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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Giornale Rassegna Stampa
23.06.2013 Afghanistan: quanto costa il ritiro
cronaca di Eleonora Barbieri

Testata: Il Giornale
Data: 23 giugno 2013
Pagina: 12
Autore: Eleonora Barbieri
Titolo: «Kabul, l’addio alle armi è una bomba a orologeria»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 23/06/2013, a pag. 12, l'articolo di Eleonora Barbieri dal titolo "Kabul, l’addio alle armi è una bomba a orologeria".


Afghanistan, due soldati piegano la bandiera americana

È costoso anche lasciare. Per l’America,l’Afghani­stan è un prezzo da paga­re, e non solo politico: sono mi­lioni di dollari, miliardi. Non so­lo q­uelli spesi in oltre un decen­nio di missione, ma anche quel­li che mancano per arrivare alla data cruciale, il ritiro program­mato per la fine del 2014. E fra le centinaia di dettagli materiali da considerare, ce n’è uno che gli uomini del Pentagono anco­ra cercano di risolvere: che fare di tutte le armi e gli equipaggia­menti dispiegati. Il problema è che sono troppi, ingombranti da rimpatriare e comunque, or­mai, inutili. Alla fine, circa il venti per cento del totale rimar­rà a Kabul; ma siccome non può rimanere così com’è (non si sa mai), dovrà essere in qual­che modo distrutto. Una specie di rottamazione colossale. Fa­rewell to Arms . In soldi, sette mi­liardi di dollari di equipaggia­mento che saranno di fatto ab­bandonati. Seminati fra le roc­ce afghane. Fatti a pezzi per es­sere rivenduti al mercato, un tanto al chilo. Il Washington Post ha raccontato questa nuo­va polemica nella polemica sul ritiro, che è anche una questio­ne di immagine: in un momen­to di tagli non è bello che miliar­di di dollari siano sprecati così, mollati oltreoceano, buttati al­le spalle insieme a una guerra dichiarata finita. Non è bello ne­anche che, mentre si viene a sa­pere che il disarmo è in corso, i soldati americani intanto ven­gano uccisi in attacchi continui da parte dei talebani che si so­no risvegliati di fronte alla pro­spettiva che il Paese sia libero dalle truppe straniere. Il Pentagono è in imbarazzo. Cerca di non pubblicizzare il problema, che però resta. Nel venti per cento di armamenti che non tornerà a casa ci sono pure i blindati antimine «Mrap»,dei veicoli superprotet­ti che la tecnologia Usa ha crea­to­apposta per fronteggiare il pe­ricolo delle strade irachene e af­ghane tempestate di insidie. Di questi veicoli ne esistono più di venticinquemila nel mondo: ebbene, secondo il Pentagono la metà ormai è inutile. Degli undicimila che girano per le strade di Kabul e dintorni, due­mila sono considerati di trop­po: resteranno lì. Un veicolo co­sta un milione di dollari, molti­plicato per duemila sono due miliardi di dollari. Che saranno smembrati pezzo dopo pezzo, in una operazione che richiede dodici ore di lavoro specifico da parte di esperti; poi, questi rifiu­ti finiranno sulle bancarelle co­me «polvere dorata», venduti per pochi centesimi. Il generale Stein, che si occu­pa dei tagli in Afghanistan, ha spiegato al Washington Post che quello da Kabul «è il più grande ritiro della storia». E co­munque, secondo i vertici mili­tari le operazioni sono pianifi­cate e portate avanti nel modo più corretto (anche per le casse pubbliche). Ma perché non do­nar­e gli equipaggiamenti agli af­ghani? Per l’America è da esclu­dere. È stato possibile in Iraq, dove oltretutto gli Stati Uniti hanno avuto il vantaggio di po­ter parcheggiare molto materia­le in Kuwait, in attesa di rispe­dirlo a casa. Ma le forze militari, economiche e politiche afgha­ne non lo consentirebbero. E poi di nuovo, anche in questo caso si riproporrebbe una que­stione di immagine: come la­sciare equipaggiamenti sofisti­cati potenzialmente in mano anche ai talebani? Una parte po­tre­bbe essere venduta o regala­ta agli alleati, che però si ritrove­rebbero con lo stesso proble­ma: quindi - si presume- pochi sarebbero disponibili. Rimane il dubbio che poi tutti quegli ar­mamenti e quei veicoli debba­no essere magari riacquistati in futuro, dopo averne buttati via per miliardi.

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