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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
02.03.2013 Vaticano e primavere arabe: stessa crisi ?
Commento di Vittorio Dan Segre

Testata:
Autore: Vittorio Dan Segre
Titolo: «Cosa lega i problemi della Chiesa alla crisi delle 'primavere arabe'»

Sul GIORNALE di oggi, 02/03/2013, a pag.16, con il titolo ''Cosa lega i problemi della Chiesa alla crisi delle 'primavere arabe' '', Vittorio Dan Segre commenta le relazioni fra le due situazioni.

Sussulto profondo, emotivo nel mondo cristiano per le dimissioni del Papa; sussulto politico non meno emotivo nel mondo musulmano per la rivolta araba. C'è una connessio­ne fra questi due epocali eventi? Diretta­mente, certamente no. Ma osservando il parallelismo temporale di questi due sussulti storici, si possono captare aspetti che aiutano a meglio compren­dere due corsi di avvenimenti che han­no in comune un elemento apocalitti­co. Apocalittico è un termine che nel suo significato etimologico esprime ri­velazione, qui usato non nel senso bibli­co di fine del mondo, ma nel senso di qualcosa di nuovo esaltante, promet­tente e allo stesso tempo terrorizzante per l'energia che sprigiona (spesso mu­tuata in violenza) e per le sue imprevedi­bili conseguenze. Nei due casi si tratta di crisi profonde maturate in tempi dif­ferenti che toccano l'essenza stessa del potere e del funzionamento del potere: quello spirituale della Chiesa e quello nazionale dello Stato arabo. Entrambi debbono affrontare il problema della modernità; entrambi debbono far fron­te allo scontro fra autorità e consenso; fra disciplina e anarchia. Non sono com­petente per parlare della Chiesa. Da os­servatore esterno mi sembra che la deci­sione sorprendente e per molti incom­prensibile delle dimissioni di Benedet­to XVI in­dichi uno stato di profonda ten­sione fra la Chiesa istituzionalizzata e la cristianità. Da osservatore del mondo arabo musulmano mi sembra che l'esplosione socio-economica della ri­volta araba, già trasformata in controri­voluzione religiosa, indichi la profonda tensione fra lo Stato nazionale arabo fal­lito e quel­lo emergente islamico non an­cora ben strutturato. Nei due casi in co­mune c'é la volontà di rinnovamento e la ricerca di nuove forme di espressione di identità: dunque di bisogno di spe­ranza e di sviluppo diffi­cili da comprendere e misurare al momento ma che non debbono essere giudicate solo negativamente.
Detto questo è im­possibile non vedere le
abissali differenze fra le due crisi. La Chiesa possiede strutture di potere spirituale che il potere politico arabo non ha mai avuto. L'idea stessa di nazio­ne gli é estranea, importata dall'Europa coloniale. I suoi profeti indigeni- come il musulmano Nasser e il cristiano Aflaq cofondatore del movimento«Baath»si­ro- iracheno - non sono riusciti a far prendere radice al panarabismo nelle società locali. La tragedia della Siria, cul­la del «Risorgimento arabo», lo dimo­stra non meno della tribalizzazione de­gli altri Stati nazionali arabi. C'è poi, su un altro piano, quello della fede, una so­miglianza che- nonostante le differen­ze fra Islam e Cristianità- deve essere os­servata con rispettosa attenzione per­ché potrebbe avere conseguenze vera­mente apocalittiche nelle due società di credenti e in quelle laiche con cui coe­sistono.
Col fallimento delle ideologie euro­pee del XIX e XX secolo
e il crollo dei sistemi po­litici che avevano svi­luppato, con lo svilup­po dell'informazione globale, l'essere uma­no si sente sempre più isolato nella massa. Ha bisogno di una fede a cui aggrapparsi per da­re un senso e accettare la sua mortalità. Que­sto vale per i membri di tutte le religioni. Il risveglio dell'Islam non solo nei vecchi territori imperiali musulmani lo dimostra come l'espan­dersi della cristianesimo in Africa e nel­le Americhe. Sono movimenti cultura­li, migratori, di portata storica che si confrontano col problema del nuovo a cui le tradizioni faticano ad adattarsi. Lo fanno però, non senza incidenti di percorso, in direzioni opposte: la Chie­sa ricca di strutture forti, antiche e cen­tralizzate è alla ricerca di un nuovo lin­guaggio per affermare la sua autorità morale sulle masse dei suoi fedeli. L'Islam, che non ha chiesa centralizza­ta, cerca di sviluppare un nuovo lin­guaggio politico di guida per masse di fe­deli private dell'autorità statale. Non é un caso che i tre Stati musulmani- Tur­chia, Iran e Marocco- meno scossi dalla rivolta araba sono quelli in cui il potere politico e religioso hanno assieme ela­borato strutture, differenti fra loro, per rispondere alla sfida che la società lai­ca, democratica occidentale ha lancia­to a quei nuovi Stati (quello ebraico in­cluso) che tendono ad essere religiosi, moderni e democratici al tempo stesso.
Nessuno«specialista»islamico o vati­canista è oggi in grado di prevedere quello che succederà. Del resto, salvo qualche inascoltato esperto, nessuno ha previsto quello che sta succedendo. Per cui è pericoloso interpretare questi movimenti in base ad avvenimenti par­ticolari. Non ci sono solo complotti die­tro una decisione come quella del Pa­pa. Non ci sono solo Al Qaida e i Fratelli musulmani nella crisi tunisina, libica, egiziana, siriana e irachena. C'è qualco­sa di più profondo che ha elementi del­la rivolta luterana e della rivoluzione francese messe assieme ma con una im­portante differenza: l'Occidente ha avu­to vari secoli p­er digerire queste convul­sioni e a costi di sangue e di barbarie im­mensi;
il mondo arabo islamico le sta sperimentando in tempi molto più bre­vi e a una velocità incomparabile.

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