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Ugo Volli
Cartoline
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La guerra prossima ventura fra Iran e Arabia. E Israele? 20/11/2017
La guerra prossima ventura fra Iran e Arabia. E Israele?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: lo scontro Iran/Arabia Saudita
"Quanto durerà la lotta?"
"14 o 15..."
"...Secoli!"

Cari amici,

i giornali parlano continuamente dell’Arabia: l’arresto di molti ministri e generali, i missili che arrivano dallo Yemen fin sulla capitale, le dimissioni del primo ministro libanese Hariri annunciate da Riad, a causa della sostanziale pressa del potere iraniana e di Hezbollah sul Libano, con la conseguente contropropaganda di costoro che Hariri sarebbe stato rapito dal governo saudita; le voci, ancora diffuse dal fronte sciita di un accordo fra Arabia e Israele per “aggredire” il Libano (http://www.repubblica.it/esteri/2017/11/16/news/israele_accordo_arabia_saudita_
per_affrontare_iran-181270178/
).

La verità è che è in atto una guerra fra un fronte sunnita guidato dall’Arabia, piuttosto disorganizzato e pieno di contraddizioni, e un fronte sciita guidato dall’Iran, ben condotto e disciplinato, che gode dell’appoggio esplicito della Russia e di forti simpatie da parte dell’Unione Europea e dell’apparato diplomatico e militare degli Stati Uniti, ancora sostanzialmente obamiano nonostante gli strattoni di Trump. Questo fatto è di per sé una rivoluzione nella storia della regione. Gli sciiti sono il 10 per cento della popolazione islamica mondiale, sono sempre stati oppressi e perseguitati. Inoltre l’Iran è (in maggioranza) persiano, cioè appartiene a una popolazione indoeuropea e non semitica come gli arabi. Ancora nel 1980, meno di quarant’anni fa, fu il dittatore dell’Iraq Saddam Hussein a invadere l’Iran, approfittando del disordine creato dal colpo di stato di Khomeini per cercare di dare una lezione agli sciiti in Persia e anche a casa sua. La guerra si concluse nell’88, con immense perdite dalle due parti.(https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_Iran-Iraq)

Oggi, in un rovesciamento dell’equilibri impensabile fino a cinque anni fa, l’Iraq è retto da un governo sciita tributario dell’Iran. In Siria, che era governata dal partito Baath come l’Iraq con un’ideologia panaraba tanto da tentare, sessant’anni fa, di fondersi con l’Egitto in una Repubblica Araba Unita (https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Araba_Unita) le linee di divisione religiosa si sono dimostrate meno resistenti del conflitto religioso e il governo alauita (cioè appartenente a una corrente minoritaria dello sciismo) ha vinto la guerra civile appoggiato dagli sciiti persiani e dai loro protettori russi. In Libano è successa la stessa cosa: gli sciiti Hezbollah hanno preso il potere sullo stato, relegando i cristiani ma anche i drusi e soprattutto i sunniti a un ruolo, sotto minaccia di distruzione. In Yemen, Bahrein in parte anche in Oman e nelle province orientali dell’Arabia, gli iraniani sono all’offensiva usando le minoranze sciite locali. E’ un disastro per il mondo sunnita e anche per gli arabi in generale.

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Se guardiamo alla storia più lunga, la sensazione si precisa. I vari imperi babilonesi e assiri (semitici) dominarono la fertile pianura mesopotamica, impadronendosi spesso a est dell’altopiano iranico e a ovest degli attuali Turchia, Siria, Libano, Israele fino a comprendere l’Egitto, dal III millennio fino al 600 a C. Circa. Da allora, per 1200 anni, fino all’espansione coloniale islamica, la regione fu dominata da vari imperi persiani (gli achemenidi, i parti, i sassanidi), con la sola eccezione dei cent’anni di dominio macedone. I confini andarono avanti e indietro, ma il nucleo costituito dall’altipiano iraniano e dalla pianura mesopotamica rimase sempre dominato dai persiani, che di nuovo arrivarono spesso fino al Libano e all’Egitto. Poi, poco meno di mille e quattrocento anni fa, venne il rovesciamento: le forze arabe della generazione immediatamente successiva a Maometto sconfissero i bizantini sul torrente Yarmuk, che serpeggia nel Golan e oggi divide Israele dalla Giordania ed ebbero via libera a impadronirsi non solo di parti dell’Anatolia bizantina, ma soprattutto della Mesopotamia e della Persia. Finì così l’impero Sassanide e la Persia cadde sotto il dominio dei califfi di Baghdad e poi di curdi, turchi e mongoli; dopo il 1500, sotto il dominio degli azeri Safavidi divenne il rifugio degli sciiti, variante dell’Islam che fu sconfitta nella battaglia di Kerbala (in Iraq) del 680 e da allora fu perseguitata in tutto il mondo musulmano ma mai eliminata del tutto.

Insomma, quel che sta accadendo oggi appare agli arabi un tentativo di rovesciare i risultati sia delle battaglie dello Yarmuk che di Kerbala, di imporre cioè agli arabi il dominio persiano (dopo quello turco, che è durato molti secoli) e insieme la vittoria, sul loro territorio, dell’eresia sciita: una catastrofe storica favorita dalle superpotenze mondiali America e Russia. Particolarmente vulnerabile appare l’Arabia, che è una preda fondamentale sia per il petrolio, sia per la presenza dei luoghi santi dell’Islam, innanzitutto della Mecca.

La guerra è dunque aperta, gli arabi si sentono sulla difensiva, di fronte a un pericolo esistenziale (http://www.jpost.com/Opinion/The-great-Arab-retreat-514490). E di più, divisi e impotenti. La folle aggressività di Al Quesida e dell’Isis, che pure era stata appoggiata con armi e denari sia dall’Arabia che dal Qatar (e anche dall’Iran per al Qaeda, dalla Turchia per l’Isis) ha portato a sconfitte sul terreno e a coalizioni mondiali. Eppure l’Isis era stato visto nel mondo arabo come una reazione all’imperialismo iraniano. La forma terroristica dell’Isis ha permesso all’Iran di costituirsi attorno una coalizione che raggruppa non solo tutti gli sciiti, ma anche la Russia e per certi versi America ed Europa. Pezzi del mondo sunnita hanno subito l’attrazione del (presunto) vincitore. La Turchia di Erdogan, che appoggiava l’Isis, ora è vicina alla Russia; l’Egitto sente la tentazione di fare altrettanto; il Qatar si è legato direttamente all’Iran.

L’Arabia saudita ora si sente direttamente minacciata, sa di dovere combattere per la propria sopravvivenza. Ha nominato un principe giovane e aggressivo, che forse diventerà presto re, ha eliminato tutti gli elementi dubbi per ragioni di corruzione o di connivenza con gli sciiti dal proprio ceto dirigente, ha preso i provvedimenti più duri che poteva (ma non si sa quanto efficaci) per mettere in riga i sunniti per la guerra: ha organizzato il boicottaggio del Qatar, combatte in Yemen, sta cercando di sbarrare all’Iran la via del potere in Libano, anche se ormai Hezbollah ha in mano lo stato.

Infine ha capito che il suo nemico strategico, l’Iran, è lo stesso di Israele, anche se per ragioni molto diverse. Naturalmente Israele non è disposto a fare il mercenario dell’Arabia in Libano e probabilmente neanche gli arabi vogliono subito la guerra aperta fra Israele e il suo nemico Hezbollah, che avrebbe l’appoggio della popolazione in tutto il mondo islamico. Ma vuole dividere le forze iraniane, evitare di essere l’unico obiettivo dopo la fine della guerra civile in Siria; e, beninteso, neppure Israele vuole esserlo. L’Arabia può offrire a Israele una sponda preziosa per limitare l’aggressività palestinista e magari anche per arrivare a qualche accordo. Ha inoltre uno spazio aereo che confina direttamente con quello iraniano e che potrebbe consentire a Israele la strada per la distruzione dell’apparato atomico iraniano. Altre ragioni di scambio stanno nella navigazione del Mar Rosso e del golfo di Aqaba, nell’intelligence e anche negli scambi fra tecnologia e materie prime.

Beninteso si tratta di un’alleanza pragmatica contro un pericolo, non certo di un’amicizia basta su ragioni di affinità culturale. Ma sia per Israele che per l’Arabia il rischio iraniano è strategico, non solo tattico; ed entrambi questi stati sentono che questo rischio è sottovalutato dalle superpotenze e dalla comunità internazionale, sanno di doverlo affrontare da soli, con le proprie forze. Per Israele la necessità di autodifesa contro ostilità militare e politica del mondo ciò è normale, la dirigenza sionista ne è consapevole almeno dall’indipendenza; per l’Arabia è nuovo e questo spiega il cambio di sistema di governo, la necessità di affidarsi a un leader energico, lucido e deciso come sembra essere Mohammed bin Salman, un trentenne che ha preso in mano il paese con una velocità inaudita nella gerontocrazia saudita.

Non è detto che questo cambio di marcia riesca, che il principe diventi davvero re: potrebbe anche essere rovesciato da una congiura di palazzo favorita dai nemici personali e dall’Iran. E non è detto che la relazione con Israele si sviluppi, le opposizioni sono molte. Ma è chiaro che con la fine dell’Isis il grande gioco del Medio Oriente sta cambiando e la guerra sfiora oggi i grandi protagonisti.

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