Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Hapoel Beersheva, miracolo calcistico del Negev Commento di Davide Frattini
Testata: Corriere della Sera Data: 01 maggio 2017 Pagina: 15 Autore: Davide Frattini Titolo: «La favola di Alona, la 'regina del Negev' che ha trionfato con la squadra degli ultimi»
Riprendiamo dal CORRIERE DELLA SERA di oggi, 01/05/2017, a pag. 15, con il titolo "La favola di Alona, la 'regina del Negev' che ha trionfato con la squadra degli ultimi", il commento di Davide Frattini.
Davide Frattini
Alona Barkat
Beersheva sta a un centinaio di chilometri da Tel Aviv, ma è come se la sabbia ricoprisse un altro pianeta. Sonnacchiosa, polverosa, periferica, dimenticata, isolata. Neppure gli investimenti per sostenere l’università Ben Gurion erano riusciti a rilanciare la città in mezzo al Negev, troppo vicina alla Striscia di Gaza e troppo lontana dal resto Paese. Il nuovo stadio Turner, 16 mila posti, è una vera «cattedrale nel deserto», visto che si affaccia sulle valli pietrose e qui le famiglie vengono a pregare: per la squadra locale che sabato sera ha vinto il campionato con tre partite di anticipo. È la seconda volta di fila, quando è successo nel 2016 dall’ultimo titolo erano passati quarant’anni e molte retrocessioni. Che sugli spalti a incitare l’Hapoel non vadano solo agguerriti tifosi maschi è l’orgoglio di Alona Barkat, la presidentessa — o regina del Negev come la chiamano i sostenitori. Ha acquistato la squadra nel 2007 in saldo (per 1,7 milioni di euro) perché voleva investire in attività sociali e di volontariato, un’amica le aveva detto che attorno al calcio poteva costruire progetti per i ragazzi di famiglie difficili.
Beersheva sta a un centinaio di chilometri da Tel Aviv, ma è come se la sabbia ricoprisse un altro pianeta. Sonnacchiosa, polverosa, periferica, dimenticata, isolata. Neppure gli investimenti per sostenere l’università Ben Gurion erano riusciti a rilanciare la città in mezzo al Negev, troppo vicina alla Striscia di Gaza e troppo lontana dal resto Paese. Il nuovo stadio Turner, 16 mila posti, è una vera «cattedrale nel deserto», visto che si affaccia sulle valli pietrose e qui le famiglie vengono a pregare: per la squadra locale che sabato sera ha vinto il campionato con tre partite di anticipo. È la seconda volta di fila, quando è successo nel 2016 dall’ultimo titolo erano passati quarant’anni e molte retrocessioni. Che sugli spalti a incitare l’Hapoel non vadano solo agguerriti tifosi maschi è l’orgoglio di Alona Barkat, la presidentessa — o regina del Negev come la chiamano i sostenitori. Ha acquistato la squadra nel 2007 in saldo (per 1,7 milioni di euro) perché voleva investire in attività sociali e di volontariato, un’amica le aveva detto che attorno al calcio poteva costruire progetti per i ragazzi di famiglie difficili.
L'Hapoel Beersheva, vincente pochi mesi fa nel doppio confronto con l'Inter
Come sono tante a Beersheva, dove la popolazione è composta da immigrati ebrei dai Paesi nordafricani e alla periferia della sua periferia si accampano i beduini. Unica donna a possedere una società di calcio in Israele, è diversa dagli altri proprietari anche per le regole che ha imposto ai suoi tecnici: «Ho stabilito che il razzismo e il sessismo non possono entrare al nostro stadio — ha spiegato al giornale online Times of Israel —. Abbiamo giocatori ebrei, musulmani, cristiani. Tutti vengono giudicati in base ai meriti». A differenza di club come il Beitar di Gerusalemme, la cui dirigenza continua a cedere alle pressioni degli ultra razzisti e ormai evita di scritturare giocatori musulmani. Le vittorie non sono arrivate subito e Alona è stata guardata con superiorità dall’alto della curva, i tifosi non erano pronti a lasciarsi condurre da una donna. «Prima di comprare la squadra — ha raccontato in un’intervista al New York Times , il quotidiano americano — sono stata solo una volta a Beersheva, anche se sono cresciuta nel sud di Israele».
Continua a vivere a Tel Aviv con il marito Eli, fratello del sindaco di Gerusalemme: insieme i Barkat hanno staccato il biglietto milionario degli investimenti nelle start-up tecnologiche. L’Hapoel Beersheva ha un budget che è un terzo di quello del Maccabi Tel Aviv — i più titolati, sconfitti sabato e ormai a 11 punti di distanza — e ha battuto anche l’Inter l’autunno scorso in Europa League. Gli ingredienti per la rivoluzione sono stati elencati da Haaretz , il giornale della sinistra israeliana: «Determinazione d’acciaio, una genialità tranquilla per il comando e un’enorme riserva di amore. Condensati in una donna».
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