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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
01.06.2014 Tutti i turchi agli arresti domiciliari
L'analisi di Fiamma Nirenstein

Testata:
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Istanbul, Erdogan schiaccia la protesta»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 01/06/2014, a pag.13, con il titolo " Istanbul, Erdogan schiaccia la protesta", l'analisi di Fiamma Nirenstein sul giro di vite imposto da Erdogan ' chi va in piazza sarà arrestato', e questa sarebbe la Turchia che qualcuno vorrebbe in Europa.


Fiamma Nirenstein 

Istanbul è una fortezza, la sua fortezza, Taksim è la sua piazza, anche ieri, anniversario della rivolta che in quella piazza ha fatto almeno 7 morti e 3000 fe­riti: la Turchia, per come la vede lui, Recep Tayyip Erdogan, è un cavallo bizzoso da tenere a fre­no, il ricordo di quelle giornate una perversione da sedare con la forza. Mentre 25mila poliziot­ti si po­sizionavano in tutta la zo­na pericolosa, dozzine di canno­ni ad acqua prendevano posto, i mezzi corazzati occupavano il terreno, venivano chiuse sia la strada principale Istiklal Cadde­si, sia le vie d'acqua: i ferry e le barche si bloccavano con gli au­tobus a disegnare un vero stato d'assedio, Erdogan ha detto la sua: «Se andate in piazza, sap­piate che le nostre forze di sicu­rezza hanno ricevuto istruzioni precise e faranno qualunque co­sa si renda necessaria, dall'a al­la zeta... non vi sarà permesso di fare quello che è accaduto lo scorso anno perchè siete obbli­gati a rispettare le leggi. Se non ubbidirete, lo Stato farà quanto necessario». La promessa è chiara: si tratta di prigione, bot­te, ferite, persino della morte.
Una legge inaugurata l'anno scorso proibisce ai medici di soccorrere i feriti, e questo ren­de le parole di Erdogan ancora più minacciose. Cionostante ie­ri migliaia di persone si sono re­cate
in piazza Taksim e la poli­zia ha usato i lacrimogeni per di­sperderle. Un giornalista della Cnn, Ivan Watson, è stato cac­ciato a calci dalla piazza. Il Pri­mo Ministro ha parlato degli or­ganizzatori della manifestazio­ne nell'anniversario di Taksim come di «terroristi», torna il suo stilema preferito, quello della congiura internazionale, sem­pre in uso per i suoi numerosi guai politici interni e anche per la tragedia della miniera di So­ma, in cui hanno perso la vita 300 lavoratori. Anche là erano stati gli israeliani, la sua osses­sione malata, ad aver provocato il disastro, come anche ad aver organizzato la caduta di Morsi, Fratello Musulmano come lui, in Egitto; e hanno sostenuto an­che il suo arcinemico Fetullah Gulem, il clerico che vive in America e disturba il manovra­to­re con la sua potente rete orga­nizzativa, e i giornalisti, e Goo­gle «la peggiore minaccia per la società contemporanea».
Erdogan è al potere dal 2002, il suo Akp ha riportato l'Islam politico nella Turchia che si face­va largo con incerte e coraggio­se bracciate lungo il fiume ke­malista verso la democrazia e l'Unione Europea. Nonostante la politica squilibrata e eccitata che ha condotto da allora, è sem­pre riuscito a riconquistare il fa­vore
della maggioranza. Il 30 di marzo ha vinto di nuovo le ele­zioni nonostante le intercetta­zioni che esponevano il coinvol­gimento suo e delle famiglia in storie milionarie di corruzione, nonostante il numero di giorna­listi imprigionati ricordi la Ci­na, e nonostante il processo Er­genekon sia riuscito a mettere a tacere tutta la classe militare guardiana del potere laico in Turchia. Erdogan da 21 milioni di voti nelle elezioni precedenti è passato a 19,5, e la gente che manifestò per l'altra Taskim an­che in provincia creò un movi­mento di massa calcolato a tre milioni e 600mila. L'opposizio­ne esiste ed è forte e variegata, da Gulem ai movimenti secola­risti, ai gruppi di studenti, alla protesta delle donne per quel ve­lo che reintrodotto da Erdogan come permesso (Kemal Ata­türk l'aveva proibito) di fat­to è diventato un simbolo.
I giovani hanno odiato an­che la proibizione di ven­dere alcolici dalle dieci di sera alle sei di mattina. Er­dogan ha dovuto anche su­bire
la liberazione di molti dei generali e dei giornali­sti che aveva fatto impri­gionare; continue manife­stazioni di protesta mo­strano che la Turchia ha un largo nucleo secolare. Quando è stato ucciso Be­rkin Elvan, un quindicen­ne che andava a comprare il pane, e poi il 21 di marzo scorso ci sono stati altri due morti, quando i social network sono stati chiusi perchè accusano Erdogan di corruzione, la folla non ha mancato di rispondere. Poi però entra in scena il dittato­re di cui invece per anni Obama ha lodato «la grande leader­ship », nel ruolo di ponte fra mondo occidentale e mondo islamico. Ma ormai, tutto que­sto è tramontato.

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