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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
18.08.2025 Tornando a casa, perché ho lasciato l’Europa per Israele
Testimonianza di Oded Nir (traduzione di Giulio Meotti)

Testata: Il Foglio
Data: 18 agosto 2025
Pagina: VI
Autore: Oded Nir
Titolo: «Tornando a casa: perché ho lasciato l’Europa per Israele»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 18/08/2025, a pagina VI, la testimonianza di Oded Nir, pubblicata su Jfeed e tradotta per Il Foglio da Giulio Meotti dal titolo: "Tornando a casa: perché ho lasciato l’Europa per Israele".

Oded Nir

Informazione Corretta
Giulio Meotti

Aliyah, l'emigrazione ebraica verso Israele aumenta a causa del clima antisemita che si sta diffondendo in Europa e America.

Sono un musicista. Sono israeliano. E più di ogni altra cosa, sono figlio di un popolo che è sopravvissuto, ha creato e sognato, anche quando il mondo ha cercato di oscurare la sua luce”.

Comincia così il racconto di Oded Nir e del suo ritorno in Israele, pubblicato sul sito

Jfeed. “Ho vissuto ad Amsterdam per 19 anni. Una città bellissima, aperta, creativa, ricca di cultura. Mi ha accolto con entusiasmo fin dal mio arrivo: un giovane artista con i suoi sogni, la chitarra in mano, la musica nel cuore. Mi sono esibito in tutta Europa, ho collaborato con musicisti di ogni estrazione e mi sono costruito una vita in un luogo che ammiravo. Ma lentamente, e sempre in modo discreto all’inizio, quell’accoglienza si è affievolita. E’ iniziata con piccole domande. Sguardi silenziosi. Silenzi inquieti. ‘Sei israeliano?’, ‘Cosa pensi di quello che sta facendo il tuo paese?’, ‘Sei ebreo, vero?’. Non erano attacchi. Non all’inizio. Ma col tempo, il significato che si celava dietro si è acuito. Il mio nome, la mia identità, persino la mia musica, cominciavano a sembrarmi un peso. Un peso ebraico. Un peso israeliano.

Mi sono detto, come molti fanno, che sarebbe passato. Che avrei potuto superarlo. Che la musica, che l’arte trascende la politica, i pregiudizi e la storia. Ma alla fine, mi sono ritrovato a modificare chi ero. A nascondere certi testi. A evitare titoli in ebraico. A scegliere collaborazioni che non sollevassero domande. E quello è stato il momento in cui ho capito: non mi sarei arreso. Stavo venendo cancellato, un piccolo silenzio alla volta. Quando nemmeno la mia musica poteva veicolare la mia identità senza paura, ho capito che cosa dovevo fare. Sono tornato a casa.

Oggi vivo a Rishon LeZion con mia moglie. Abbiamo costruito una vita, non nell’utopia, ma nel nostro posto. In Israele non ho bisogno di scusarmi per il mio nome. Non ho bisogno di spiegare le mie origini. Posso camminare con una kippah, una chitarra o una bandiera, senza chiedermi chi attraverserà la strada per evitarmi. Questo è ciò che il sionismo ha sempre significato per me: un ritorno non solo dall’esilio, ma dalla cancellazione. Non solo una casa fisica, ma una bussola spirituale. Non sono tornato a casa perché Israele è perfetto. Non lo è. Ma sono tornato a casa perché qui posso vivere liberamente, come ebreo, come israeliano, come artista. E nel 2025, questo non è qualcosa che do per scontato. Il sionismo non è un’idea obsoleta. Non è una reliquia. E’ un diritto. E per molti di noi è l’unica bussola che ci indica ancora casa. A ogni ebreo che si è sentito piccolo, in imbarazzo o in colpa per la sua esistenza, dico questo: non rinunciate alla nostra storia. Non lasciate che il mondo decida quanto vi sia permesso essere ebrei.

E non dimenticate mai: il diritto di vivere liberamente come ebrei in una patria ebraica non è un cliché. E’ un privilegio. Un privilegio che è stato conquistato con sacrifici, lotte e con l’incrollabile convinzione che meritiamo di essere integri”.

(Traduzione di Giulio Meotti)

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