Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Kurdistan siriano: si può fare Commento di Giordano Stabile
Testata: La Stampa Data: 03 marzo 2016 Pagina: 10 Autore: Giordano Stabile Titolo: «Un Kurdistan siriano con il sì di Mosca e il tacito assenso Usa»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 03/03/2016, a pag. 10, con il titolo "Un Kurdistan siriano con il sì di Mosca e il tacito assenso Usa", il commento di Giordano Stabile.
Giordano Stabile
Curdi siriani
L’idea di una Siria federale, divisa in regioni autonome, quasi indipendenti, prende forza. E il Kurdistan siriano - il Rojava, «occidente» in lingua curda - si sta ritagliando rapidamente la sua parte di territorio. Le circostanze sono favorevoli come mai prima. I guerriglieri curdi dello Ypg in Siria, come i Peshmerga in Iraq, sono stati gli alleati più efficaci degli Usa nella lotta all’Isis e perciò godono dell’appoggio di Washington. La Russia invece li sostiene in funzione anti-turca, il nemico comune in questo momento. Ieri a Mosca si è tornati a parlare di un Kurdistan all’interno di una Siria federale. «I curdi siriani devono partecipare alle trattative di pace di Ginevra - ha ribadito la portavoce degli Esteri Maria Zakharova -. Escluderli è assurdo». Analisti moscoviti propongono un modello federale «alla russa». E fra le regioni della possibile nuova struttura dello Stato siriano, quella curda è la più avanzata. Il Rojava si è autoproclamato autonomo nel novembre 2013, una costituzione provvisoria è stata adottata nel gennaio 2014, con una copresidenza divisa fra Salih Muslim Mohammed e Asya Abdullah. Alla fine del 2014 la regione stava per essere spazzata via dall’Isis, ma la resistenza dei curdi a Kobane ha segnato il suo radicamento sul terreno. Oggi i curdi sono a 20 km da Raqqa, capitale dello Stato islamico, e controllano il 14 per cento della superficie della Siria, circa 26 mila mq, e l’8 per cento della popolazione, due milioni di abitanti. L’obiettivo è unire i loro tre distretti di Jazira, Kobane e Afrin in unica striscia di terra lungo il confine con la Turchia. Manca solo una fetta, con i valichi di Bab al-Salama, controllato dai ribelli filo-turchi, e Jarabulus, controllato dall’Isis.
Nel groviglio di alleanze in Siria, accade che la Turchia, Paese Nato, bombardi lo Ypg a Nord di Aleppo, per impedire che venga tagliata la via di rifornimento ai ribelli filo-turchi. Ma gli stessi curdi hanno l’appoggio aereo statunitense quando attaccano l’Isis. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito lo Ypg un gruppo terroristico «al pari dell’Isis» e ha messo il veto alla presenza di Muslim Mohammed, ai negoziati di pace di Ginevra. Lo Ypg, di ispirazione socialista, è di fatto padrone del Rojava. Le forze armate di «autodifesa», con i loro battaglioni femminili, sono modellate sull’esempio del Pkk, con un «commissario politico» ogni dieci uomini. Nella regione, scuola e sanità sono pubbliche, le infrastrutture accettabili. «L’autogoverno funziona - spiega Akram Hesso, primo ministro del cantone curdo di Jazira -. Abbiamo superato le sfide interne e internazionali. Ma il blocco turco ci danneggia».
Il problema è anche con i «fratelli curdi in Iraq», ammette Hesso. Il presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, è ideologicamente all’opposto dello Ypg. Piccoli contingenti dei Peshmerga hanno combattuto a Kobane, e i curdi siriani hanno ricambiato nella battaglia contro l’Isis a Sinjar in Iraq. Ma i rapporti sono ai minimi e i giornalisti della più importante agenzia curdo-irachena, Rudaw, sono stati cacciati da Kobane e non potranno tornarvi «a meno che non cambino linea politica». Per Rudaw si tratta di una decisione «vecchio stile e ideologica». La maledizione dei curdi è quella di dividersi nei momenti decisivi.
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