Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Come capovolgere la realtà iraniana Adesso tocca a Franco Venturini
Testata: Corriere della Sera Data: 27 giugno 2015 Pagina: 28 Autore: Franco Venturini Titolo: «Diplomazia: Accordo globale tra Santa Sede e Palestina»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 27/06/2015, a pag.28, con il titolo "Diplomazia: Accordo globale tra Santa Sede e Palestina " di Franco Venturini.
Venturini scrive "Ma se il negoziato di Vienna fallirà, il mondo dovrà far fronte a una scossa ancora più forte. L'Iran avrà via libera verso l'atomica perché non ci saranno più ispezioni esterne". Falso, è grazie all'accordo e la cancellazione delle sanzioni che l'Iran avrà l'arma nucleare, senza che possa avvenire nessun tipo di controllo. Come hanno sempre detto i mullah di Teheran. Cosa non scriverebbero i nostri giornaloni pur di compiacre le veline confindustriali. Che nessuno si chieda più perchè l'Occidente è cieco di fronte al pericolo iraniano ! 'pecunia non olet', come scriviamo spesso, è la risposta.
in alto: " davvero, è solo per uso domestico!" in basso: Franco Venturini
Ecco l'articolo:
Il campanello assordante e feroce delle stragi terroristiche ha invaso ieri le stanze di una Europa ancora divisa su Grecia e migranti, è rimbalzato nell'Ucraina che promette guerra, e inevitabilmente si è imposto sulla volata finale della trattativa nucleare con l'Iran che comincia a Vienna. Tutti dovrebbero trame un richiamo ultimativo all'intesa, al compromesso foriero di azioni coordinate contro il comune nemico. Ma egoismi e nazionalismi sono duri a morire, anche quando scorre il sangue. A Vienna non è ancora chiaro se la trattativa sul nucleare iraniano dovrà «fermare l'orologio» e proseguire oltre la scadenza del 30 giugno. Ma è chiarissima un'altra cosa: comunque vada a finire, questo negoziato cambierà il mondo e cambierà anche il modo di affrontare il terrorismo. Se ci sarà accordo dopo quasi quarant'anni di dichiarata inimicizia tra Usa e Iran, per un decennio Teheran non potrà arrivare all'atomica. La progressiva revoca delle sanzioni darà ossigeno all'economia, e influirà sul mercato del petrolio. Israele, il Congresso Usa e le monarchie sunnite del Golfo (compreso il Kuwait colpito ieri dall'Isis in una moschea della minoranza sciita) si diranno insoddisfatti, e ciò peserà sul prossimo Presidente Usa. In Siria l'assediato Assad tirerà un sospiro di sollievo, in Iraq le milizie sciite diventeranno ancor più cruciali nella lotta contro i taglia-gole dell'Isis, ma un numero crescente di sunniti potrebbe vedere nelle bandiere nere di al-Baghdadi l'estremo rifugio. Nulla di cui entusiasmarsi. Ma se il negoziato di Vienna fallirà, il mondo dovrà far fronte a una scossa ancora più forte. L'Iran avrà via libera verso l'atomica perché non ci saranno più ispezioni esterne. Si creerà una situazione inaccettabile per la sicurezza di Israele e l'opzione dell'uso della forza si farà strada. La società e l'economia iraniana pagheranno un prezzo altissimo. Soprattutto, diventerà incontrollabile la spirale della proliferazione atomica volta a bilanciare la bomba iraniana: l'Arabia Saudita ha già cominciato a muoversi, poi potrebbe toccare alla Turchia e all'Egitto (Israele possiede da tempo un arsenale nucleare mai dichiarato o ammesso). L'Italia, già minacciata come il resto d'Europa da uno sconsiderato ritorno al confronto missilistico-nucleare con la Russia (che peraltro tratta con l'Iran a fianco degli Usa e di altri) si troverebbe immersa in una corsa al nucleare a sud e ad est dei suoi confini. L'instabilità internazionale raggiungerebbe nuovi livelli, il terrorismo troverebbe nuovi alimenti. Il realismo impone dunque un accordo perché è il minore dei mali? Questa è stata sin qui la linea di Obama. Del resto se in queste ore qualcuno è parso voler silurare l'intesa, non si è trattato di un occidentale. D leader supremo Ali Khamenei ha ritenuto di piantare due paletti che da soli sono in grado di mandare tutto all'aria. Primo tema, le ispezioni: saranno consentite nei centri nucleari oggetto dell'accordo ma non nelle basi militari. Gli ispettori, inoltre, non potranno incontrare scienziati o consultare documenti top secret. E le ricerche in campo nucleare saranno sì interrotte, ma non per dieci anni. Secondo tema, le revoca delle sanzioni: dovranno essere tolte contemporaneamente all'applicazione dell'accordo. Questi due punti rischiano di far naufragare l'intesa-quadro raggiunta in aprile a Losanna. Si stabilì allora che le ispezioni dovevano essere illimitate. Quanto alla sospensione delle ricerche, si era rimasti nel vago ma l'interpretazione occidentale prevedeva un decennio. La revoca delle sanzioni, poi, è legata a previe verifiche sul campo da parte dell'Agenzia Atomica che certifichino l'attuazione degli accordi da parte iraniana. Perché allora il capo supremo Khamenei ha sparato a mitraglia? Per mantenere la sua abituale ambiguità? No, non questa volta. I suoi divieti sono troppo categorici, troppo precisi. Nel campo iraniano può ancora succedere di tutto, ma l'ipotesi più credibile è che su Khamenei siano intervenuti i militari che coprono le spalle al regime teocratico: le Guardie della rivoluzione, o Pasdaran, che si battono oggi in Iraq contro l'Isis a fianco delle milizie sciite locali. E di fatto si comportano da alleati dell'Occidente. La complessità della lotta tra sunniti e sciiti e la minaccia dell'Isis peseranno sul negoziato nude-are. Ma una giornata come quella di ieri ci suggerisce con forza che la risposta al terrorismo stragi-sta, sempre più presente in Libia e impegnato a travolgere la 'Tunisia, meriterebbe ben altre immediate risposte. Soprattutto ora che la prima linea dellltalia diventa sempre più calda
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