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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
21.08.2013 Amina lascia le Femen: 'Siete islamofobe e aiutate da Israele'
l'odio per lo Stato ebraico prima di tutto

Testata: Corriere della Sera
Data: 21 agosto 2013
Pagina: 15
Autore: Elisabetta Rosaspina
Titolo: «Lite nelle Femen, Amina se ne va: 'Siete islamofobe e aiutate da Israele'»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 21/08/2013, a pag. 15, l'articolo di Elisabetta Rosaspina dal titolo " Lite nelle Femen, Amina se ne va: «Siete islamofobe e aiutate da Israele» ".


Amina

PARIGI – Pareva un sodalizio di ferro: tutte per una, una per tutte. Ma una, probabilmente la più famosa, ieri se n’è andata sbattendo, metaforicamente, la porta e convocando l’Huffington Post Maghreb : «Lascio le Femen» ha annunciato la diciannovenne tunisina Amina Sboui, per gli internauti «Tyler», come Liv, l’interprete di Io ballo da sola . Ed effettivamente, da 24 ore, Amina fa topless a sé. L’addio non è stato dolce. La militante accusa le consorelle, guidate dall’ucraina Inna Shevchenko, di essere islamofobe, di essersi prese gioco dei più alti valori dell’Islam proprio quando manifestavano contro la sua detenzione nelle carceri tunisine, davanti all’ambasciata di Parigi, scandendo «Amina Akbar» e «Femen Akbar»: ma nel mondo musulmano Akbar, cioè «grande», è soltanto Allah. Non è tutto: «Non ho apprezzato che bruciassero la bandiera del mio Paese davanti alla Moschea di Parigi». Non è stato unicamente l’affronto alla fede dei suoi correligionari a urtare Amina fino alla drastica decisione di abbandonare il gruppo femminista: «Non so come si finanzi il movimento — s’interroga — e alle mie reiterate richieste di chiarimenti da Inna, non ho avuto risposte chiare. Non voglio più far parte di un movimento dal finanziamento dubbio. E se fosse Israele?». Anche se non lo fosse, ogni marcia indietro ormai sarà difficile. Inna comprende: «Sappiamo che la prigione ha abbattuto Amina. Succede — ha dichiarato al quotidiano Libération —. È successo ad altre ragazze». Ma non perdona quello che considera un voltafaccia: «Amina non ha tradito soltanto le Femen, ma le migliaia di donne che si sono mobilitate per lei e che l’hanno sostenuta — tuona da Parigi la leader dell’organizzazione —. Se oggi è libera lo deve proprio a loro». Cambiato colore di capelli, dal biondo cenere al rosso rame, Amina non si sente un’ingrata, ma «un’anarchica», pronta a continuare da sola la battaglia a seno nudo contro l’«oscurantismo» dei fondamentalisti tunisini in generale e dei salafiti in particolare. Era stato un gesto di sfida a questi ultimi, quando aveva scritto con lo spray il nome «Femen» sul muro del cimitero di Kairouan, dov’era in programma un raduno salafita, a portarla in cella come profanatrice, il 19 maggio scorso. Scarcerata all’inizio di agosto, Amina era tornata sul sito delle Femen con un nuovo look, in mano una finta molotov, accesa da una sigaretta, e una dichiarazione marchiata a pennarello sul torso nudo: «Non abbiamo bisogno della vostra democrazia», riferito al partito tunisino Ennahda. Ancora in attesa di giudizio per «profanazione», Amina potrebbe associarsi nel frattempo al gruppo d’ispirazione anarchica Feminism Attack, come lascerebbe intendere il simbolo rosa dipinto sulla sua spalla sinistra.

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