E' noto il gusto per il paradosso di Giuliano Ferrara: una redazione con orientamenti politici anche contrapposti, posizioni laiche abbinate al papismo più sfrenato, schierato dalla parte degli Usa e Israele senza ambiguità ma con la voglia poi di dare spazio a pezzi come quello di Schwed di ieri che forse non l'avrebbe accettato nemmeno Haaretz, e,oggi, il commento di Stefano Pistolini che distrugge Mitt Romney in un modo che nemmeno Obama sarebbe stato capace di fare.
Si dirà che questo rende il FOGLIO il giornale più frizzante nel panorama dei media italiani, tutto vero, ma rimane un retrogusto amaro che spinge a non capire più quale è la linea del giornale. Se Bibi è un capo destrorso e guerrafondaio che porta Israele alla guerra, e Obama è da preferire a Romney, allora viene spontaneo chiedersi a quale delle due linee del FOGLIO bisogna dar credito.
Precede il pezzo di Pistolini, la cronaca di Maurizio Molinari sulla STAMPA di oggi, 10/10/2012, a pag.15, con il titolo "Romney si prende il voto delle donne e sorpassa Obama", naturalmente è solo un sondaggio, però significativo di come sta andando la campagna elettorale. Sta a vedere che il dialogo con la sedia vuota di Clint Eastwood si sta rivelando molto attuale, altro che gaffe !
La Stampa-Maurizio Molinari: "Romney si prende il voto delle donne e sorpassa Obama"


Maurizio Molinari Mitt e Ann Romney
Mitt Romney vola nei sondaggi grazie al sostegno delle donne e il merito è anche della moglie Ann, che in occasione del dibattito di Denver ha imposto una svolta moderata agli strateghi della campagna repubblicana.
A fotografare la svolta nel duello presidenziale è il Pew Research Center che assegna a Romney quattro lunghezze di vantaggio su Obama fra i probabili elettori - 49 a 45 per cento - mentre in ottobre il presidente era avanti di ben 8 punti. A confermare il capovolgimento di situazione è quanto si registra fra tutti i votanti nelle liste elettorali: in settembre Obama era avanti di 9 punti mentre ora è appaiato a Romney al 46 per cento. Per la prima volta dall’inizio della campagna la media dei sondaggi calcolata da RealClear dà avanti Romney: +0,7. Lo spostamento di favori è avvenuto dopo il dibattito di Denver, nel quale secondo il polemista liberal Andrew Sullivan «Obama si è autodistrutto gettando via l’intera campagna». Sono tre i settori dove l’oscillazione è più netta: i bianchi non-ispanici, già punto di forza dei repubblicani, gli under 50, che hanno il tasso più alto di disoccupati, e le donne. Quest’ultimo dato è quello più sorprendente. Obama in ottobre, sempre secondo il Pew Research Center, aveva un vantaggio nell’elettorato femminile di 18 punti - 56 a 38 per cento - mentre ora è pari con Romney, al 47 per cento. Le donne compongono la maggioranza del corpo elettorale, quattro anni fa furono uno dei pilastri della coalizione democratica e avere una netta prevalenza nelle loro preferenze è essenziale a Obama per battere l’avversario repubblicano, che è invece in netto vantaggio fra gli elettori maschi bianchi.
Per comprendere cosa sta avvenendo nell’elettorato femminile bisogna entrare nei dettagli delle altre risposte raccolte dal Pew Research Center perché descrivono un Romney percepito come «più moderato», «più attento al ceto medio» e «capace di spiegare le proprie posizioni». Sono le caratteristiche che l’ex governatore del Massachusetts ha messo in mostra a Denver e se ciò è avvenuto, secondo la ricostruzione di «The Politico», il merito è in gran parte della moglie Ann e del figlio maggiore Tagg. Prima del dibattito infatti Ann avrebbe affrontato a viso aperto Stuart Stevens, stratega della campagna, chiedendogli di «consentire a Mitt di essere Mitt», slegandolo dall’imposizione di un approccio basato esclusivamente sull’economia e da posizioni care alla destra repubblicana.
Incalzato da sondaggi allora assai negativi, Stevens fece un passo indietro e il risultato è il Romney in gran parte inedito visto a Denver, più intento a difendere il ceto medio che gli sgravi fiscali per i super-ricchi.
La scelta di rivedere la strategia che aveva dominato la Convention di Tampa ha portato al discorso pronunciato lunedì da Romney in Virginia sulla politica estera, a cui dovrebbero ora seguire altri interventi simili su occupazione, debito e energia. Il braccio di ferro vinto da Ann contro Stevens sposta il baricentro della campagna all’interno della famiglia Romney, come da tempo suggeriva un’altra donna decisiva: Mary Beth, l’ex capo di gabinetto di Mitt quando era governatore del Massachusetts che ha coordinato nel più assoluto riserbo la selezione di Paul Ryan come candidato vicepresidente. I progressi fra le donne sono confermati dai nuovi sondaggi negli Stati in bilico - in Ohio i duellanti sono stati dati ieri in parità assoluta, azzerando il precedente vantaggio di Obama - ed è prevedibile che proprio a tale pubblico il vicepresidente Joe Biden tenterà di rivolgersi domani sera nel dibattito con Paul Ryan in programma in Kentucky.
Il Foglio-Stefano Pistolini: " Il voto svogliato "

Stefano Pistolini: meglio Obama
Roma. E’ come con lo sport. La stanchezza può affiorare all’improvviso. E’ inattesa, imprevedibile, ma può modificare il corso degli eventi (ad esempio, chi vincerà alla fine, contro i pronostici apparentemente scontati). Come sarebbe andata se non ci fosse stata la stanchezza? Chissà. Con queste elezioni presidenziali americane sta succedendo la stessa cosa. Ci si attendeva un confronto significativo, duro e di alto valore simbolico tra le due Americhe che si presupponevano generate dai brividi della crisi. E invece, a prendere il sopravvento, quando ormai mancano poche settimane al voto, è soprattutto la stanchezza, uno sfinimento verbale e certamente intellettuale. Che si facciano le cose che si devono fare, si proceda alla scelta senza ulteriori indugi, e poi ciascuno torni alle proprie occupazioni, che non è con le chiacchiere e le promesse che si sposta la montagna di malessere edificata dal crac americano, in particolare nella middle class. Anche la Right America da un pezzo ha smesso di ruggire. Dopo gli scomposti quanto vitalistici exploit dei Tea Party, venuti su come tappi di champagne all’indomani dell’elezione di Barack Obama; dopo che si è messa in piazza e in corteo l’insofferenza per un Partito repubblicano che non sapeva più incarnare gli ideali, gli umori e soprattutto lo spirito naturale del conservatorismo americano; alla fine tutto s’è ridotto a un mugugno, a una insoddisfazione più che altro – malinconicamente – di natura fiscale. E anche a non essere d’accordo, non bisogna essere crudeli: credere negli ideali della Right Nation non è solo questione di voler pagare meno tasse e di essere lasciati in pace dallo stato centrale. C’è altro, c’è una ricchezza, c’è una memoria. Ma adesso si sono sbriciolate, la sensazione è quella del lasciar perdere, di risistemare la politica giù in basso nella scala dei valori credibili. Sarà che Mitt Romney non ha mai convinto, è arrivato fin qui per la disorganizzata pochezza dei suoi avversari, schierando una macchina elettorale che ha fatto tesoro delle passate batoste. Ma seppure c’è il candidato ancora vivo e in insperata ripresa, non c’è il “fuoco cammina con me”, il totem, il leader che si mette alla testa. C’è un tipo dal sorriso affascinante e dall’aria genericamente insincera che smista slogan ed espone un dubitabile savoir-faire manageriale. L’America moderata lo voterà più che altro in opposizione all’altro, il presidente cervellotico e bizzarro, che forse non ha fatto malissimo ma che, ai suoi occhi, continua a sembrare un intollerabile corpo estraneo. Però Romney non incarna quasi niente di ciò che resta dell’originale ipotesi americana, non ha la naturalezza di Reagan, la massiccia convinzione di Bush padre e neppure la laconica, mistica adesione di George W. Se è lui la versione contemporanea del conservatorismo americano, se è il suo opportunismo elettorale che li dovrebbe rappresentare, il suo virare al centro, i suoi ammiccamenti e il suo stazzonato carrozzone iconico, meglio accettare un dato di fatto: la Right America oggi non sa esprimere una personalità- simbolo delle proprie aspirazioni. Forse è perfino impossibile che ci riesca, se non per fiction, hollywoodianamente prostrata, ripetuta, esaurita. Forse la Right America è più uno stato mentale che un personaggio, e tanto meno un protagonista. Si esprime nei tinelli di case qualsiasi, su prati suburbani, negli abitacoli delle auto dei pendolari. E’ fatta delle esclamazioni di adesione e impazienza con le quali un uomo di mezza età o una vivace pensionata reagiscono alla boutade di un conduttore radiofonico – massì, per dio, è proprio così! – più di quanto possa tradursi in un tipo azzimato da mandare ai dibattiti per la Casa Bianca. La Right Nation è una condizione e un auspicio esistenziale, ma poiché non sa rappresentarsi ed esprimersi in un character credibile, perde presa, forza, addirittura si riduce a condizione di minoranza, che probabilmente sarebbe contraddetta dai conteggi statistici. Così Barack Obama ridiventa ipotesi credibile: nel semplice fatto di esistere e faticosamente di sapersi rimettere in scena. Sarà ammaccato, ma incarna un capo verso il quale esercitare un’accettabile diritto di delega. La Right Nation non riesce a produrre una simile descrizione di sé o forse non ha arruginito gli strumenti culturali per farlo: o produce insulse marionette col fiato corto – Bachman, Palin – o produce un tormento intellettuale cupo, venato di pessimismo sofferto, introverso, con un pendant scettico verso le cose del contemporaneo. E’ l’effetto del provare seriamente, perfino ideologicamente, ad applicare quel set di valori, quella visione della vita e del mondo, agli scenari del presente, coi parametri che lo governano. In un passato non lontano, tanto, tutto, sembrava spontaneamente convergere verso uno stile di vita – appunto “americano” – che conteneva in sé gli ideali di gratificazione, quella sensazione di privilegio, quello slancio partecipativo positivo e composto, quell’inesauribile forza. Ma oggi ciò appare come una resistenza, un’ostinazione che non collima col quadro generale, si sfoca e pare disciogliersi nel calore delle illusioni. Sentirsi parte di quella permanenza americana, oggi, equivale più a rinchiudersi, a fortificarsi nel poco di difendibile, prepararsi all’assedio della diversità, che partire alla riconquista dei territori perduti. C’è sempre quella grande metafora dell’America che, per tornare a parlare di sport, è rappresentata da una partita di football, gioco sublime di filosofiche strategie applicate alla realtà di fatto. Quando il tempo di gioco comincia a scarseggiare, quando l’avversario – non si sa come, se per distrazione, sfortuna o fato, perché non va ammessa la sua superiorità – ha ormai preso il largo nel punteggio e festeggia a bordo campo, arriva il tempo della dignità. E il lungo epilogo nel quale gli sconfitti devono mostrare di saper essere tali perché questo è stato il loro destino, ma non per un’inaccettabile subalternità. Perciò il gioco assume toni assurdamente estetici, rinuncia all’esposizione della forza, diviene quadro ritmico e balletto. Se ne riparlerà la prossima volta, quando le condizioni saranno diverse, in un’altra giornata, magari meno maledetta di questa domenica. La Right Nation si ripiega su se stessa, accende la televisione e contempla i suoi magnifici sport. Di giocare la partita per il futuro dell’America, in questo momento, non ha più voglia.
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