Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Guerra a Isis: verso un accordo tra Turchia e Usa Editoriale del Foglio
Testata: Il Foglio Data: 02 dicembre 2014 Pagina: 3 Autore: la redazione Titolo: «Il passo di Erdogan»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 02/12/2014, a pag. 3, l'editoriale "Il passo di Erdogan".
Recep Tayyip Erdogan Barack Obama
Vladimir Putin Bashar Al Assad
La strategia americana in Siria e Iraq contro lo Stato islamico ha sempre avuto un punto debole ad Ankara. La Turchia non concede le sue basi militari per le partenze dei caccia americani, e il suo esercito non sostiene – anzi, contrasta – le milizie curde che per ora sono i “boots on the ground” dell’operazione americana. Senza l’appoggio logistico della Turchia è difficile essere efficaci contro lo Stato islamico. Ma il presidente turco Erdogan ha sempre posto come condizione per una collaborazione più organica con gli americani la testa di Assad, e a toccare il dittatore siriano, si sa, Barack Obama è sempre stato più che riluttante. La diplomazia negli ultimi tempi si è mossa molto, lo scorso mese sono stati ad Ankara sia il vicepresidente Biden sia il generale John Allen, coordinatore della coalizione internazionale contro lo Stato islamico, e ieri alcuni resoconti hanno scritto che America e Turchia sono vicine a un accordo sulla creazione di una “air exclusion zone”, in pratica una no-fly zone, su una zona cuscinetto al confine tra Siria e Turchia, gestita dall’esercito turco e con la protezione aerea di Washington, dove Ankara potrebbe addestrare i ribelli siriani anti Assad e accogliere i profughi della guerra (quelli ospitati in Turchia sono già più di un milione e mezzo). La creazione di una no-fly zone in Siria è sempre stata osteggiata dall’Amministrazione perché avrebbe significato una dichiarazione di guerra contro il regime di Assad, e la strategia è sempre stata quella di concentrarsi sul male maggiore, lo Stato islamico. Ma ora Obama sembra capire che questa tattica non è sostenibile, e che una no-fly zone, per quanto meno ampia di quella chiesta dalla Turchia, potrebbe valere la pena, se Ankara concederà l’uso della base di Incirlik, da cui ora decollano solo droni, e supporto logistico.
Forse l’accordo è vicino, ma la Turchia resta un alleato ambiguo. Ieri il presidente russo Vladimir Putin, sponsor internazionale di Assad, era in visita di stato ad Ankara, e ha detto che per la Siria vuole evitare una situazione simile a quella dell’Iraq. Ergo: non buttate giù il dittatore. Erdogan ha risposto con frecciate taglienti, ma a vederli insieme, lui e Putin, ieri all’Economist è venuto da ironizzare: “Trovate le differenze”.
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