamente le loro notizie dal web, bufale incluse.
Il caso recentissimo della presunta bambina oggetto di stupro in un matrimonio islamico forzato e fuori età è solo un esempio: i giornali hanno ripreso una notizia falsa pubblicata in rete, senza volere o potere verificarla, come fanno del resto abbondantemente con fonti in carne ed ossa. 
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Perché i giornali se la prendono con i social?
La ragione è semplice, si chiama concorrenza. A gennaio 2007, quando più o meno si apriva l’era dei social, Repubblica vendeva in media 430.563 copie; dieci anni dopo erano diventate 188.393; per il Corriere, i dati sono 428.154 e 201.581; per la Stampa 228.007 e 120,876. Giornali che pretendono di essere importanti voci dell’opinione pubblica hanno il pubblico di un paesino. Il Fatto quotidiano vende 34 mila copie, Il Manifesto 8 mila. 
Vale la pena di occuparsene, come pure noi penosamente facciamo?
Il complesso dei quotidiani in Italia, che storicamente oscillava fra i 5 e i 6 milioni di copie vendute, è caduto a 3 milioni. I dati dei telegiornali sono diminuiti appena un po’ meno.
E perché i politici fanno altrettanto? 
Basta guardare ai dati elettorali: il partito socialista non c’è più da nessuna parte in Europa (con la sola pericolosa eccezione dei laburisti inglesi, trasformati da Corbyn in estremisti antisemiti; ma anche i democristiani non se la cavano bene e l’estrema sinistra non è riuscita affatto a sfondare, con l’eccezione della Grecia. La logica, in entrambi i casi non è chiedersi perché il pubblico non li sceglie, quali sono stati i loro errori, ma in primo luogo nascondere i dati, in secondo dare la colpa all’ignoranza e alla stupidità degli elettori e dei lettori e alla malvagità del “populismo”, infine attribuire la colpa alle nuove tecnologie. 
E’ un ragionamento insensato, anche dal punto di vista di chi lo fa, perché certo non si può prevedere che sparisca il web o la gente smetta di comunicare fra loro attraverso i social e in questa comunicazione che è innanzitutto interpersonale, rinunci a scambiarsi opinioni, notizie, idee, fatti. 
Dunque, anche per chi non lo gradisce, bisogna convivere con una forma di comunicazione che certo può ricevere input da ambienti interessati, ma che è innanzitutto organizzata secondo la logica della condivisione, rispecchia cioè le idee, i gusti, i desideri, le preoccupazioni e certamente anche i pregiudizi e le fobie irrazionali di un pubblico vastissimo, oggi più esteso del corpo elettorale. 
I giornali non spariranno, come non è sparito il teatro di fronte all’offensiva del cinema e della televisione, ma avranno un ruolo e un pubblico particolare: a seconda delle politiche  che seguiranno, più alto o più degradato di quello del web. 
Soprattutto dovranno rinunciare a fare la morale ai loro clienti, a porsi in una logica pedagogica. Dovranno pensare di essere fornitori di informazioni e di idee di valore a un pubblico che li sceglie, non maestrine dalla penna rossa e blu che segnano gli errori dei loro clienti e che presumono di insegnar loro a pensare. 
I politici e in particolare quelli “illuminati” e “progressisti”? 

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Fin che pensano di imporre all’elettorato cose che chiaramente non vuole, come l’immigrazione in Germania e in Italia e da noi anche lo ius soli, prenderanno scoppole severe alle elezioni. Anche qui, non abbiamo bisogno di maestrini, magari neanche laureati (come non solo Di Maio, ma anche l’attuale Ministro dell’Università e della Ricerca, e perfino quel prodigio di presunzione intellettuale che è Massimo d’Alema). 
Ci servono dei politici che amministrino correttamente e seguano le scelte dell’elettorato. Perché la democrazia, piaccia o meno, consiste esattamente nel potere dei molti, che si tratti di informazione o di politica.
E’ un potere pericoloso, che qualche volta sbaglia terribilmente come accadde col fascismo e col nazismo. Come disse Churchill, è terribilmente imperfetto. Peccato però che tutti gli altri, compreso il governo dei saggi che piace così tanto a coloro che si includono da sé nella categoria, siano molto peggiori.

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