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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
08.06.2013 Venezia, tesori di arte liturgica ritornano alla luce
La cronaca di Francesca Gallacci

Testata:
Autore: Francesca Gallacci
Titolo: «A Venezia spunta il tesoro nascosto sotto le sinagoghe»

Sul GIORNALE di oggi, 08/06/2013, a pag.24, con il titolo "A Venezia spunta il tesoro nascosto sotto le sinagoghe", Francesca Gallacci racconta come sono venute alla luce gli arredi liturgici nascosti all'arrivo del tedeschi  nel settembre 1943.

A volte i tesori sbucano fuori dove non andresti mai a cercar­li, le perle occhieggiano nel fan­go, e gli argenti luccicano in stanzini polverosi.
Quarantatré oggetti liturgici in oro e argento della comunità ebraica di Venezia, dimentica­ti per settanta anni nel sottosca­la delle sinagoghe della città, sono stati ritrovati, durante i la­vori di restauro, in mezzo a cu­muli di polvere e reti di ragnate­le, e oggi sono esposti alla Ca’d’Oro. Certamente prezio­si per i materiali usati, e la peri­zia degli artigiani veneziani che li hanno forgiati tra il XIII e il XIX secolo, sono unici anche per la storia che ci consegnano.
Un racconto che si snoda tra le calli e i campielli del ghetto di Venezia, e che ruota attorno a un segreto tenacemente custo­dito e a un oblio lungo sette de­cenni.
Nel settembre del 1943, due custodi della sinagoga spagno­la e di quella levantina, avvisati dell’arrivo dei tedeschi,nasco­sero nel sottoscala alcuni ar­genti usati a scopo liturgico.
Corone, teche, decori per av­volgere i rotoli della Torah.
I due furono deportati e non fecero più ritorno, e così il teso­ro, messo in salvo dal saccheg­gio nazista, è rimasto avvolto in una nuvola di polvere e di oblio fino ai giorni nostri. Scoperto per caso, adesso è esposto allla Ca d’Oro, dove rimarrà fino al 29 settembre.
Artefici dell’operazione Ve­netian Heritage, organizzazio­ne americana no profit per la salvaguardia del patrimonio ar­tistico e culturale di Venezia, è Vhernier, marchio italiano di alta gioielleria, che ha dato nuo­va vita agli antichi oggetti di ri­to, contribuendo a preservare una parte della memoria stori­ca
del popolo ebraico.
Oltre a sostenere il progetto di restauro dei quarantatré pez­zi, Vhernier, ha creato un pre­zioso capolavoro di arte orafa: Neder, un anello dalle forme che ricordano quelle degli anti­chi sigilli, realizzato in oro ro­sa, granato, madreperla e cri­stallo di rocca. Il significato ebraico è «Promessa», termine ricorrente in tutta la cultura ebraica, e la creazione è stata presentata, insieme al tesoro ri­trovato, per celebrare il 500esi­mo anniversario del ghetto di Venezia, che cade nel 2016.
Quel ghetto le cui porte si aprivano all’alba per richiuder­si la sera, e la cui struttura ha re­sistito agli assalti del
tempo, con i due campi circondati da case alte - so­prattutto per gli standard ve­neziani del­l’epoca - un piccolo mu­seo e le an­tiche sina­g oghe, ancora integre. Sviluppato su un’isola completamente circondata dal canale, le sue entrate potevano essere controllate attraverso i ponti.
Prima del 1516, il «serraglio dei giudei» aveva ospitato una fonderia di cannoni, un «getto» in veneziano, trasformatosi poi, nella pronuncia degli ebrei askenaziti di origine tede­sca, in «ghetto».
Poche le professioni che gli ebrei avevano il diritto di eserci­tare: potevano essere medici, per la loro riconosciuta abilità nel settore, commercianti al dettaglio di oggetti usati, e natu­ralmente prestare denaro, lavo­ro alla base dei più diffusi pre­giudizi antiebraici, ma la cui origine è da ricercare all’ester­no della comunità.
Il motivo? «Il prestito – spie­ga Riccardo Calimani, storico e Presidente della Comunità ebraica veneziana –era un’atti­vità necessaria in una città di­namica come Venezia, ma non
era praticabile dai cattolici.
La riscossione degli interessi equivaleva alla vendita di una risorsa sacra, il tempo, e ancor peggio, aveva il potere di fare generare il denaro dal denaro, reputato sterile per definizio­ne.
Per questo gli ebrei furono co­stretti a s­volgere un’attività ne­cessaria alla città,
ma inaccetta­bile per i cattolici».
Tanto più che, nella visione cattolica, «li giudei» erano col­pevoli di deicidio, «peccatori ­spiega Calimani- già irrimedia­bilmente compromessi nel lo­ro cammino verso la salvezza.
E quindi sacrificabili».

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