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Ugo Volli
Cartoline
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Un anno dolce e buono per tutti noi 20/09/2017
Un anno dolce e buono per tutti noi
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

questa sera al tramonto per gli ebrei inizia l’anno nuovo, per la cronaca il numero 5778. Per la tradizione ebraica, che per lo più è attenta a intendere queste cose in maniera simbolica e non piattamente letterale, si tratta dell’anniversario della creazione dell’uomo (e non del mondo). Ma la nostra tradizione è anche pluralista e dialettica, sicché conosce anche altri capodanno: uno del mondo vegetale che si risveglia alla fine dell’inverno israeliano, quando ancora da noi fa freddo, fra gennaio e febbraio; uno fiscale, che cade al tempo del raccolto e dopo la nascita della maggior parte degli animali, all’inizio dell’estate; e uno più religioso, perché la Torà prescrive che Nissan, quando si festeggia con Pesach l’uscita dell’Egitto “sarà per voi il primo dei mesi” e naturalmente il suo capomese, due settimane prima della festa, è anche un capodanno. Comunque quello da cui si conta il numero del nuovo anno è questo, il primo del mese di Tishrì. E in effetti molte cose della vita anche per lo stile di vita occidentale iniziano al principio dell’autunno e non nel bel mezzo dell’inverno il 1 gennaio: la scuola, le semine, la vita politica ecc.

Un po’ per imitazione delle abitudini occidentali anche il capodanno ebraico ha assunto un tono prevalentemente festoso, con auguri, regali, festeggiamenti vari. In realtà si tratta di un momento più complesso, che immerge gli auguri per l’anno nuovo nella consapevolezza religiosa della dipendenza del mondo dalla volontà divina e dunque qualifica il suo inizio come un momento di giudizio. A Rosh haShanà (la cui traduzione letterale è capodanno), già dopo una certa preparazione rituale nelle settimane precedenti si aprono i “10 giorni temibili” (“yamim noraim”) in cui ci viene chiesto di fare un approfondito esame di coscienza, di chiedere scusa per i torti fatti agli umani e di pentirci dei peccati contro il Cielo (la seconda operazione non può avvenire se non preceduta dalla prima), in vista di un giudizio divino che ha il suo culmine nel giorno dell’espiazione (Yom haKippurim, spesso chiamato brevemente Kippur). Ci si può credere o meno, naturalmente, ma un momento dell’anno in cui fare i conti con se stessi è certamente più interessante e utile di una festa in cui ci si scambiano solo doni e auguri. Si tratta di un lavoro su di sé, ma pubblico e collettivo, tanto che le confessioni di colpa nella liturgia sono al plurale ed elencano peccati che nessuno può avere compiuto individualmente tutti, ma che certamente albergano nel popolo collettivamente inteso. Dunque anch’io qui pubblicamente voglio chiedere scusa a chi abbia offeso in questa sede per ragioni politiche: sono appassionato e certamente collerico, non dubito di aver esagerato più di una volta.

Ma oltre a questa presa di coscienza, Rosh haShanà è utile per fare un bilancio. Vi risparmio il mio privato e accenno solo velocemente a quello collettivo. L’anno che si chiude è stato complessivamente positivo per Israele. L’elezione di Trump ha evitato che si approfondisse il solco con l’America e che seguissero guai peggiori. Il terrorismo ha purtroppo segnato delle vittime ma ha mostrato chiaramente a tutti di non essere un’arma efficace contro Israele e pertanto è in diminuzione (non in Europa, purtroppo, che si è mostrata ricattabile, cedevole e irrazionale sull’immigrazione. Lo stato economico di Israele è ottimo, quello politico internazionale è notevolmente migliorato grazie all’abilità e all’attivismo di Netanyahu. Vi sono state questioni interne sgradevoli, è continuata la persecuzione della famiglia del primo ministro, la Corte Suprema non ha cessato di attribuirsi un ruolo antidemocratico di revisore di ultima istanza delle decisioni democraticamente prese da Parlamento e Governo, si sono avuti ancora fallimentari tentativi di attacco politico dei palestinisti, è proseguito l’irresponsabile boicottaggio della sinistra ebraica in Israele e negli Stati Uniti, peraltro impotente e senza idee, direi anche senza ebraismo, se non la confusione che fa fra ideologia di sinistra e tradizione ebraica. Ma sono stati fenomeni secondari. Il bilancio è positivo e non è solo il frutto di circostanze fortunate, ma di solide fondamenta e di un buon indirizzo di lavoro.

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L’augurio è che questa strada si mantenga nell’anno prossimo. E’ essenziale che Netanyahu sia lasciato continuare il suo lavoro ed è sperabile che lo sia anche Trump. Bisogna sperare che lo status quo in Giudea e Samaria regga e migliori la normalizzazione, che l’economia israeliana continui a fare i suoi miracoli, con l’aiuto di un sistema scientifico e tecnologico che continui a procedere e a rinnovarsi. Sul problema più importante di tutti, quello da cui dipende la vita di tanti, cioè la questione della pace e della guerra, molto probabilmente al nord del paese, bisogna sperare che l’iniziativa militare e politica israeliana riesca a bloccare con la sua deterrenza l’avanzata imperialista iraniana verso il Mediterraneo e i confini dello stato ebraico. Su questo punto è fondamentale che l’America riprenda il suo ruolo abbandonato e tradito da Obama, riaffermi cioè la sua forza e la sua leadership: qui come su altri fronti, dalla Corea del Nord, intima alleata dell’Iran, alle politiche imperialiste della Russia in Europa (Ucraina, paesi baltici) che devono essere fermate. E’ essenziale che “il nuovo sceriffo in città”, come Trump è stato definito al suo ingresso alla Casa Bianca, abbia la volontà e la possibilità di agire e per questo è condizione imprescindibile che il sistema politico americano smetta di bloccarlo e sabotarlo. I democratici devono capire di aver perso le elezioni perché il paese ha rifiutato il loro programma di distruzione del ruolo tradizionale degli Usa e che invece di fare sempre più spazio agli estremisti al loro interno e di svolge il ruolo dell’opposizione irresponsabile alla volontà dell’elettorato ritrovino un contatto con l’America produttiva, sana capace di aver fiducia in se stessa e di guidare il mondo.

Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo davanti le elezioni. Il risultato più catastrofico sarebbe una vittoria dei cinque stelle, che magari si alleassero con l’estrema sinistra per il governo. Avremmo una politica terzomondista, antisraeliana, probabilmente filorussa, inevitabilmente procliva ad accettare i ricatti sull’immigrazione, anche se su questo le posizioni di Grillo sono state ondivaghe (ma non ci dimentichiamo le sparate di Di Maio, il suocero iraniano del leader, la disastrosa visita in Israele, anzi come dicono loro in Palestina). Io spero che siano sconfitti loro e gli scissionisti del Pd, che sono altrettanto pericolosi. Per il resto, raddrizzare la sorte dell’Europa e dell’Italia in essa è questione ben più lunga di un anno. Posso solo augurarmi che l’ubriacatura ideologica bergogliana si dissolva prima possibile e che si ritorni alla ragione, che vuol dire prima di tutto tutelare la nostra civiltà, i nostri diritti, il nostro modo di vivere.

Forse come elenco di desideri di inizio anno, ho esagerato. Ne avrei molti da aggiungere, ma mi fermo qui, consapevole che sperare è lecito e opportuno, ma la realtà non si cambia solo con gli auguri. Aggiungo solo ai miei lettori che auguro loro Shanà Tovà, buon anno, e per chi ha fede, di essere “iscritto nel libro della vita”, come la tradizione invoca in questa circostanza la benevolenza divina. Che sia un anno dolce e buono per tutti noi.

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