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Ugo Volli
Cartoline
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Perché la ‘pace’ non è un obiettivo realistico 22/11/2017
Perché la ‘pace’ non è un obiettivo realistico
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: Benjamin Netanyahu

Cari amici,

c’è chi spera nella pace e chi si è rassegnato alla gestione del conflitto come soluzione realistica di medio periodo. Non sto parlando del vero e grande pericolo dell’imperialismo persiano in Irak, Siria e Libano, che preme già sulle frontiere di Israele. Nessuno a questo proposito ha proposto trattative, negoziati, accordi di pace, per la chiarissima ragione che fra Israele e Iran non c’è un conflitto territoriale, visto che i due paesi distano più di mille chilometri e dunque non ci sono accordi possibili. C’è solo l’espansione imperialista iraniana e la sua determinazione a distruggere Israele, per ragioni religiose/millenaristiche, ideologiche, propagandistiche e di potere che lo stato ebraico non può fare nulla per soddisfare o ammorbidire. I pacifisti in Israele e altrove a questo proposito sanno solo stare zitti e seppellire la testa sotto la sabbia per non vedere. Israele cerca di difendersi e di rendere più difficile il conflitto con le sue relazioni diplomatiche (con l’America innanzitutto, ma anche con l’Arabia e la Russia) e soprattutto con la sua deterrenza militare, continuamente ribadita contro le pressioni degli alleati dell’Iran.

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Pace e sicurezza

Parlo invece del rapporto con i palestinisti, che non è certo al centro delle preoccupazioni politiche e militari di Israele, ma che alcuni continuano a considerare, con una superstizione persistente anche se completamente smentita dai fatti degli ultimi sette anni (cioè dall’esplosione della cosiddetta “primavera araba”), la “chiave” per la pacificazione del Medio Oriente e la tranquillità di Israele. Costoro pensano, in sostanza che mettendosi d’accordo con l’Autorità Palestinese, Israele otterrebbe la “pace” e con essa numerosi vantaggi economici e politici nella regione e nei rapporti col resto del mondo. Il compito di “mettersi d’accordo” incomberebbe tutto su Israele, che dovrebbe “restituire” i “territori palestinesi”, cioè innanzitutto smantellare le “colonie”, cioè spostare di forza il 10% della sua popolazione, dividere di nuovo Gerusalemme come quando vigeva la pulizia etnica giordana, lasciare la stessa Gerusalemme, Tel Aviv e la grande area industriale e residenziale del centro del paese, l’aeroporto principale del paese sotto il tiro delle armi di terroristi per nulla eventuali, scarcerare i “detenuti politici”, accogliere milioni di “rifugiati” o piuttosto dei loro pronipoti nel territorio rimasto; insomma suicidarsi diligentemente in cambio di un pezzo di carta (neanche tanto facile da ottenere) in cui Abbas o il suo successore dicesse non che il conflitto è finito, perché questo è impossibile per l’ideologia palestinista “finché anche solo un centimetro della terra palestinese è occupata”, ma una qualche dichiarazione di tregua.

Solo a descriverla nei suoi dettagli, quest’idea della “pace” risulta per quel che è, neanche un obiettivo realistico per i palestinisti ma uno specchietto per le allodole che serve a motivare in maniera “antimperialista” la vecchia campagna antisemita contro Israele. Ma comunque, anche nella logica di chi è disposto a farsi incantare, è realistica oggi l’idea di una trattativa con i palestinisti? Vale la pena di riportare qualche dichiarazione recente, che peraltro ribadisce cose dette mille volte. Guardate per esempio che cosa si sono detti l’altro giorno Majed Faraj, capo dei servizi segreti dell’Autorità Palestinese e consigliere importante di Abbas, e i leader di Hamas: “Entrambe le parti hanno sottolineato che "le armi della resistenza sono il diritto del popolo palestinese fintanto che lo stato indipendente palestinese non esiste". (http://elderofziyon.blogspot.com/2017/11/pa-and-hamas-agree-to-maintain-armed.html). Alcuni giorni prima, peraltro, il capo di Hamas, con cui l'Autorità palestinese si è appena riconciliata, aveva dichiarato: Non intendiamo discutere se riconoscere Israele, ma solo come distruggerlo" (https://www.timesofisrael.com/hamas-chief-we-wont-discuss-recognizing-israel-only-wiping-it-out/) (non vorrei sembrarvi un tantino lombrosiano, ma, vi prego, guardate nell'articolo del link la faccia di questo Yahya Sinwar capo di Hamas, e capirete molte cose...). La risposta di Fatah, che è il partito di Abbas e detiene la maggioranza assoluta dell'Autorità Palestinese e dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina che ne è la base, non si è fatta attendere: (http://www.palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=23939): "Fatah non riconosce e non riconoscerà mai Israele, la resistenza armata, la resistenza popolare [eufemismo per il terrorismo dei coltelli e degli investimenti stradali] e qualunque altro mezzo sono legittimi contro Israele".

Insomma, la pace non se la sognano proprio, serve solo come strumento di propaganda. Non c'è speranza allora? Ma sì, la soluzione è quella che è in atto da molto tempo e che avrebbe funzionato molto meglio se la scelta sbagliata di Oslo non avesse richiamato in Israele i quadri terroristi dell'OLP da Oslo: la gestione, modesta e giorno per giorno dell'esistente, il miglioramento delle condizioni di vita di tutti. La prova si trova anche in un recente sondaggio, che mostra come solo il 14 per cento degli arabi israeliani dichiari di definirsi come "palestinese" (il 39% si definisce "arabo", il 34% per la propria identità religiosa e cioè musulmano o cristiano o druso, il 10% si dice innanzitutto israeliano: http://www.jewishpress.com/news/jewish-news/study-only-14-of-israeli-arabs-see-themselves-as-palestinians/2017/11/19/). Se non è Israele a fornire legittimità ai terroristi di Hamas e Fatah, essi saranno progressivamente abbandonati dalla popolazione che opprimono politicamente, depredano economicamente e cui sottraggono diritti umani e democrazia.

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