Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Un'operazione inutile e ignorante: raccogliere oggetti appartenuti a arabi palestinesi e isolarli dalla grande Storia In Israele si dibatte su tutto, fuori dallo Stato ebraico invece spazio alla strumentalizzazione
Testata: Il Venerdì di Repubblica Data: 09 settembre 2019 Pagina: 24 Autore: la redazione del Venerdì Titolo: «I due israeliani che frugano tra i peccati di Israele»
Riprendiamo dal VENERDI' di REPUBBLICA del 06/09/2019, a pag. 24, con il titolo "I due israeliani che frugano tra i peccati di Israele".
L'articolo del Venerdì, come l'opera di Aya e Itamar Gov, è unilaterale. Non ricostruisce infatti la storia complessiva della guerra del 1948, quando 5 Paesi arabi attaccarono Israele immediatamente dopo la proclamazione di Indipendenza, il 14 maggio. Le responsabilità di quel conflitto, come di quelli che lo seguirono, è chiara: da una parte i Paesi arabi aggressori, dall'altra Israele che si difendeva per non scomparire. E vinceva. Per questo l'operazione di raccogliere oggetti appartenuti 70 anni fa a arabi palestinesi è staccarli dalla grande storia a cui appartenevano è funzionale a delegittimare Israele e la sua lotta - difensiva - per la sopravvivenza. Se può avere un senso discuterne in Israele, Paese in cui ogni opinione è accettata e discussa, fuori dallo Stato ebraico iniziative di questo genere vengono immediatamente strumentalizzate dalla propaganda anti-israeliana. Come è successo anche questa volta. Aya e Itamar dovrebbero occuparsi di argomenti più seri, invece di fornire strumenti fasulli il cui scopo è chiaro anche a un cieco. Non a caso l'unico giornale a riportare la notizia è Repubblica, n°1 fra i media italiani a ospitare ogni bufala contro Israele.
Ecco l'articolo:
Aya e Itamar Gov
L’archivio del saccheggio di Aya e Itamar Gov è la storia di due popoli, ed è una storia familiare. È iniziata alla morte della loro nonna nel 2018: solo allora, da una cassettiera nella casa di Tel Aviv, sbucarono dei soprammobili in rame fuori dal comune. Indagando, i due fratelli israeliani hanno scoperto che quegli oggetti riposti per anni appartenevano a famiglie palestinesi: il nonno, come altri israeliani combattenti e civili, li aveva trafugati dall’area di Gerusalemme nell’invasione del 1948. Dopo quell’epifania Aya, una 25enne graphic designer di Tel Aviv, e Itamar, 30enne artista che vive a Berlino, hanno iniziato a bussare a parenti, conoscenti, rintracciando dozzine di oggetti sottratti che, azzardano, «potrebbero essere molte migliaia ». Tra i veterani della guerra di indipendenza che per i palestinesi è la Nakba (la “catastrofe”), c’è chi li incoraggia a cercare; altri escludono ostinatamente le razzie. «Anche tra i giovani la negazione è molto diffusa» spiegano Aya e Itamar al Venerdì: «Di solito chi affronta il tabù è di ambienti di sinistra. Altrimenti si continua a ignorare o a distruggere la cultura palestinese che era molto più ricca delle tazze e dei candelabri rinvenuti». Ciò che ha colpito di più i due ragazzi nelle visite per l’archivio è «un’anziana israeliana che teneva da 70 anni su una mensola una keiah ricevuta dallo zio, incapace di toccarla». Tra i palestinesi «c’è invece sorpresa che i loro soprammobili stiano ancora nelle vetrine degli israeliani», e non c’è più contezza di quali siano di loro proprietà: quelli trafugati non vennero mai associati alle case, né le nuove generazioni possono saperlo. La soldatessa israeliana di allora Hava Keller ha raccontato di famiglie fuggite «con il pane e il caffè ancora sul tavolo», tra i circa 700 mila palestinesi costretti all’esodo. Queste memorie frammentate del 1948 scompariranno. Ma Aya ha dedicato all’Archivio del saccheggio la sua tesi all’Accademia di belle arti di Gerusalemme: un progetto pubblico da luglio che presto diventerà un sito online indipendente in ebraico, arabo e inglese. I Gov raccolgono fondi per lanciarlo e stanno ampliando la documentazione. Per «rendere consapevoli i palestinesi dei loro oggetti, ed evidente agli israeliani che il loro Stato poggia sulle rovine di un’altra società».
Per inviare al Venerdì di Repubblica la propria opinione, 06/ 49823128, oppure cliccare sulla e-mail sottostante