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Ugo Volli
Cartoline
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La testa di maiale e il male 26/01/2014

La testa di maiale e il male
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

 Cari amici,

permettetemi una domanda: secondo voi, che tipo è uno che manda una testa di maiale a una sinagoga, accompagnato da un volantino sull'"industria della Shoah,com'è successo venerdì a Roma? Fate uno sforzo per non giudicarlo subito o almeno a non limitarvi a giudicarlo. Il giudizio è così ovvio da non essere molto interessante. E' un antisemita.
Ma come ragiona questo antisemita, che tipo è? Non è semplice procurarsi così una testa di maiale, se non si lavora nell'industria della macellazione o si è contadini. Diciamo che, a parte tutte le questioni religiose l'oggetto dev'essere anche un po' fastidioso, sanguinolento, ingombrante, magari un tantino puzzolente. A usarlo c'è il rischio di essere scoperti: da chi ce l'ha procurato, da chi l'ha inoltrato o consegnato, se non è proprio il diretto autore del 'dono'.
Sia negli uffici postali sia davanti alla sinagoga ci sono telecamere, la plastica del sacchetto in cui era contenuta la testa e i nastri adesivi tengono le impronte digitali, bisogna stare attenti... Insomma bisogna avere parecchi complici o essere molto, molto accorti. E motivati. E, francamente, c'è poco costrutto.
La comunità ebraica di Roma che ha ricevuto il regalo, diciamo così, ne ha viste tante, non si spaventa mica per una cosa del genere, figuriamoci.
Si arrabbia, sì, ma certo non c'è confronto con quel che accadde in passato con le bombe palestinesi, le bare sindacali, i tentativi di pestaggio da destra e sinistra, per non parlare della Shoah e delle persecuzioni.
Dunque, che tipo è questo antisemita dalla testa di maiale?
Be', io non faccio lo psicologo, ma una cosa è sicura, è un personaggio (o un gruppetto), fortemente motivato, direi ossessionato. Se non avesse un'ossessione, perché prendersi tanti rischi e fastidi solo per fare uno sfregio, un atto simbolico che gli deve essere apparso molto dissacrante ma in realtà non lo è davvero - gli ebrei non mangiano carne di maiale come non mangiano il coniglio, le anguille o le cozze, ma non ne hanno paura né si sentono contaminati se  trovano la sua carne nelle vicinanze, se non la usano.
Ma questo il mittente non lo sa, pensa di compiere lo sfregio più terribile, come quelli che a suo tempo chiamavano "marrani", cioè ancora maiali, gli ebrei obbligati a convertirsi dalla violenza clericale dei sovrani di Spagna. Sotto a questo insulto c'è una volontà di dissacrazione simbolica, che implica la distruzione fisica: io vi mando il maiale che voi - credo - aborrite, ve la mando nel vostro luogo più sacro, perché in qualche modo così vi cancello, come vi cancellerei fisicamente se potessi.
La testa di maiale è un simbolo genocida. Mandare la testa di maiale è dunque soprattutto un complicato segno d'odio, che ha effetto psicologico soprattutto sull'odiatore e non sull'odiato, come tracciare scritte antisemite sui muri, che è solo più facile e meno impegnativo.
Dunque tutto il rischio e l'organizzazione servono semplicemente a soddisfare una pulsione di chi lo fa, a dar sfogo a un'ossessione.
Che questo avvenga in concomitanza con la giornata che ricorda la persecuzione e la strage degli ebrei (ciò che il mittente del maiale vorrebbe evidentemente rifare), è la conferma del fatto che l'odio si alimenta da sé - in altri termini che non c'è ragione migliore per odiare qualcuno che avergli già fatto torto.
E' buffo ma di nuovo caratteristico che il nostro antisemita, nel momento in cui col suo gesto esprime una volontà di distruzione simbolica e di eliminazione fisica degli ebrei, scriva nel suo volantino per denunciare l'"industria della Shoah", cioè sia insieme genocida e negazionista, voglia cioè il gesto e la sua cancellazione, la strage e l'impunità.
Lo facevano anche i nazisti, che insieme vantavano il loro antisemitismo, dichiaravano la loro volontà di eliminare gli ebrei e nascondevano le prove dei loro crimini. Il nostro antisemita in qualche modo segue le tracce dei nazisti e dei volonterosi carnefici che li accompagnarono. La Shoah non fu un colpo di follia istantaneo, iniziò con le leggi razziste, in Germania nel '36 e in Italia nel '38, ebbe una lunga prima fase propagandistica di odio disprezzo e discriminazione, che - bisogna continuare a dirlo per evitare le versioni all'acqua di rosa degli "Italiani brava gente" - fu accettata e praticata largamente dalla popolazione italiane e tedesca.
Non si trattò affatto, come scrive Hannah Arendt, per questo esaltata dalla Von Trotta e da altri - di disciplina cieca, di obbedienza senza pensiero, di "banalità del male". Il mittente della testa non è affatto un banale esecutore obbediente, come non lo erano gli squadristi che spesso andarono ben oltre le indicazioni del regime nell'assalire gli ebrei o i delatori che li denunciarono o gli intellettuali cortigiani (come Bocca, Scalfari, Fanfani, e tanti altri futuri "democratici", non solo gli Almirante, che esaltarono con i loro scritti la "dottrina della razza"). Per trovare una serie senza fine di questi esempi, vi consiglio di leggere il libro recente "Di pura razza italiana" di Mario Avigliano e Marco Palmieri".
Sostenere che la Shoah è stata fatta da puri esecutori di ordini "banali" in quanto "senza pensiero", come fa Arendt e che naturalmente gli ordini venivano da "un pazzo", o da pochi criminali, è estremamente consolante, perché in definitiva non è colpa di nessuno: un matto è per definizione incapace di intendere e volere, i carnefici, come hanno sostenuto sempre per giustificarsi eseguivano solo gli ordini, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scordiamoci il passato.
E invece no, il nostro distributore postale di teste di maiale ci ricorda che esiste l'antisemitismo, il quale è una passione ancorché nera, che questa passione suscita attività ingegnosa, autonoma e criminale. Che per cercare di eliminare simbolicamente o materialmente gli ebrei non c'è bisogno di ordini, ed eventualmente questi ordini possono anche essere sollecitati (come spesso fecero gli antisemiti italiani col regime) o interpretati in maniera sadica.
Che infine c'è un pensiero antisemita, che alcune delle menti più brillanti del secolo scorso furono violentemente antisemite e appoggiarono il genocidio, da filosofi come Heidegger (amante della Arendt che lei si rifiutò sempre di condannare) a teorici del diritto come Carl Schmitt, da grandi poeti come Ezra Pound a scrittori innovativi come Céline, a storici della religione come Eliade ed Evola per non parlare delle migliaia di intellettuali giornalisti, giuristi, giovani brillanti che collaborarono per un verso o per l'altro a portare le loro teste di maiale in casa degli ebrei, magari per rubarne quel poco che c'era.
Banale, nonostante l'altezzosità intellettuale, è la tesi della Arendt; banale e in fondo negazionista come molti di coloro che la appoggiano oggi.
Per questo dobbiamo in fondo essere grati all'antisemita del maiale: perché per fortuna senza poterci (ancora) ferire fisicamente ci dimostra che il pericolo non è cessato, che non c'è bisogno di qualche grottesco grande dittatore alla Hitler perché l'odio antisemita colpisca, magari nascondendosi dietro la foglia di fico dell'antisionismo, dell'appoggio alle povere vittime palestinesi (come settant'anni fa i nazisti difendevano la povera gente comune oppressa dall'usura ebraica...).
In questi giorni in cui ci troviamo davanti alla celebrazione sempre più ufficiale e inoffensiva della Giornata della Memoria, dobbiamo prendere la parola e ricordare questo: che l'antisemitismo non è morto e che oggi si presenta sotto la maschera di virtuosa condanna di Israele.

 Ugo Volli


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