Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Sicurezza ai confini, poi l’attacco Analisi di Gianluca Di Feo
Testata: La Repubblica Data: 10 ottobre 2023 Pagina: 10 Autore: Gianluca Di Feo Titolo: «Le priorità dei generali mettere in sicurezza i confini prima di sferrare l’attacco»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 10/10/2023, a pag. 10, con il titolo "Le priorità dei generali mettere in sicurezza i confini prima di sferrare l’attacco" l'analisi di Gianluca Di Feo.
Gianluca Di Feo
Prima di sfoderare la “Spada d’Acciaio”, Israele deve rimettere insieme lo scudo e ricostruire una difesa credibile dei suoi confini. La storia del Paese è sempre stata condizionata dalla geografia: l’estensione limitata impone di rendere sicure le linee interne prima di muovere l’attacco. Oggi però c’è una convinzione: non è mai stata vissuta una crisi così drammatica e la risposta sarà diversa dai conflitti del passato. Più determinata, più devastante e allo stesso tempo più carica di rischi. Per questo l’alto comando delle Israeli Defence Forces deve inventare una guerra nuova. I bombardamenti contro Gaza sono solo la premessa: si tratta di una reazione pesantissima ma prevedibile. Ogni offensiva invece deve misurarsi con la lezione dell’assalto di sabato: la consapevolezza di un colossale buco di intelligence mentre gli avversari conoscevano nei dettagli i metodi dell’esercito israeliano. Questo smacco è il punto di partenza per il piano di battaglia: c’è una corsa frenetica a recuperare informazioni sulla reale capacità dei nemici. E la necessità di sorprendere le truppe rivali, secondo l’antica massima di Sun Tsu: “Colpisci il nemico dove non è preparato. Vai a fondo dove non se l’aspetta”. Il doppio fronte La grande domanda è: l’offensiva sarà limitata alla Striscia o si estenderà al Libano? Lì il movimento sciita Hezbollah è molto più temibile di Hamas. Lo ha dimostrato nel 2006, quando 32 giorni di raid aerei e assalti terrestri non hanno fermato i suoi razzi. E almeno dal 2018 i generali hanno messo in guardia il governo: l’intervento nel conflitto civile siriano al fianco di Damasco ha trasformato Hezbollah in un vero esercito, che ha un arsenale gonfio di ordigni micidiali per bersagliare ogni città israeliana. Non a caso, Netanyahu ha chiesto a Biden di fornire le batterie Iron Dome acquistate dagli Usa per incrementare la “cupola” sul versante libanese. I vertici di Hezbollah finora sono stati cauti ma sanno chela resa dei conti con Israele è solo questione di tempo. Le stesse valutazioni si fanno nel quartiere generale delle Idf: Israele non sarà mai sicura senza ridimensionare la minaccia sciita. Gaza e il Libano sono due incognite della stessa equazione, che deciderà il futuro del Paese. Il fattore umano Una guerra in Libano però comporta l’impiego di tanti uomini e perdite consistenti. Nel 2006 furono spediti 30 mila militari, con 1.465 tra caduti e feriti. La strategia israeliana ha sempre enfatizzato la potenza di fuoco – artiglieria e cacciabombardieri – rispetto alla manovra sul terreno proprio per limitare il tributo di sangue. Una scelta che dall’inizio del millennio ha dovuto prendere atto del cambiamento della società: le giovani leve hanno perso il senso della lotta per la sopravvivenza che aveva animato i superstiti della Shoah e i loro figli. Lo ha descritto Rom Leshem nel romanzo “Tredici soldati”, ispirato dal plotone di ventenni assediato da Hezbollah nelle rovine del castello crociata di Beaufort: «L’esercito è diventato quello dei poveri e dei più deboli – ha sottolineato - . Per i rampolli dell’élite contano solo denaro e successo». Questo fattore umano pesa sulle scelte di Israele. Lo choc per i massacri jihadisti risveglierà la determinazione dei suoi cittadini? E l’addestramento è all’altezza della sfida che attende i carristi destinati a entrare nelle strade di Gaza? Dal punto di vista militare, l’attacco alla Striscia è un incubo. In 13 chilometri vivono oltre due milioni di persone, c’è un labirinto di cunicoli e ogni palazzo nasconde una trappola. Nelle vecchie operazioni contro Gaza i palestinesi disponevano di circa 15 mila miliziani poco addestrati e male armati. Gli israeliani avevano mezzi moderni e reparti istruiti agli scontri urbani: hanno sfruttato il tiro di artiglieria e aerei per coprire l’avanzata delle colonne corazzate e spezzare la resistenza. Ma ora i terroristi hanno dimostrato un coordinamento perfetto e possiedono ordigni che possono neutralizzare anche i tank. E soprattutto, Hamas sta aspettando l’attacco dietro lo scudo di oltre cento ostaggi: un’altra situazione inedita, che complica qualsiasi intervento. L’opinione pubblica israeliana già provata dalla carneficina può accettare il sacrificio di altri connazionali? Non sembrano esistere soluzioni operative per conciliare i raid e la salvezza dei prigionieri. E l’alto comando sembra intenzionato ad andare avanti a ogni costo. L’irruzione La mobilitazione di 300 mila riservisti indica la magnitudo del terremoto in arrivo. Oltre diecimila tra tank e cingolati stanno venendo schierati. Nelle precedenti campagne a Gaza c’era solo la volontà di dare una lezione ad Hamas. Ora l’unico obiettivo che può restituire credibilità a Israele è lo smantellamento dell’organizzazione jihadista. Il che significa non solo irrompere nella Striscia, ma occuparla per il tempo necessario ad annientare ogni deposito sotterraneo. Un impegno massiccio e lungo, che costerà un sacrificio di vite enorme e avrà ripercussioni in tutta la regione: «Cambieremo il Medio Oriente», ha promesso ieri il premier Netanyahu. La rappresaglia si spingerà fino all’Iran, ritenuto il mandante dell’assalto palestinese? Anche su questo fronte, i piani israeliani sono pronti da anni con una lista di bersagli per i “caccia invisibili” F35. Poi toccherebbe alla barriera dei sistemi contraerei Arrow il compito di intercettare la reazione dei missili balistici iraniani. Sarebbe un duello sull’orlo dell’Apocalisse: Teheran ha un arsenale di ogive chimiche, Israele di testate atomiche.