Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
La tahina e i diritti LGBT Commento di Stefania Di Lellis
Testata: La Repubblica Data: 15 luglio 2020 Pagina: 16 Autore: Stefania Di Lellis Titolo: «Hummus e diritti Lgbtq: lite tra palestinesi e israeliani»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 15/07/2020, a pag.16, con il titolo "Hummus e diritti Lgbtq: lite tra palestinesi e israeliani", il commento di Stefania Di Lellis.
Stefania Di Lellis
Quando si tratta di israeliani e palestinesi anche il cibo diventa politica. E se al cibo e alla politica si aggiungono i diritti LGBTQ+, la questione infiamma i nervi delle fette più conservatrici della società mediorientale e rimbalza in tutto il mondo. Traducendosi — probabilmente — anche in un buon colpo pubblicitario. Tutto comincia dalla tahina, la salsina a base di sesamo tostato di cui molti israeliani e palestinesi vanno pazzi. È quella, per intenderci, che rende gustoso l’hummus o in cui si intinge la pita. Una delle più importanti società produttrici di tahina, la Al Arz — arabo-israeliana, con sede a Nazareth — il primo giugno ha annunciato l’intenzione di sovvenzionare una hotline per aiutare i giovani arabi LGBTQ+ attraverso una Ong israeliana, Aguda (l’Associazione per l’uguaglianza LGBTQ in Israele).
Leader religiosi hanno condannato la scelta e sui social si sono moltiplicati i video di rivenditori che gettavano via i vasetti targati Al Arz e annunciavano boicottaggi. Le critiche sono poi diventate anche politiche. Riferisce la Bbc che l’Organizzazione Al-Qaws per la Diversità di genere e sessuale nella società palestinese ha sì stigmatizzato gli attacchi omofobi contro Al Arz, ma ha subito biasimato la scelta della compagnia di appoggiarsi a una Ong israeliana: «Aguda ha una lunga storia di progetti arroganti e orientalisti, riflesso delle politiche coloniali dell’entità sionista, quelle che i gruppi palestinesi per i diritti di donne e queer chiamano Pink washing». Il Pink washing è ciò di cui i palestinesi accusano Israele: aprire ai diritti di LGBTQ+ per migliorare la propria immagine all’estero in tema di diritti umani. Va anche detto che invece molte altre fette della società hanno applaudito alla scelta di Al Arz. Che per ora non sembra preoccuparsi. «Amiamo le persone senza fare differenze di religione, sesso, genere, colore — ha sottolineato in un comunicato — il cibo mette in connessione le persone, e così facciamo noi. Continueremo ad essere una casa aperta e a dare potere ai settori svantaggiati, qualunque essi siano». La società è guidata da una donna molto combattiva, Julie Zaher, vedova del fondatore. Con la qualità del suo prodotto è riuscita a scavarsi circa un quinto del mercato nazionale. Da qualche anno poi lavora insieme a un grande esperto di marketing, l’ex Ceo di Young&Rubicam David Sable il quale è deciso a fare della tahina di Al Arz (in cui pare abbia investito) una hit negli Usa: «Le giovani generazioni vogliono più di un prodotto, cercano una causa — ha spiegato a The Calcalist — e questa tahina ha tanto in sé: il sesamo viene dall’Etiopia, è fatta in Medio Oriente, la fabbrica è di proprietà di arabi israeliani ed è guidata da una imprenditrice di grande ispirazione ». Ora Sable alla lista può aggiungere anche l’ultima sfida sul fronte LGBTQ+.
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