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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
04.10.2012 La povertà a Teheran fa scoppiare la rivolta del bazar
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata:
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «La povertà a Teheran fa scoppiare la rivolta del bazar»

Sul GIORNALE di oggi, 04/10/2012, a pag.12, con il titolo "La povertà a Teheran fa scoppiare la rivolta del bazar", Fiamma Nirenstein commenta la situazione economica iraniana.
Ecco l'articolo:

Teheran, il mercato coperto                        Fiamma Nirenstein

È comunque una grande no­tizia, anche se non ne sap­piamo affatto l’esito, ma un dato di fatto è chiaro: esiste di nuo­vo un Iran co­raggioso, non tutto è stato sommerso nel bagno di san­gue in cui affo­garono le prote­ste del 2009.
Grande notizia, le sanzioni fun­zionano! Esiste un Iran stufo e spaventato dal­le sanzioni che hanno ucciso l’economia per­siana. L’esito di una operazio­ne che appari­va inconsisten­te, invece eccolo là, si vede nel gas dei fumogeni che la polizia del regi­me, in assetto di guerra, ieri ha spa­rato nelle vie di Teheran.
Non si tratta delle decine di mi­gliaia del 2010, nè di un immenso pubblico di giovani che chiede de­mocrazia. Si tratta invece del suk, della classe media, il bazar con la sua pazienza talora pusillanime, il suo ruolo di perno della stabilità, la piccola borghesia che però quan­do
si arrabbia si arrabbia e crea i cambi di regime: questo mondo si è stufato. Centinaia di persone han­no chiuso i commerci del bazar, giu­stificandolo poi con motivi di sicu­rezza, ma la verità è la rabbia per la miseria che attribuiscono alla fol­lia atomica del regime; sono stati fermati dalla polizia e minacciati. Molti dimostranti hanno gridato la loro rabbia sia alla banca centrale che a una banca di via Ferdowsi.
Agenzie di stampa si sono rincor­se con notizie che riguardavano an­che il fermo degli agenti di cambio di moneta straniera, accusati di aver causato con la caccia alla mo­neta forte il disastro, l’inflazione.
Un dollaro che veniva pagato 10mi­la rial ora costa intorno a 34.500. L’inflazione è cresciuta, secondo dati ufficiali, del 25 per cento in tre giorni, ma la realtà suggerisce addi­rittura che sia giunta al 50 per cen­to.
Le perdite di lavoro toccano tutti i settori, dall’industria al commer­cio e anche il lavoro intellettuale. Nemmeno i contratti dei ricercato­ri vengono rinnovati. Secondo l’opinione dell’economista irania­no
residente a Londra Mehrdad Emadi,consigliere dell’Unione Eu­ropea, «vedremo presto masse di disoccupati in coda per il pane». Il governo che elargiva generosi sus­sidi di stimolo all’impresa basata sul petrolio, non è più in grado di farlo. Le esportazioni di petrolio so­no declinate del cinquanta per cen­to nell’ultimo anno, e così i guada­gni della più vasta fonte di reddito sono calati del quaranta per cento. Quali conseguenze può avere questa nuova situazione? Il tono minaccioso, le minacce di guerra a Israele, le dichiarazioni di disprez­zo per l’Europa e gli Stati Uniti che Ahmadinejad ha rinnovato al­l’Onu sono il ruggito inane di un animale ferito. Ed è interessante che Netan­yahu, il premier israeliano, ab­bia ripetuto a NewYorkilrifiu­to dell’atomica iraniana, ma contonidiquie­ta attesa strate­gica e di riconci­liazione con Obama. Ades­so, si prepara a unviaggioinEu­ropa, in visita da Merkel e Hol­lande per con­vincerli a raffor­zare le sanzio­ni. Ovvero: Isra­ele, che fino a poco fa ritene­va fallimentare la politica di sanzioni cui di fatto il regime non ha mai risposto con qualche se­gnale di acquiescenza, che ha spin­to per anni Obama a attaccare le strutture nucleari, lascia in pace gli Usa nell’imminenza delle elezioni e ritiene invece che l’Europa possa giuocare un ruolo dirimente, ap­punto con le sanzioni.
C’è dietro la speranza del cam­bio, di mandare a casa gli ayatol­lah? Per ora è una speranza quasi inesistente. Non ci sono leader lai­ci in vista, non lo erano del resto neppure Hussein Mousavi e Meh­di Karroubi nel 2009. Essi comun­que, ambedue confinati agli arresti domiciliari, sono leader inagibili, e l’ex presidente«moderato»Khata­mi andando a votare per le elezioni parlamentari ha segnalato una qualche vicinanza al regime.
Per ora il famoso
regime change non è in vista. Si può prefigurare semmai un eventuale rallentamen­to. Ma, al contrario, si può anche ipotizzare che l’Iran punti tutto sul­la bomba per ricattare il mondo a far cessare le sanzioni. No, per ora il cambio di regime non è il titolo di te­sta. Forse, quello di governo. Ep­pure, non si può fare a meno di sperarci un poco.

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