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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
05.01.2013 Il pianista di Barletta che cerca le musiche perdute nei lager
La storia di Francesco Lotoro raccontata da Elisabetta Rosaspina

Testata: Corriere della Sera
Data: 05 gennaio 2013
Pagina: 17
Autore: Elisabetta Rosaspina
Titolo: «Il pianista di Barletta che cerca le musiche perdute nei lager»

Sul CORRIERE della SERA di oggi, 05/01/2013, a pag.17, con il titolo "Il pianista di Barletta che cerca le musiche perdute nei lager", Elisabetta Rosaspina racconta la storia di Francesco Lotoro, insegnante di musica, pianista, che recupera spartiti composti dai detenuti nei campi di  prigiona e sterminio.

Francesco Lotoro

Al maestro Francesco Lotoro non interessa tanto la stanza in cui Beethoven compose la memorabile Sonata numero 7 per pianoforte. Ma darebbe, e ha già dato, metà della sua vita per poter far rivivere qualche istante gli studi Nekos di Amsterdam, dove il duo Johnny & Jones (nomi d'arte sotto i quali restano sconosciuti gli olandesi Nol Van Wesel e Max Kannewasser) registrarono nell'agosto del 1944 le loro 6 canzoni per voce e chitarra, poco prima di morire, nemmeno trentenni, nel lager di Bergen-Belsen. O per ritrovare la cella dove Victor Jara scrisse la sua ultima canzone prima di essere fucilato dai golpisti nello stadio di Santiago del Cile, il 16 settembre 1973.0 quell'angolo del campo di Terezin in cui Gideon Klein componeva le sue sonate. A 48 anni, Francesco Lotoro è pianista, cattolico convertito all'ebraismo, insegnante al Conservatorio e, in ogni attimo di libertà concesso dalle tre precedenti occupazioni, cacciatore di musiche sopravvissute: ai campi di prigionia e di sterminio, di lavori forzati, di internamento e di transito, militari e civili, nemici o alleati, vicini e lontani. In qualunque luogo di cattività o di privazione dei diritti umani: Manciuria, Australia, India, Gran Bretagna, Sudafrica, Siberia. «Perché ovunque è recluso l'uomo, nasce la musica — spiega —. La musica è un linguaggio universale. Un musicista sa separare i luoghi della creazione dagli spazi dell'anima, ed è dunque anche capace di esorcizzare l'orrore di Auschwitz o di Treblinka inserendone i nomi in una canzone o in una filastrocca da cabaret, fino a renderli quasi dolci, carezzevoli, inoffensivi. Ma chi può leggere il pentagramma in controluce, come la filigrana di una banconota, riesce a intravvedere gli spigoli lasciati dal dolore». Da 24 anni, questo pianista di Barletta non cerca altro: musiche nate più di 6o anni fa dietro le sbarre, destinate a restare per sempre dietro un filo spinato, a scomparire con i loro compositori, a non lasciare traccia. Melodie partorite nel freddo per aiutare a dimenticare la fame, la paura, la sofferenza, per alleviare i giorni della prigionia, per accompagnare alla morte. Peggio: talvolta per deliziare gli aguzzini: «La cosiddetta musica obbligata. Ne ho già classificato trenta titoli — racconta Lotoro —. Per deridere gli ebrei e la loro cultura, alcuni ufficiali si travestivano da ebrei, con una mantella e un bastone, dirigendo poi un'orchestra di prigionieri, costretti a improvvisare». Nel 2oesimo cd della enciclopedia cui il musicista pugliese sta dedicando la sua esistenza c'è Moses Moses, una canzone che divenne molto popolare fra i deportati a Sobibor, in Polonia: il suo autore, Shaul Flajszhakier, era un calzolaio del ghetto di Lublino, soprannominato «il negro», per la sua carnagione scura; e l'ordine di scriverla gli fu impartito da un ufficiale tedesco dal cognome evocativo, Gustav Franz Wagner. Certamente ignaro che, mezzo secolo più tardi, un insegnante di musica pugliese avrebbe rintracciato un superstite della rivolta in cui morì «il negro» e resuscitato quelle note rimaste impresse solamente nella memoria del compagno di prigionia. Musica concentrazionaria non significa soltanto musica ebraica: «Raccolgo musica cristiana, gipsy, sufi, basca. Un giorno mi scrisse il figlio di un ufficiale della Wehrmacht che aveva ritrovato la musica scritta dal padre in un campo di prigionia alleato — ricorda Lotoro —. Mi chiedeva se ero interessato. Non ho esitato a rispondergli di sì». Spartiti, bobine, lettere: il materiale occupa ormai metà della sua casa, tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni economiche, nell'indifferen-za delle istituzioni. «Non immaginavo che avrei trovato tante opere: quattromila. Ma significa che almeno altrettante sono ancora nascoste o, forse, perdute», si agita il maestro Lotoro, consapevole di essere destinato a non placare mai la sua ansia. Maestro, perché? «Mi sono sempre sentito ebreo, ancor prima di sapere che il mio bisnonno lo era davvero. Seguo i precetti della mia religione: salvare la memoria, propria e altrui. Soprattutto quella di coloro che hanno sofferto».

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