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Ugo Volli
Cartoline
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La Spagna e il doppio standard su Israele 04/10/2017
La Spagna e il doppio standard su Israele
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: doppio standard

Cari amici,

vorrei porvi un piccolo dilemma iberico. Noi non entriamo qui nel pasticcio catalano, che non riguarda direttamente i nostri temi, Israele, il Medio Oriente, Eurabia. Vale però la pena di notare che la Spagna è uno dei paesi europei più favorevoli allo stato indipendente di “Palestina”, che le sembra conseguenza necessaria del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Crede anche che la volontà politica degli abitanti arabi di Giudea e Samaria superi tutte le obiezioni sull’esistenza di un popolo palestinese nella storia e sulla loro disomogenea provenienza di chi dovrebbe farne parte. E però alla Catalogna questi argomenti non sono usati: sia o non sia un popolo, secondo governo, parlamento e magistratura non vi si applica il diritto all’autodeterminazione, perché le leggi vigenti non lo consentono. Non è una contraddizione?

Il ragionamento si può fare anche dall’altra parte. Se in effetti la Catalogna non ha diritto all’indipendenza, perché anche i suoi elettori nel 1978 hanno approvato la carta costituzionale che è all’origine della democrazia spagnola, in cui il paese viene definito indivisibile proprio mentre vengono stabilite le autonomie regionali che effettivamente sono molto largamente applicate anche alla Catalogna da decenni, perché si potrebbe costituire uno stato palestinese che non era previsto negli accordi di Oslo, che stabilivano solo un’autonomia degli abitanti arabi di Giudea e Samaria, anch’essa applicata da decenni? Se i Catalani dovrebbero accontentarsi, come credo anch’io, ma soprattutto credono tutti i governi europei e l’Unione, del loro autogoverno, che ha competenza su quasi tutti gli ambiti della vita associata, perché geografia, economia, sicurezza lo esigono, perché non dovrebbero accontentarsene gli abitanti arabi dei territori oltre la linea verde, che si autogovernano ancora più largamente e per il 98% vivono in territori amministrati dall’Autorità Palestinese (e il resto le risponde fiscalmente e amministrativamente)? Soprattutto se consideriamo la specificità delle esigenze di sicurezza di Israele di fronte al terrorismo, la ristrettezza geografica ed economica. Anche questa è una contraddizione, non vi pare?

Immagine correlata
Natan Sharansky

La risposta è la solita: a Israele si applicano tranquillamente criteri diversi dal resto del mondo. Il modo in cui si giudica Israele è diverso da quello, molto più corrivo, con cui si giudica la Catalogna, ma anche l’occupazione turca di Cipro Nord, quella marocchina del Sahara occidentale, per non parlare di realtà più lontane come la Russia in Crimea o la Cina in Tibet. Tanto che i terroristi contro Israele sono trattati come resistenti e invitati a parlare al Parlamento Europeo, com’è accaduto di recente (http://www.israelhayom.com/2017/09/27/eu-invites-palestinian-terrorist-speaker-on-role-of-women-in-resistance/). E che gente di sinistra, abbastanza informata da fare il deputato, non ha remore oggi a paragonare Israele alla Germania nazista (http://www.israelhayom.com/2017/09/27/uk-labour-activists-compare-israel-to-nazi-germany/).

E’ il doppio standard, una delle caratteristiche che, secondo Sharansky, determinano i discorsi anti-israeliani come antisemiti (le altre, ben presenti nei miei esempio, sono demonizzazione e delegittimazione). Anche in Spagna.

Immagine correlata
Ugo Volli - clicca sulla copertina del libro per tutte le informazioni e procedere all'acquisto

PS: Questa sera per la tradizione ebraica inizia Sukkoth, la festa delle capanne, che oltre a essere un festeggiamento agricolo del cambio di stagione ha il senso di ricordare i quarant’anni di vagabondaggi del popolo ebraico nel deserto e più in generale l’incertezza della vita e la sua dipendenza dalla volontà divina. Paradossalmente, questa festa non ha affatto un carattere angoscioso, ma è la più serena, la più lieta del calendario ebraico. E’ bello, dice in fondo, sentirsi non circondati dalla solidità di una casa ma affidati alla benevolenza divina nella fragilità di una capanna, sentendo intorno a sé la natura. Il carattere provvisorio e variabile dell’esistenza non deve far paura ma gioia: un sentimento che si chiama speranza, come l’inno dello stato di Israele. A tutti coloro che festeggiano Sukkoth, i miei auguri più belli.


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