Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Covid in Israele: ecco la situazione Cronaca di Fiammetta Martegani
Testata: Avvenire Data: 13 novembre 2020 Pagina: 8 Autore: Fiammetta Martegani Titolo: «Il virus? 'Ebrei, cristiani o musulmani dobbiamo solo fare in fretta'»
Riprendiamo da AVVENIRE di oggi, 13/11/2020, a pag.8 con il titolo "Il virus? 'Ebrei, cristiani o musulmani dobbiamo solo fare in fretta' " la cronaca di Fiammetta Martegani.
Fiammetta Martegani
“Quando ci si trova in sala rianimazione, con i minuti contati, poco importa da dove si arriva, che lingua si parla e che religione si pratica. Bisogna fare in fretta. Punto». David Dozed è medico nel reparto Covid dell'ospedale Tel HaShomer di Tel Aviv. Da settimane non ha un attimo di riposo: turni massacranti, per lui come per il resto del personale. Che arriva da tutta Israele: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, beduini. Esattamente come i malati. Il virus non fa differenze, lo staff medico nemmeno. Nelle terapie intensive come negli altri reparti. Ieri in ginecologia è nata Lea. È figlia di Elena, un'italiana, da tre anni in Israele, che è stata ricoverata e accompagnata al cesareo - tra estenuanti misure di sicurezza per i protocolli sanitari anti-Covid da un chirurgo ebreo, un caposala musulmano e un anestesista cristiano. «Sono lontana dall'Italia e dai miei cari. Eppure, anche in un momento tanto drammatico, questa esperienza in ospedale sarà per me uno dei ricordi più belli legati a questo Paese». Fuori, sul lungomare solitamente affollato di turisti, monopattini e biciclette, ci sono solo piccoli gruppi di colleghi, amici, famiglie. Come previsto dalle linee guida: dieci persone al massimo e la possibilità di consumare qualcosa in un take away, visto che i ristoranti sono chiusi dallo scorso 19 Settembre. Da quando, in concomitanza del Capodanno ebraico, e avendo registrato un'impennata di contagi, Israele, primo Paese al mondo, ha cominciato il suo secondo, durissimo, lockdown. Da allora, la strada che porta a Bnei Brak, una delle più grandi cittadine ultraortodosse, che confina con Tel Aviv, è praticamente deserta, poiché quella è "zona rossa". Per passare servono permessi speciali. Chani, che fa la maestra d'asilo, deve farsene rilasciare uno ogni giorno dal Ministero dell'Educazione. Sopra, alla voce "motivazioni del viaggio" c'è scritto: «Prima necessità». Perché la scuola, qui, viene prima di tutto. Hanno riaperto appena si è intravista una possibilità. Dallo scorso 19 ottobre, quando il lockdown è terminato, dopo un mese serratissimo, asili ed elementari sono una delle pochissime istituzioni a essere tornate alla normalità. Mentre scuole medie, superiori e università hanno attivato l'intero anno scolastico 2020-2021 in modalità online. Sono aperti i luoghi di culto e le yeshivah. A Bnei Brak come nel resto del Paese. I bambini si muovono in sciame per le strade, come sempre. E, come sempre, gli adulti entrano ed escono in fretta da abitazioni e negozi: nessuno indossa la mascherina. E sì che, all'inizio della pandemia, era stata proprio la loro ostinazione a non riconoscere l'esistenza di un problema sanitario ad aver fatto delle enclavi haredim dei focolai del virus. E sì che proprio qui si è registrato il numero più alto di morti. E di persone contagiate. Persone finite poi negli ospedali come il Tel HaShomer. Distante pochi chilometri, ma ad anni luce da qui.
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