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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa Rassegna Stampa
07.07.2016 L'Iraq spaccato in tre: due buone notizie
Analisi di Giordano Stabile

Testata: La Stampa
Data: 07 luglio 2016
Pagina: 11
Autore: Giordano Stabile
Titolo: «Tredici anni dopo l'invasione l'Iraq resta spaccato in tre»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 07/07/2016, a pag. 11, con il titolo "Tredici anni dopo l'invasione l'Iraq resta spaccato in tre", l'analisi di Giordano Stabile.

Sono due le buone notizie analizzate da Stabile.

1) L'Iraq è spaccato in tre. L'analisi che da anni Mordechai Kedar fa del mondo arabo (su Informazione Corretta, ma anche sulla Stampa, per esempio alla pagina
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=61665) trova in questo una conferma: il mondo arabo si muove verso la dissoluzione delle identità nazionali e verso un rinnovato - ma mai sopito - tribalismo.

2) Il referendum cui anelano i curdi potrebbe segnare finalmente anche di diritto - oltre che di fatto - l'indipendenza del Kurdistan, un argine di contenimento verso lo Stato islamico.

Ecco l'articolo:

Immagine correlata
Giordano Stabile


La situazione oggi in Iraq:
In verde la regione sotto controllo curdo, in nero la zona dominata dallo Stato islamico, in grigio quella sotto la sua influenza, in rosso e rosa quella controllata dal governo ufficiale filo-iraniano

La facciata scheletrita del centro commerciale Hadi, colpito domenica dal più devastante attacco terroristico dal 2003, è coperta dai drappi con le scritte in ricordo delle vittime. I festeggiamenti della fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr, si sono trasformati in rabbiosa commemorazione dei 250 morti, con la folla che legge i nomi ad alta voce. Baghdad è stata ferita al cuore quando la fine dell’Isis sembrava a portata di mano.

La rabbia oscura i successi militari del premier Haider al-Abadi. Due anni fa le colonne dell’Isis erano a Samarra, 125 chilometri a Nord della capitale, e controllavano Falluja, 60 chilometri a Ovest. La tenaglia stava per chiudersi. La capitale è stata salvata dai raid americani e dall’intervento delle milizie sciite addestrate dall’Iran, Hash al-Shaabi. Oggi un primo nucleo dell’esercito iracheno ricostruito, da addestratori americani e italiani, è stato in grado di cacciare gli islamisti dalle loro due storiche roccaforti, Ramadi e Falluja.

Il nuovo esercito
Le forze operative sono ancora limitate, con la Golden Division, 15 mila uomini, a fare il grosso del lavoro. Le milizie sciite, 100 mila combattenti, restano indispensabili per il controllo del territorio. Al-Abadi, salito al potere l’11 agosto 2014, ha però accettato quello che il predecessore Maliki aveva rifiutato: ricostruire le forze armate su base interetnica. L’esercito di Maliki, dove gli ufficiali e quasi tutti i soldati erano sciiti, con scarsa esperienza, si era squagliato di fronte a poche migliaia di jihadisti.

La presenza dell’Isis
La costruzione di un esercito federale è il primo mattone per la riunificazione. Oggi la divisione in tre del Paese è reale, se non istituzionale. La parte nord-occidentale del Paese è sotto il dominio dello Stato islamico, anche se il territorio occupato è passato da 65% al 30%. L’ultima roccaforte è Mosul, due milioni di abitanti, la battaglia più difficile. Ma pure la riconquista della provincia dell’Anbar, limitata alle città, non è definitiva.

Ricomposizione etnica
L’entità sunnita, dominata dall’Isis, finirà per essere riconquistata. Più difficile, invece, che l’entità curda torni sotto il controllo di Baghdad. Il Kurdistan iracheno, 20% del territorio e 15% della popolazione, è semi indipendente e punta a un referendum per la piena sovranità in autunno. Parte del petrolio viene esportato direttamente in Turchia. Il governo guidato da Massoud Barzani ha firmato un pre-accordo con l’Iran per ulteriori esportazioni. In questo modo sostituisce i fondi federali che arrivano con il contagocce.
L’altro elemento di preoccupazione è la ricomposizione etnica. L’Isis ha attuato una pulizia implacabile. Ma la guerra civile ha portato a cambiamenti irreversibili in tutto il Paese. In tredici anni la popolazione è passata da 25 a 35 milioni di abitanti, nonostante il milione di vittime della guerra, i 350 mila rifugiati all’estero, i 3 milioni di sfollati. La componente di sciiti è cresciuta, fino a oltre il 70%. A Baghdad la maggioranza sciita è sempre più schiacciante. Nel 1950 i sunniti erano il 75%, alla caduta di Saddam erano ancora oltre la metà, nel 2015 gli sciiti sono l’80% dei 7 milioni di abitanti. In città i cristiani si sono ridotti da 200 mila a poche migliaia, nel Paese dal 6 all’1%. Se la capitale perde il suo ruolo di melting pot, la spaccatura in tre sarà inevitabile.

Le divisioni politiche
La brutale ondata di attentati dell’Isis punta a sfruttare queste dinamiche. Il sito musingoniraq.com, che monitora gli attacchi, ha conteggiato nell’ultima settimana di giugno 118 “incidenti” con 277 morti: 44 fra i miliziani Hashd, 69 nell’esercito, 164 civili. Nella prima settimana di luglio le vittime sono più di 400. La posizione di Al-Abadi, assediato dagli uomini dell’imam Al-Sadr, che il 30 aprile hanno assaltato il Parlamento, potrebbe cedere e tollerare vendette indiscriminate. È quello che cerca l’Isis per ergersi a difensore dei sunniti. E sarebbe il fallimento definitivo dell’Iraq.

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