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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
04.02.2016 Io, vicesindaca etiope di Tel Aviv salvata a 9 anni dall'Operazione Mosè
Commento di Elisabetta Rosaspina

Testata: Corriere della Sera
Data: 04 febbraio 2016
Pagina: 16
Autore: Elisabetta Rosaspina
Titolo: «La vicesindaca etiope di Tel Aviv: 'Io, il Mossad e la terra promessa'»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 04/02/2016, a pag. 16, con il titolo "La vicesindaca etiope di Tel Aviv: 'Io, il Mossad e la terra promessa' ", il commento di Elisabetta Rosaspina.

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Elisabetta Rosaspina

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Israeliani di origine etiope a Gerusalemme

«Operazione Mosè»: lei c’era. Aveva nove anni quando, nel 1984, il Mossad e la Cia organizzarono un ponte tra il Sudan e Israele per mettere in salvo oltre novemila ebrei etiopi. Mehereta Baruch-Ron, attuale vicesindaca di Tel Aviv, era una di loro. Con due sorelle, camminò per più di tre settimane dal suo villaggio, nel nord dell’Etiopia, fino a un campo profughi in Sudan, a 800 chilometri di distanza, dove rimase a bivaccare per sei mesi. Poi la traversata per l’Europa, infine il volo El-Al verso la «terra promessa», l’elettricità, l’acqua corrente, un vero bagno, la scoperta di oggetti ignoti, come il frigorifero, o di meraviglie tecnologiche, come una tubatura funzionante. Sull’esodo il governo sudanese aveva chiuso gli occhi. Ma, dopo pochi mesi, se ne accorsero i suoi alleati arabi; e le partenze furono bloccate. Fino a nuovi trasferimenti predisposti dai servizi segreti: l’Operazione Joshua e l’Operazione Salomone, nel 1991.

«Ci sono voluti sei anni perché la nostra famiglia potesse ricongiungersi in Israele». Mehereta Baruch-Ron sa di che cosa si parla quando si parla di immigrati, di fughe notturne, di ordini sussurrati nel buio, di profughi ammassati come merci, di clandestinità e di riscatto. Anche per questo era a Milano, l’altra sera a Palazzo Marino, alla cerimonia per il conferimento a don Virginio Colmegna del premio «Uomo dell’anno 2016», attribuito dagli Amici del Museo d’arte di Tel Aviv: «Per la sua dedizione ai poveri e ai più deboli — si legge nella motivazione — e per aver fatto dell’arte e della cultura strumenti di accoglienza e di integrazione». La sua Casa della carità somiglia ai collegi di Hadera (nel distretto di Haifa) e del Monte Carmelo che accolsero Mehereta quando sbarcò ad Ashkelon, nel Negev occidentale, senza i genitori e senza conoscere una parola di ebraico. I musei e il teatro colmarono le distanze, ruppero le barriere.


Mehereta Baruch-Ron

«Ci chiamano falasha , il nome etiope per chi è forestiero — racconta Mehereta —; non è un bel termine, ma l’idea di essere fuori posto e che ci fosse una terra promessa, la mia vera patria, ad attendermi, mi ha accompagnata fin da bambina. Ricordo che una delle mie zie aveva studiato e poi lasciato il villaggio per andare in città a insegnare. Io avevo 7 anni e tremavo per lei, costretta a nascondere di essere ebrea». E ora, che cosa prova per il suo Paese natale? «Non ho più nessuno della mia famiglia laggiù. Non è rimasta alcuna emozione dentro di me. L’Etiopia è bellissima; è diventata un Paese moderno, con un ottimo esercito, una nazione fiera di non essere mai stata invasa, a parte il breve periodo di occupazione italiana. Ma la mia terra, come quella di milioni di russi, polacchi, americani e altri ebrei arrivati da tutto il mondo, è Israele. Dove siamo nati una seconda volta». Grazie alla fede comune, certo. Ma non solo, per Mehereta: «Ha ragione don Colmegna quando dice che dobbiamo cercare una nuova umanità. Non è più rilevante che l’Italia sia formata solo da italiani o Israele solo da israeliani. La globalizzazione ha creato nuove sfide e gli aspetti negativi dell’immigrazione non superano quelli positivi. È un costo, sì, ma arricchisce. Ci sarà pur in Italia un sindaco nato in Africa, in Siria, vero?».

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