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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa - Corriere della Sera Rassegna Stampa
04.12.2014 Guerra a Isis: primi raid dell'Iran contro il Califfato
Analisi di Maurizio Molinari, cronaca di Guido Olimpio

Testata:La Stampa - Corriere della Sera
Autore: Maurizio Molinari - Guido Olimpio
Titolo: «L'amara jihad dei giovani europei - Iraq, i caccia iraniani contro l'Isis: guerra parallela al fianco degli Usa»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 04/12/2014, a pag. 17, con il titolo "L'amara jihad dei giovani europei", l'analisi di Maurizio Molinari; dal CORRIERE della SERA, a pag. 23, con il titolo "Iraq, i caccia iraniani contro l'Isis: guerra parallela al fianco degli Usa", la cronaca di Guido Olimpio.


 jihadisti francesi in Siria

LA STAMPA - Maurizio Molinari: "L'amara jihad dei giovani europei"


Maurizio Molinari

Credono al verbo del Califfo Ibrahim, si arruolano nelle sue milizie e commettono ogni sorta di brutalità ma hanno anche nostalgia degli agi occidentali, si lamentano per gli eccessi di fatica e gli mancano gadget come l’iPod al punto da chiedere consiglio su come tornare indietro: è il ritratto della generazione europea di jihadisti che esce dalla sovrapposizione fra sondaggi condotti fra i musulmani del Vecchio Continente e confessioni contenute nelle e-mail inviate dal fronte dello Stato Islamico.
La popolarità del volontariato a favore del Califfato fra i musulmani europei emerge da una raffica di ricerche. Il Motivaction Group di Amsterdam ha intervistato 300 turchi-olandesi fra i 18 e 34 anni scoprendo che il 90 per cento di loro considera «eroi» i volontari partiti per la Siria e l’80 per cento «non vede nulla di sbagliato» nella Jihad «contro gli infedeli». La società russa Icm rivela che il 27 per cento dei francesi fra i 18 e 24 anni ha «un’opinione positiva» sullo Stato Islamico (Isis) mentre in Germania e Gran Bretagna il sostegno – a livello nazionale – è del 7 per cento. La britannica Populus aggiunge che a provare «attaccamento emotivo per lo Stato Islamico» è 1 giovane del Regno Unito su 7, 1 londinese su 10 e 1 scozzese su 12. Per Clive Field, direttore del progetto «Religioni britanniche in numeri» dell’Università di Manchester, sono dati che spiegano perché «ogni settimana una media di 5 connazionali parte per la Jihad» esprimendo «sostegno e ammirazione per i suoi scopi e metodi».
È tale entusiasmo che ha portato il Califfo a creare le «brigate europee» in Siria e Iraq, responsabili di brutalità come la decapitazione di 18 soldati siriani ripresa nel video sull’esecuzione dell’ostaggio americano Peter Kassig. Ma, a giudicare da quanto scrivono per e-mail molti di questi jihadisti, fra loro serpeggiano anche scontento, fatica, voglia di tornare e nostalgia per i costumi occidentali. Il tutto mentre, come ha detto ieri il segretario di Stato Usa John Kerry «i raid hanno inflitto danni sostanziali» all’Isis. A descrivere tali stati d’animo sono le e-mail che un numero consistente di seguaci francesi del Califfo ha scritto ai rispettivi avvocati, nel tentativo evidente di trovare delle scappatoie per tornare a casa, abbandonando la Jihad.
È il quotidiano «Le Figaro» a rivelare i contenuti di una corrispondenza elettronica che vede un jihadista chiedere al legale: «Se rientro in Francia cosa mi succederà? Cosa mi chiederanno di fare? Potrò evitare di andare in prigione?». Un altro volontario assicura che «qui praticamente non ho fatto nulla a parte occuparmi della distribuzione di abiti e cibo, pulire qualche arma e trasportare le salme dei combattenti morti negli scontri» confessando che «ad Aleppo l’inverno è alle porte, già inizia ad essere molto duro» e ciò lo spinge a pensare ad un ritorno anticipato.
La confessione della nostalgia per i gadget dell’Occidente arriva con l’e-mail nella quale un jihadista afferma «non ne posso più, il mio iPod qui non funziona più, devo rientrare!». E c’è anche chi si lamenta dello zelo degli ufficiali del Califfato: «Mi sono sposato e mi fanno lavare molti piatti ma adesso vogliono inviarmi a tutti i costi a combattere anche se non ho proprio idea di come si faccia».
Questo tipo di e-mail si moltiplicano e alcuni degli avvocati francesi che le hanno ricevute hanno deciso di coordinare la risposta, suggerendo ai jihadisti pentiti di preparare dei «dossier di documenti e prove» capaci di attestare ciò che affermano e quindi presentarsi ai consolati transalpini a Istanbul, in Turchia, o Erbil, nel Kurdistan iracheno, per «dimostrare la buona fede» chiedendo di essere considerati «pentiti» come avviene per i trafficanti di droga che scelgono di cooperare con la giustizia. Sarà dunque l’entità del contingente di questi «pentiti» a dare una misura dello scontento fra i veterani europei dello Stato Islamico.

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio: "Iraq, i caccia iraniani contro l'Isis: guerra parallela al fianco degli Usa"


Guido Olimpio

Sono guerre parallele. Condotte in modo separato ma con qualche forma di collaborazione. Tacita e, a volte, imbarazzata. Le combattono gli Usa insieme agli alleati, poi i rivali, ossia gli iraniani, i siriani. Tutti affratellati dalla necessità di piegare l'Isis. Ambiguità di una crisi dove mai nulla è chiaro o lineare. 

Il Pentagono ha confermato che caccia iraniani hanno colpito, a fine novembre, posizioni jihadiste nella provincia irachena di Diyala. Attacchi condotti all'interno di una fascia di sicurezza che Teheran ha creato lungo il confine per prevenire infiltrazioni. Protagonisti dei raid i vecchi F4, i famosi Phantom, velivoli acquistati in Usa all'epoca dello Scià che l'Iran ha mantenuto in servizio cercando pezzi di ricambio sul mercato nero o dove ha potuto. La comparsa degli F4, filmati anche dalla tv Al Jazeera, è un'evoluzione di quanto avvenuto a partire dall'estate. Teheran ha mandato i consiglieri ad assistere curdi e milizie irachene, quindi ha prestato dei Sulchoi 25 a Bagdad — si dice insieme ai piloti —, infine ha ostentato la presenza del generale Qasem Soleimani, il responsabile della Divisione Qods, l'apparato speciale dei pasdaran. Lui si è fatto fotografare su tutti i fronti per dire: siamo noi a coordinare la controffensiva sul terreno. In parte è vero, come è vero che le operazioni hanno goduto della protezione aerea degli Usa.

Si è così creata una collaborazione di fatto tra due avversari, pronti a negarla ma disposti ad accettarla. Ieri il segretario di Stato Kerry ha smentito che vi sia una cooperazione, però ha definito i raid «un evento positivo». E non è un mistero che proprio il capo della diplomazia americana avesse auspicato un'azione comune con gli ayatollah nel nome della lotta all'Isis. Più cauti gli iraniani — almeno in pubblico —, timorosi di irritare gli ambienti oltranzisti della Repubblica Islamica, ma comunque a loro agio in questa situazione. Hanno ridotto le distanze con gli Stati Uniti, hanno irritato due alleati importanti dell'America, Israele e l'Arabia Saudita, hanno provocato un attacco di bile a quella parte del Congresso che non vuole il dialogo con Teheran.

Dichiarazioni a parte, è impossibile pensare che l'Iran mandi i suoi Phantom senza qualche forma di comunicazione, magari via Bagdad, con gli Usa. Troppo alto il rischio di incidenti, con caccia e droni di molte nazioni che sfilano in uno spazio abbastanza contenuto. Se non lo facessero sarebbero degli irresponsabili. Per questo stesso motivo è plausibile che il Pentagono «parli» con i siriani. Gli aerei americani colpiscono spesso l'area di Raqqa, così come lo fanno i Mig di Damasco.

Ecco dunque la campagna parallela, ancora più contraddittoria, perché Washington per lungo tempo si è mossa per cacciare Assad. Ora l'obiettivo sembra sbiadito, anche se gli amici degli Usa nella regione pretendono la rimozione del rais che, furbescamente, imita Teheran e manovra per mettersi vicino agli Stati Uniti. Non potendolo fare politicamente, usa la carta militare per sottolineare che il vero nemico è l'Isis.

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