Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Ehud Barak : 'Tassare i ricchi, compreso me' inizia la campagna elettorale ?
Testata: Il Foglio Data: 25 ottobre 2012 Pagina: 3 Autore: Redazione del Foglio Titolo: «La fine dei kibbutz»
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 25/10/2012, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "La fine dei kibbutz". Un titolo giusto se avesse aggiunto quanto segue: " di come era un tempo". Altrimenti può far pensare che la 'fine del kibbutz' sia riferita ad oggi, mentre la verità è l'opposto, oggi i kibutzim vivono una nuova giovinezza, è cambiata solo la loro economia.
Ehud Barak
Le tasse ai ricchi arrivano anche in Israele, all’inizio della campagna elettorale in vista del voto del 22 gennaio prossimo. A invocarle è stato Ehud Barak, potente ministro della Difesa: si deve trovare un modo per tassare i ricchi, “compreso me”, ha detto Barak. La tendenza è globale: le tasse ai ricchi sono già concrete in Francia – e c’è un riccone come Karl Lagerfeld che dice che il presidente francese Hollande è “un imbecille”, testuale – e sono in discussione nell’America che va al voto tra un paio di settimane. Nel resto d’Europa, e nella sempre più isolata Inghilterra, se ne discute, si alzano aliquote, si tratta la ricchezza come il massimo peccato da condannare. E’ difficile che i leader parlino di loro stessi, pur essendo spesso definibili ricchi (se non milionari), e la proposta di Barak, quel “compreso me”, spicca ancora di più. Ma spicca soprattutto perché riguarda Israele: le proteste degli “indignati” di Tel Aviv avevano già rivelato negli anni scorsi che il disagio economico, chi sta bene e chi sta male, è arrivato in Israele. Ma la proposta di Barak ci dice anche della crisi profonda del kibbutz e di quell’Israele ugualitaria e progressista che ha fatto – letteralmente – il paese. Il Barak di oggi, legittimamente arricchitosi lavorando come advisor per una serie di multinazionali straniere che sgomitavano per averlo nei consigli di amministrazione, poco somiglia a quello di Mishmar Hasharon, il kibbutz che i suoi genitori nel 1933 contribuirono a fondare con un gruppo scelto di pionieri russi e polacchi. Siamo nell’Emek Chefer, la zona verde fra Netanya e Haifa che i pionieri socialisti prosciugarono dalla palude e dalla malaria e dove il futuro ministro della Difesa è nato e cresciuto. Posti dove un tempo a riempire la pancia bastavano le discussioni ideologiche sui “pionieri”. Il movimento dei kibbutzim ha da poco compiuto cent’anni, ma di quell’esperienza gloriosa e foriera di verità ebraiche resta, oltre a qualche kibbutz meta del nuovo turismo ecologico, l’immagine di Ehud Barak e di una sinistra israeliana che da tempo stenta a ritrovare se stessa. Questo laburismo è stato accusato di essere elitario, supponente e refrattario a qualsiasi contatto “con le masse” e il simbolo spesso citato è il lussuoso attico di Barak nel celebre grattacielo Akirov di Tel Aviv. L’altra faccia della normalizzazione.
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