Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Nazisti impuniti e 'sazi di giorni' Commento di Elena Loewenthal
Testata: La Stampa Data: 01 marzo 2021 Pagina: 19 Autore: Elena Loewenthal Titolo: «Nazisti impuniti e 'sazi di giorni'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 01/03/2021, a pag.19, con il titolo "Nazisti impuniti e 'sazi di giorni' " il commento di Elena Loewenthal.
Elena Loewenthal
Wilhelm Karl Stark, Alfred Stork
Sono morti come il biblico Giobbe, soddisfatti dalla vita e «sazi di giorni». Alfredo Stork e Wilhelm Karl Stark se ne sono andati rispettivamente a novantasette e cento anni senza aver mai scontato un solo giorno di carcere pur avendo ammesso le proprie responsabilità. Hanno massacrato centinaia di militari e civili italiani, a Cefalonia e sull'Appennino tosco emiliano. «Per ordine urgente del Fuhrer» è stato sempre il loro alibi. Erano gli ultimi due criminali nazisti giudicati colpevoli sopravvissuti alla guerra. Sessanta ergastoli stanno nell'«armadio della vergogna» di quel tempo che sembra così lontano e invece non lo è affatto, tanto che davvero ci vuole il passato prossimo per raccontarlo, e solo due condanne rese effettive dalle, chiamiamole così, «circostanze»: comodità, coscienza tremendamente lavabile, una certa dose di «civile» complicità hanno permesso a tanti criminali nazisti di vivere normalmente per decenni. E di morire «sazi di giorni», come nel caso di quei due. Difficile, se non impossibile, trovare un perché alle loro storie, così come a quelle di tutti i criminali nazisti tornati indisturbati a una vita normale, dopo la guerra. C'è qualcosa di imperscrutabile nello squilibrio terribile di questo contrappasso in cui la colpa resta sospesa in un vuoto muto e incomprensibile. Oltre quel vuoto, oltre il silenzio delle vittime e l'indifferenza del resto del mondo, grida quella che è la parola ebraica per dire «giustizia», che abbraccia una vasta gamma di significati, ma soprattutto di valori umani traditi da queste storie: tzedaqah vuol dire infatti congruità del giudizio ma anche condivisione del bene. Perché la giustizia, cioè la corrispondenza fra merito e retribuzione, colpa e punizione, è alla base di ogni convivenza. È sintomo e segno di un bene che non è trascendentale, ma regola — anzi, dovrebbe regolare —ogni società, piccola o grande che sia. Nelle storie di questi due loschi figuri, schermate dalle solita litania — «erano ordini superiori, non potevo oppormi» — c'è tutta l'incongruità dell'ingiustizia. Tutta l'evidenza di quanto l'ingiustizia dovrebbe essere fuori posto nel mondo e invece non lo è. Non è questione di vendetta, beninteso: la protratta impunità di Stark e Stork non ha nulla a che vedere con una mancata occasione di ritorsione. È, in fondo, proprio il contrario: una terribile occasione mancata di mettere un poco di giustizia nel mondo. C'è davvero da domandarsi come e perché sia potuto succedere tutto questo. Dopo l'evidenza delle colpe, dopo la condanna. Dopo, soprattutto, l'evidenza che «erano ordini superiori, non potevo oppormi» non tiene, perché c'è e deve esserci sempre spazio per la coscienza, per l'umanità. E così è stato tante volte, durante quegli anni. L'ingiustizia di questa impunità e di queste due pacifiche e appagate morti ci dice, ancor oggi, che quella storia non è affatto chiusa. Che nel processo del tigqun olam, «riparazione del mondo» cui secondo l'ebraismo siamo tutti chiamati a collaborare perché questo è il vero senso della vita, c'è ancora tanto, decisamente troppo cammino da fare.
Per inviare alla Stampa la propria opinione, telefonare: 011/65681, oppure cliccare sulla e-mail sottostate