Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Le origini del Califfato L'anteprima del libro di Maurizio Molinari in uscita domani
Testata: La Stampa Data: 28 gennaio 2015 Pagina: 24 Autore: Maurizio Molinari Titolo: «Così cantano i jihadisti mentre marciano verso l'Occidente ignaro»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 28/01/2015, a pag. 24-25, con il titolo "Così cantano i jihadisti mentre marciano verso l'Occidente ignaro", l'anteprima del libro di Maurizio Molinari "Il Califfato del terrore", in uscita domani per Rizzoli.
Maurizio Molinari
Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli «infedeli», di imporre su ognuno la versione più estrema e intollerante della sharia, la legge islamica. Sono loro ad aver aggredito Parigi il 7 gennaio scorso con l’attentato al settimanale satirico Charlie Hebdo e al supermarket kosher Hyper Cacher, svelando l’intenzione di dichiarare guerra all’Europa. Alle spalle hanno la galassia di sigle del salafismo jihadista e soprattutto hanno uno Stato, erede e rinnovatore del conflitto brutale contro le democrazie iniziato da Osama bin Laden con gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. [...]
I canti di guerra Nasheed sono le musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa, tengono compagnia ai miliziani asserragliati nelle postazioni di Aleppo o Ramadi, fanno da sottofondo ai siti islamici che reclutano volontari e risuonano tra i quartieri dei centri urbani conquistati dallo Stato Islamico, quando carovane di pick-up con il vessillo nero sfilano appesantite da grappoli di combattenti e da ogni sorta di armamenti leggeri. La genesi dei nasheed risale alla fine degli anni Settanta quando, in Egitto e in Siria, i fondamentalisti islamici iniziano a comporli per ispirare i seguaci, motivare la jihad e diffondere il proprio messaggio. Si tratta di motivi a sfondo religioso che i Fratelli Musulmani trasformano in inni alla ribellione politica per sfidare Hafez Assad in Siria e Anwar Sadat in Egitto, facendoli circolare sotto forma di cassette e suscitando sovente le ire di imam salafiti, che li condannano come una «distrazione dallo studio del Corano».
A conferma dell’importanza di questi inni come fattore aggregante c’è il fatto che Osama bin Laden, da adolescente, finanziò e cantò in un gruppo nasheed, puntando a diventare popolare fra i coetanei sauditi. Il vero contenzioso dottrinario sui nasheed riguarda l’uso di strumenti musicali, perché i jihadisti sunniti li reputano haram (proibiti) e dunque si limitano a canti collettivi, mentre i jihadisti sciiti fanno delle concessioni, accettando per esempio i tamburi. In quello divenuto dal dicembre del 2013 l’inno nazionale dello Stato Islamico, gli unici suoni non umani sono quelli di una spada sfoderata, di soldati che marciano e di spari di fucili. Si intitola Dawlat al-Islam Qamat, dura 4 minuti e 33 secondi e per i primi tre minuti si presenta come un canto arabo collettivo ritmato attorno al concetto di umma, la comunità dei fedeli. Melodia e ritmo evocano il deserto fino a quando My Ummah, Dawn has appeared (Mia umma, l’Alba è arrivata) – questo il titolo scelto per la diffusione fra i non arabi – si trasforma in un’apologia dello «Stato Islamico sorto dal sangue dei giusti e dalla jihad dei pii», promettendo di continuare a «sconfiggere i nemici».
Falluja Si tratta solo del nasheed più popolare fra i miliziani del Califfo, che si distinguono per suonare o cantare un repertorio assai vasto. Per esempio, all’inizio del 2014 il brano intitolato Al-Maliki, la tua fine sarà domani accompagna l’offensiva nel Nord dell’Iraq che porta alla conquista di Ramadi, Fallujah, Mossul, la pianura di Ninive e gran parte della regione dell’Anbar.
Il centro di produzione Il Califfo ha ordinato la creazione di un apposito centro di produzione musicale – l’Anjad Media Foundation – al fine di realizzare motivi capaci di rispondere a esigenze differenti: rafforzare la capacità di attrazione di volontari sul web, sostenere l’umore dei miliziani in combattimento e imporre un clima di obbedienza assoluta nei territori controllati.
A quest’ultimo gruppo di canzoni appartiene La sharia del Nostro Signore il cui testo recita: «La sharia è la luce grazie a cui ci eleviamo sopra le stelle, viviamo senza umiliazione, viviamo in pace e sicurezza, combattendo contro il nemico, l’idolatria tirannica».
l militi della giustizia O soldati della giustizia, sollevatevi è invece un canto di battaglia teso a motivare i mujaheddin durante gli scontri più duri, e le strofe sono di tenore diverso: «La terra di Sham s’illumina di luce, lo Stato Islamico è nato, distruggete tutti i confini, ovunque la nostra mano guerriera si posi, c’è l’umiliazione per il rabbino degli ebrei, spezziamo le croci, distruggiamo la progenie dei discendenti delle scimmie, resta solo lo Stato Islamico». I riferimenti alla guerra senza quartiere contro i cristiani – le croci spezzate – e gli ebrei – i discendenti delle scimmie – sono tradizionali simboli della jihad per sottolineare la superiorità dell’Islam sulle altre fedi monoteiste.
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