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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Giornale Rassegna Stampa
21.03.2018 Abu Mazen: il linguaggio di uno 'statista'
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 21 marzo 2018
Pagina: 14
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Abu Mazen ormai ridotto agli insulti»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 21/03/2018, a pag.14, con il titolo "Abu Mazen ormai ridotto agli insulti" il commento di Fiamma Nirenstein.

Ecco il video con gli insulti di Abu Mazen: https://www.youtube.com/watch?v=XTVGalxccVw 

Ecco l'articolo:

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Abu Mazen: "Figlio di un cane"! all'ambasciatore americano, ebreo. Ha dimenticato "e di una scimmia"...

Mahmoud Abbas, al secolo Abu Mazen, il presidente dei palestinesi dal 2005, anno in cui si è insediato al potere senza mai più tenere elezioni, ha accumulato in tanti anni solo astii e inimicizie, e ora ne raccoglie i frutti. Invece di parlare inveisce ovunque, e non solo contro Israele di cui seguita a dire che è un regime colonialista e razzista, e quindi da distruggere. Ormai la lista dei suoi amici è inesistente, esiste solo una piramide di potere fatta di armi e di denaro, non c'è stato né processo di pace né unificazione sotto il suo comando, e i palestinesi cominciano a temere le conseguenze dei suoi aumentati sintomi di angoscia e paranoia. Le sue ultime picconate colpiscono all'impazzata dentro e fuori i suoi confini geopolitici: nei titoli dei giornali palestinesi, arabi e israeliani si legge soprattutto come Abu Mazen abbia pubblicamente dichiarato lunedì l'ambasciatore americano David Friedman «un figlio di un cane», e Friedman gli ha risposto ieri di fronte alla platea di una conferenza a Gerusalemme chiedendosi se «si tratta di antisemitismo o di un discorso politico». Questo appellativo non ha proprio lo stesso significato che ha nella nostra lingua, l'espressione non è colloquiale ma di estremo disprezzo, come quando Mubarak la usò contro Arafat che rifiutava di firmare un accordo di pace da lui garantito. Abu Mazen ha detto di Friedman, intendendo farne un paradigma dell'atteggiamento americano, che è parente di gente che risiede negli insediamenti: in pratica cioè, è anche lui un colono, e che non si capisce se sia israeliano o americano. Abu Mazen sembra la frustrazione impersonificata: con gli americani rifiuta di parlare mentre essi stanno per presentare il loro progetto di pace, ha dichiarato il suo disprezzo per l'Egitto che non sa garantire l'accordo con Hamas, e l'Arabia Saudita perché ha interessi in comune con Israele contro l'Iran. Per l'Europa conserva un po' di cuore, e la Mogherini per Abu Mazen, cui ieri dopo averne descritto la fragilità ha tuttavia espresso la solita speranza che il processo di pace (che solo lei vede in movimento) non subisca ulteriori fermate. Il vero obiettivo politico di Abu Mazen nel suo discorso era però Hamas, cui ha annunciato sanzioni. Ha dichiarato la sua delusione verso il fallimento del processo, ha accusato esplicitamente Hamas di aver tentato di assassinare il primo ministro Rami Hamdallah e il capo dei servizi Majed Faraj il 13 marzo. Ha detto che Hamas deve cedere il controllo di Gaza o prendersi tutta la responsabilità della situazione attuale, che come si sa è di miseria, di ferocia, di integralismo terrorista.

 

 

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